Recalcati e la 'vita viva': Bibbia, desiderio e psicoanalisi
di Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.
16 Giugno 2026
Massimo Recalcati, nei suoi due volumi dedicati al rapporto tra Bibbia e psicoanalisi, propone una rilettura dei testi sacri come fondamento teorico del pensiero freudiano e lacaniano. Al centro, l’idea che la “vita viva” nasca dall’equilibrio tra legge, parola e desiderio.
Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, ha dedicato al rapporto tra Bibbia e psicoanalisi 860 pagine in due volumi: La legge della parola, 2022, sull’Antico Testamento e La legge del desiderio, 2024, sul Nuovo Testamento, entrambi editi da Einaudi con il sottotitolo Le radici bibliche della psicoanalisi.
L’autore tenta di rintracciare nel logos biblico i fondamenti della psicoanalisi, le radici di alcuni concetti chiave di Freud e Lacan: Legge, Parola, Desiderio, Nome del Padre.
Questa prima riflessione prende le mosse dal volume sull’Antico Testamento. Che cosa rende una vita davvero “viva”? Non la pura sopravvivenza biologica – poiché «non di solo pane vive l’uomo» (Mt 4,4) – e nemmeno il binomio “pane e sottomissione”, caro al “Grande inquisitore”, secondo cui la razza umana è costitutivamente «debole, eternamente viziosa e abbietta» (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov). La “vita viva” non consiste neppure nell’adorazione di idoli materiali o immateriali (merci, potere, successo), o nell’inseguimento cieco di un godimento senza limiti che si converte in autodistruzione. Nel suo imponente saggio in due volumi, Recalcati risponde a questo interrogativo conducendo la psicoanalisi fuori dai suoi confini abituali. Attraverso un corpo a corpo con i testi biblici, l’autore dimostra che la “vita viva” nasce solo dall’incontro – virtuoso e rischioso – tra il riconoscimento del limite e la fedeltà alla propria vocazione desiderante.
LEGGERE LE SCRITTURE PER CAPIRE LA PSICOANALISI
Quello di Recalcati non è un tentativo di psicoanalizzare la Bibbia o di proporre un’esegesi teologica. Al contrario: «Si tratta di leggere le Scritture per comprendere meglio la psicoanalisi», riannodando i fili di discorsi spesso considerati alternativi, alla ricerca di nessi generativi. «Il mio incontro con la Bibbia – spiega nell’Introduzione al primo volume – è stato ispirato da qualcosa che sin dalle prime letture giovanili mi ha profondamente toccato: esiste una Legge che non sia al servizio della morte – del castigo, della punizione – ma della vita? Una legge in grado di animare la forza generativa del desiderio? […] Questa Legge – nella Torah – è la Legge della parola. […] Questa Legge impone all’uomo la rinuncia a farsi Dio come condizione per umanizzare la sua esistenza» (La Legge della parola, VI-VII, d’ora in poi LP).
Come primo passo, Recalcati si emancipa dalla tesi di Freud sulla religione come “delirio” e “nevrosi dell’umanità”, mera illusione consolatoria destinata a essere smascherata dal progresso scientifico.
Come accade per la tradizione greca (Eros, Edipo, Narciso), anche dalle Scritture è possibile estrarre parabole, vicende e figure simboliche che illuminano i paradigmi dello sviluppo psichico e aiutano a riconoscere i legami sotterranei tra legge, parola, desiderio, che diventeranno centrali nella psicoanalisi. Recalcati isola alcune storie bibliche paradigmatiche interpretandole alla luce di grandi pensatori (Barth, Bonhoeffer, Lévinas, Rosenzweig), ma mantenendo la libertà di apportare intuizioni e interpretazioni originali.
CREAZIONE: PAROLA E DESIDERIO DI DIO
Tutto comincia con il desiderio di Dio. Il Dio della Genesi non è un Dio chiuso, irrelato, distante, ma un Dio che desidera, che si realizza «nella relazione con il mondo, con ciò che egli ha desiderato e voluto generare» (LP, pag. 3). Il desiderio divino, a differenza di quello umano, non nasce da una mancanza, ma da un’eccedenza, da una sovrabbondanza che fa sorgere la Creazione come evento della parola: «La potenza dell’atto divino della Creazione coincide con quello della sua parola» (LP, pag. 4). Parola e desiderio mettono in moto la dimensione generativa di Dio, che agisce estraendo il mondo dal nulla e ordinando l’informe, facendo scaturire lo splendore della moltitudine e della differenza.
