Paolo Gamberini 'Una riflessione teologica sull’omosessualità'
Introduzione
Tra le domande che la riflessione teologica contemporanea è chiamata ad affrontare con maggiore delicatezza vi è quella relativa al senso dell’orientamento omosessuale all’interno del disegno d’amore di Dio per la sua creazione. Si tratta di un interrogativo che tocca insieme l’antropologia teologica, la dottrina della creazione, la teologia del peccato e i limiti epistemologici propri sia della teologia sia delle scienze umane. Il presente saggio intende esplorare tale questione muovendo da un’osservazione elementare ma spesso trascurata: di fronte a un fenomeno umano che non trova una spiegazione causale certa — né in termini di colpa, né in termini di patologia, né in termini educativi — la teologia è chiamata a un atteggiamento di onestà intellettuale che eviti tanto le facili condanne quanto le facili giustificazioni ideologiche.
1. La domanda originaria: un errore di Dio, dei genitori, della natura?
Quando ci si interroga sulla nascita di una persona che, nel corso della propria esistenza, si scopre e si rivela omosessuale, riemergono con insistenza alcune domande antiche quanto il problema del male e della sofferenza innocente: Forse Dio non poteva stare più attento nel creare gli le persone di orientamento omosessuale? Gli è sfuggito qualcosa? È un errore della natura, un difetto nell’educazione, una colpa dei genitori?
Queste domande, per quanto legittime nella loro formulazione, condividono una premessa implicita che merita di essere interrogata prima ancora di essere accolta: presuppongono cioè che l’omosessualità sia anzitutto un problema da spiegare, un’anomalia rispetto a una norma presunta evidente, un evento che richiede una causa negativa — un peccato, un errore, un danno. È proprio questa premessa che la presente riflessione intende mettere in discussione, non per negare la legittimità della domanda, ma per mostrare come essa non trovi, nella teologia seria, una risposta che ne confermi l’assunto.
Una prima possibile risposta al problema consisterebbe nel ricondurre l’omosessualità agli effetti del peccato originale, in quella logica secondo cui la creazione, “ferita” dal peccato, produrrebbe anche disordini nella sfera sessuale[1]. Questa impostazione, per quanto presente in una certa tradizione teologica moralistica, incontra tuttavia un limite metodologico fondamentale: la teologia non dispone di strumenti che le permettano di stabilire con certezza un nesso causale diretto tra il peccato — categoria teologica riferita alla libertà e alla relazione con Dio — e una condizione esistenziale che si manifesta, nella grande maggioranza dei casi, come costitutiva e non scelta.
Affermare che l’omosessualità sia “conseguenza del peccato” significa attribuire a una categoria teologica (il peccato, che presuppone un atto di libertà) un fenomeno che si presenta fenomenologicamente come dato originario della persona, non come esito di una scelta colpevole. La teologia, quando è rigorosa, riconosce qui i propri confini: può parlare della condizione ferita dell’umanità in senso generale — la creatura è segnata da limite, fragilità, finitezza — ma non può individuare in un tratto specifico dell’identità di una persona la prova empirica di un peccato particolare. Questo tipo di attribuzione, lungi dall’essere teologia, scivola facilmente in una forma di moralismo esplicativo che la tradizione stessa, a partire almeno dal libro di Giobbe e dal monito di Gesù riguardo al cieco nato (Gv 9,1-3), ha già criticato: non ogni condizione di sofferenza o di diversità è riconducibile a una colpa, né a quella della persona né a quella dei suoi genitori.
3. Il silenzio delle scienze umane e il rischio dell’ideologia
Un secondo tentativo esplicativo si muove in direzione opposta, ma con analoga pretesa di certezza: attribuire l’orientamento omosessuale a fattori educativi, relazionali o ambientali, secondo modelli psicoanalitici o socio-costruttivisti che hanno goduto di grande fortuna nel corso del Novecento. Anche in questo caso, tuttavia, occorre un supplemento di onestà epistemologica: la ricerca scientifica contemporanea non è in grado di dimostrare in maniera univoca che l’orientamento omosessuale sia il prodotto di specifiche dinamiche educative o di eventi traumatici dell’infanzia. Le ipotesi in tal senso, un tempo diffuse, non hanno retto alla verifica empirica sistematica e sono oggi ampiamente ridimensionate nella comunità scientifica.
Ciò non significa negare la complessità multifattoriale — biologica, psicologica, relazionale — che concorre alla formazione dell’identità sessuale della persona; significa piuttosto riconoscere che tale complessità non consente affermazioni causali nette, tanto meno colpevolizzanti. Attribuire ai genitori una responsabilità nella genesi dell’omosessualità dei figli, in assenza di prove dimostrabili, non è un’operazione scientifica ma ideologica: si tratta cioè di proiettare su un dato di realtà uno schema interpretativo previamente accolto per ragioni extra-scientifiche, spesso di natura morale o culturale.
4. Dall’assenza di spiegazione negativa alla possibilità di una lettura positiva
Se dunque non è possibile dimostrare, né sul piano teologico né su quello delle scienze umane, che l’omosessualità sia il segno di un malfunzionamento, di un deficit, di una colpa o di una malattia, la riflessione teologica è chiamata a un passo ulteriore, che non si limiti alla sola constatazione di un’assenza di prova, ma che tragga da questa assenza una conseguenza positiva.
