Amen è una parola biblica che contiene l’inizio e la fine.
Intervista a Massimo Recalcati a cura di Ugo Cundari pubblicata su Il Mattino in data 8 luglio 2026.
Ugo Cundari: Spesso si è occupato del rapporto tra religione e psicoanalisi, adesso ha scelto per titolo una parola chiaramente religiosa, “Amen”, perché?
Massimo Recalcati: Amen è una parola biblica che contiene l’inizio e la fine. È una parola di
ringraziamento nei confronti della vita ed è anche l’ultima parola, quella del congedo dalla vita.
Amen, così sia. Per certi versi è il movimento stesso del nostro cuore: diastole e sistole, apertura e
chiusura. Non siamo fatti di inizio e di fine. Iniziamo già pronti per morire. Ma nella morte non tutto
muore.
UC: Quanto c’è di autobiografico in quest’opera?
MR: Molto. È inevitabile. C’è la scena che ha inaugurato la mia vita. Sono stato un bambino nato
prematuro e destinato alla morte. Ricevetti per questo in uno stesso tempo i sacramenti del battesimo
e dell’estrema unzione. Amen è la parola che sintetizza questa convergenza assurda che ha marchiato
la mia vita. Sono sempre stato in bilico. Amen racconta la storia di questa resistenza in bilico. Come
è quella del resto di tutti gli esseri umani. Portiamo nel nostro cuore la fine ma non siamo fatti per
morire ma per vivere.
UC: E perché ha scelto la forma del testo di teatro per esprimersi dopo i saggi?
MR: Il teatro è stato una mia grande passione giovanile. Avevo poco più di vent’anni quando scrissi
il mio primo testo teatrale. Poi abbandonai il teatro per la filosofia prima e per la psicoanalisi dopo.
Fu come lasciare un grande amore. In questi casi bisogna dare un taglio netto. Ho quindi smesso di
frequentare le sale di teatro per molti anni. Sono poi ritornato a frequentarle da pochi anni.
Inizialmente con la sensazione di essere un clandestino. Gli amori giovanili sono rimasti intatti: la
tragedia greca, Beckett, Ionesco, Sartre, Camus, Pinter, Molière...Con Amen sono tornato dunque
all’origine. Chiaramente in mezzo c‘è stata la psicoanalisi. Amen è una sorta di analisi a cielo aperto...
UC: Perché dice che Amen è “un testo che riassume il mio percorso analitico. In esso domina la
lotta tra la vita e la morte”?
MR: Appunto perché riprende il mito individuale della mia origine: battesimo ed estrema unzione
uniti in un solo battito.
UC: Chi sono i protagonisti di Amen?
MR: Enne 2 che è il mio alter ego. Un soldato sopravvissuto alla ritirata dalle steppe russe durante la
Seconda guerra mondiale che è una proiezione de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, un
libro che ha forgiato la mia giovinezza. Infine, una giovane madre che è il ritratto di mia madre. In
un mondo oscurato dalla morte, quello del trauma del Covid che nel testo fa sentire la sua presenza,
solo questa giovane madre educa Enne 2 alla vita, lo sottrae all’angoscia della morte, lo salva...
UC: Il rapporto tra psicoanalisti e letteratura è stato indagato tante volte, rimane più oscuro quello
tra psicanalisi e teatro. Lei come intende questo rapporto?
MR: Esiste un modo classicamente pirandelliano di intendere questo rapporto che significa portar
sulla scena il carattere poliedrico e indeterminato della personalità. È il teatro come gioco delle
maschere. Freud stesso aveva inteso la personalità psichica come una sorta di teatro continuo. Poi c’è
il tentativo di Amen che è quello di mettere in scena il trauma. Non la maschera e le sue ambiguità
ma il velo che si lacera, la morte che viene in primo piano togliendo la maschera all’Ego...
UC: La vita trova sempre la via della luce?
MR: Non sempre. L’esperienza della psicoanalisi ci porta verso il buio, verso il nostro buio. Non è
un illuminismo. È una frequentazione delle tenebre. Se c’è della luce viene proprio dalle tenebre. È
questa la scommessa della psicoanalisi. Nelle ferite, nelle cadute, nello smarrimento possiamo trovare
qualcosa che illumina. Lo diceva bene il nostro grande poeta Montale: bisogna imparare a credere nel
buio
UC: Lei sarà presente alla rappresentazione a Napoli?
MR: No. Ma sarò, come si dice, presente nello spirito...
