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ABBASSO LE ARMI

Collage fotografico intitolato "Abbasso le armi" composto da tre immagini. In alto: una foto storica in bianco e nero mostra una riunione femminista del 1870. In basso a sinistra: un revolver argentato adagiato in una custodia con un biglietto recante la bandiera della Turchia. In basso a destra: la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente turco Erdogan al vertice NATO di Vilnius. In calce, i nomi delle autrici e il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.

Da Julia Ward Howe, Bertha von Suttner a Giorgia Meloni e a tutte quelle che si definiscono: donne, madri, cristiane.

I nostri mariti non torneranno da noi con addosso la puzza del massacro, per ricevere carezze e applausi. I nostri figli non ci verranno sottratti affinché disimpegno tutto quello che noi siamo state in grado di insegnare loro, sulla carità, la pietà e la pazienza. Dal seno di una terra devastata una voce si unisce alla nostra: disarmo, disarmo, disarmo!" Così Julia Ward Howe, femminista pacifista americana, a Boston nel giorno delle madri contro la guerra, maggio del 1870. 

«Quanto volentieri avrei consacrato la mia attività di parola, di penna, di pensiero, d'insegnamento e di azione ad un unico scopo: abbasso le armi!» Così Bertha von Suttner, attivista pacifista austriaca, primo Nobel per la pace, nel suo testo del 1889 “Giù le armi”. 

Chissà come avrebbero reagito queste “madri del pacifismo” di fronte al regalo del Presidente della Turchia Erdogan alla fine del vertice Nato: un’arma funzionante con tanto di munizioni, sembra d’oro, kit di pulizia, documento di circolazione. 
Chissà se potevano immaginare che alcune donne sulle orme del loro femminismo, della loro consacrazione di vita allo scopo di ottenere non solo i diritti politici, ma anche il disarmo unilaterale delle nazioni, avrebbero preso decisioni in direzione ostinata e contraria. 
Chissà se potevano solo ipotizzare che dopo aver conquistato il diritto al voto, la rappresentanza politica, i ruoli al vertice alcune di queste madri sarebbero state protagoniste di incontri sul riarmo, sull’incremento delle spese militari, sull’utilizzo della guerra come risoluzione dei conflitti. 
Anche allora, come oggi, non tutte le donne condividevano la scelta del disarmo, basti pensare alle diverse posizioni rispetto alle guerre mondiali o a quelle a pezzetti, alcune hanno lottato e ancora lottano per poter far parte degli eserciti, ci sono donne che hanno optato e che optano, a volte per costrizione o sopravvivenza, per la lotta armata di offesa, resistenza o difesa. 
Del resto la contrapposizione tra la non violenza, la resistenza passiva e la scelta delle armi, tra la decisione di sostenere o contrapporsi alla guerra e ai conflitti armati, per il movimento delle donne è stata dirimente, causa anche di divisioni, oggetto di un confronto serrato che si acuisce in tempi di guerra. 
E’ vero, tutto ciò fa parte della storia e della nostra contemporaneità, resta il fatto che esiste una distanza siderale tra il desiderio di pace che ha attraversato tutto il movimento delle donne contro la guerra e la violenza insita nel regalare un revolver, carico di tutto il simbolico fallico, accettarne supinamente il “dono”, dentro una finta diplomazia, con l’orrendo peso politico che rappresenta, per quanto conservato in una teca (Meloni) o donato a un museo militare (von der Leyen). 
Tale distanza siderale diventa quella degli anni luce se si considera che sull’arma è inciso il nome di chi la riceve, così Giorgia, donna, madre, cristiana vedrà scritto anche il suo nome. E pensare che secondo il Vangelo dovremmo poterci rallegrare solo se i nostri nomi saranno scritti in cielo! (Luca, 10,20

Grazia Villa, Rosanna Virgili, Emanuela Buccioni, Francesca Villanova e Paola Casi
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