La teologia della creazione, fin dalle sue radici bibliche, insegna che il mondo creato da Dio è intrinsecamente segnato dalla varietà: la molteplicità delle specie, la differenziazione degli individui, la ricchezza delle forme di vita non sono un incidente rispetto a un progetto originariamente uniforme, ma costituiscono l’espressione stessa della sovrabbondanza creativa di Dio. Il racconto della creazione in Genesi 1 non descrive un cosmo monocorde, bensì un ordine che si dispiega proprio attraverso la distinzione e la pluralità (“secondo la loro specie”, Gen 1,11-12.21.24-25), culminante nella dichiarazione che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31).
Se il creato, nel suo insieme, testimonia questa logica della diversità voluta e benedetta da Dio, appare legittimo chiedersi — come suggerisce la domanda che ha dato origine a questa riflessione — se anche nell’ambito della sessualità umana non si possa riconoscere una analoga varietà che non contraddica, ma anzi rifletta, la ricchezza dell’agire creativo divino. Questa non è un’affermazione dogmatica definitiva, ma un’ipotesi teologicamente plausibile, coerente con il principio secondo cui ciò che non può essere dimostrato come disordine non deve automaticamente essere presunto tale.
5. Imago Dei e dignità della persona
Un ulteriore sostegno a questa lettura viene dalla dottrina dell’imago Dei (Gen 1,27), secondo cui ogni essere umano, in quanto tale, porta impressa l’immagine di Dio, indipendentemente da caratteristiche accidentali della propria condizione esistenziale.
Se l’orientamento omosessuale è, come pare ragionevole ritenere alla luce di quanto detto, un dato costitutivo e non scelto della persona, allora la sua dignità di immagine di Dio non può essere subordinata né compromessa da tale condizione. Ne consegue che qualunque impostazione pastorale o dottrinale che facesse dipendere il valore della persona, o la presunzione di un suo peccato originario, dal semplice fatto della sua condizione sessuale, rischierebbe di contraddire il fondamento stesso dell’antropologia biblica.
6. Onestà intellettuale come virtù teologica
Vale la pena sottolineare, a conclusione di questo percorso argomentativo, un dato metodologico che attraversa l’intera riflessione: l’atteggiamento più corretto, sul piano sia teologico sia scientifico, di fronte a fenomeni che sfuggono a una spiegazione causale certa, è la sospensione del giudizio esplicativo, non la sua sostituzione con ipotesi non dimostrate ma psicologicamente rassicuranti. È spesso più comodo, per la mente umana, attribuire un fenomeno complesso a una causa — un peccato, un errore educativo, una colpa — piuttosto che accogliere l’idea che si tratti semplicemente di una delle molte forme in cui si manifesta la varietà della condizione umana. Ma la teologia, quando è fedele alla propria vocazione di ricerca dell’intelligenza della fede (fides quaerens intellectum), non può accontentarsi di spiegazioni consolatorie prive di fondamento: deve piuttosto abitare, con pazienza, lo spazio del non ancora pienamente compreso.
7. Uno sguardo alle posizioni alternative
È doveroso segnalare che questa lettura, pur radicata in argomenti biblici e teologici solidi, non rappresenta l’unica posizione presente nel dibattito teologico contemporaneo, né coincide con l’insegnamento magisteriale ufficiale della Chiesa cattolica, che continua a distinguere tra l’orientamento omosessuale — non ritenuto in sé colpevole — e gli atti omosessuali, giudicati “intrinsecamente disordinati” rispetto al disegno naturale della sessualità coniugale (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359).
Altre correnti della teologia morale, di impostazione tomista e di diritto naturale, sostengono che la finalità procreativa e la complementarità sessuale rappresentano un criterio oggettivo per il giudizio etico sugli atti, indipendentemente dalla non-colpevolezza dell’orientamento. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nei documenti degli anni ’80 e ’90, hanno insistito su questa distinzione. Tuttavia, seguendo questa logica si dovranno considerare come “intrinsecamente disordinati” tutti gli atti sessuali che impediscono per il loro stesso porsi sia l’atto coniugale d’amore che l’atto procreativo. Di conseguenza, anche la masturbazione è atto “intrinsecamente disordinato” perché difforme dalla volontà creatrice divina per l’umanità.
Altri autori, come James Alison, Margaret Farley o Todd Salzman e Michael Lawler, hanno invece elaborato proposte più esplicitamente orientate al riconoscimento pieno delle relazioni omosessuali stabili come possibile luogo di crescita nella carità, muovendosi in una direzione affine a quella qui presentata. Il dibattito, dunque, resta aperto, e la riflessione qui condotta si colloca all’interno di questa pluralità di voci, senza pretesa di esaurirla.
Conclusione
La domanda da cui siamo partiti — se Dio abbia in qualche modo “sbagliato” o “trascurato” qualcosa nel dare origine a una persona omosessuale — trova, in questa riflessione, non tanto una risposta definitiva quanto un ridimensionamento della sua stessa premessa. Non potendo la teologia dimostrare che l’omosessualità sia frutto del peccato (personale o collettivo), né le scienze umane dimostrare che essa sia il prodotto di un errore educativo, viene meno il fondamento per interpretarla come deficit, malattia o colpa. Resta allora aperta, e teologicamente sostenibile, l’ipotesi che essa rientri in quella variegata ricchezza del creato che la fede riconosce come segno della sovrabbondanza creativa di Dio — una diversità che, lungi dal violare la volontà del Creatore, può forse essere letta come una delle molte forme in cui questa volontà si manifesta nel mistero della persona umana.
[1] Questa è la tesi esposta da Mario Imperatore nel suo testo: Gesù, il Figlio Sposo alla prova: tra famiglia, omosessualità ed escatologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2022.
Fonte: ApertaMente