Qui risiede una prima radice biblica della psicoanalisi: il potere della parola diventerà elemento centrale dell’esperienza analitica, specie di quella lacaniana fondata sul registro del simbolico. La parola del paziente «non si limita a designare le cose, ma le fa esistere in modo nuovo. […]
Nominando il proprio essere – per esempio quello del passato – lo rivela alla luce della verità e proprio per questo lo trasforma» (LP, pag. 9). La parola acquista una valenza generativa, che estrae dal ricordo e dal sogno un senso prima inesistente, che si incide creativamente nel presente e lo modifica.
La parola di Dio opera anche dei “tagli” a più livelli, fecondi di implicazioni psicoanalitiche.
Innanzitutto, separa e distingue la creatura dal Creatore, una discontinuità che lascia gli esseri liberi e “abbandonati” alla propria responsabilità, un abbandono in cui Dio, in un primo atto di kénosis, rinuncia alla sua assoluta padronanza, si autodepone per lasciar essere il mondo nella sua libertà. Recalcati individua poi altri tagli e distinzioni, tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e la donna.
Nella distinzione uomo/Dio l’essere umano – pur fatto a immagine divina – non può essere come Dio: non può sapere, volere e potere tutto. L’uomo è l’essere a cui la Parola vieta l’accesso al Tutto, e questo interdetto non nega all’umano il godimento, bensì lo delimita, impedendo un piacere totale e senza mancanza. L’uomo può godere di tutto meno uno, ciò che Lacan chiama il “non-tutto”: «La Legge di Dio scava nel cuore dell’umano il “non tutto” come sua condizione di esistenza» (LP, pag. 29), istituisce l’uomo non come pienezza, ma come essere “lacunare”, colui che manca di essere.
L’uomo diventa così soggetto di desiderio proprio perché manca di qualcosa. Recalcati (è il Leitmotiv di tutta la sua opera) invita a vedere la Legge non come un giogo che mortifica e punisce, ma come la forza che spinge a desiderare senza la pretesa di poter possedere il Tutto. Una Legge che contrasta la figura del «“godimento mortale” […] un godimento incestuoso, regressivo e rovinoso per la vita che rifiuta la Legge della castrazione» (LP, pag. 34), una Legge che, vietando il Tutto, iscrive nel cuore dell’umano il senso del possibile attraverso l’impossibile.
Il secondo taglio istituisce la differenza uomo/donna. La scena biblica in cui Dio estrae e allontana la costola di Adamo per dare vita all’essere femminile viene condensata da Lacan nel concetto di separtizione: la separazione definitiva da un “oggetto” che fonda la relazione con l’altra. Questo “oggetto”, non più recuperabile, istituisce la figura dell’eteros, l’altro come elemento che non potrà mai più essere assimilato e ricondotto a sé, inafferrabile oggetto di desiderio. Da questo mito biblico Lacan trae spunto per la sua teoria dell’oggetto piccolo (a), inteso come la parte perduta del nostro essere che diventa causa e motore del desiderio, a testimonianza del fatto che la separazione è originaria e irreversibile: «Adamo non potrà più riavere ciò che ha perduto di sé, ma proprio per tale ragione questa perdita diviene la condizione per la nascita stessa del desiderio» (LP, pag. 21).
ODIO, INVIDIA, HYBRIS E NUOVI INIZI
Dopo la Creazione, la ricerca di Recalcati si sofferma su altre scene bibliche, a partire dal gesto fratricida di Caino, che sembrerebbe confermare la tesi di Freud, secondo cui l’odio viene prima dell’amore. La storia primordiale dell’uomo ha inizio con uno spargimento di sangue che affonda le sue radici nel carattere narcisistico e perverso del desiderio umano, per cui il fratello diventa il rivale, un intruso-usurpatore che viene a incrinare la scena narcisistica di Caino. Emerge la forza distruttiva dell’invidia, che non è solo sguardo torvo e obliquo per quello che l’altro ha, ma per quello che l’altro è: «L’invidia è sempre, alla sua radice, “invidia della vita”». Il fratricidio, allora, non è una regressione alla bestialità animale, ma un passaggio all’atto squisitamente umano: il tentativo illusorio di sopprimere l’alterità per ripristinare il monopolio dell’Uno, per tornare a essere unico e godere da solo.
In questa vicenda primordiale, Recalcati intravede le pulsioni contrastanti che animano i rapporti intimi e l’ambivalenza strutturale che lega i fratelli, a riprova che la fratellanza non è garantita dalla consanguineità: «Il testo biblico ci indica qui una verità fondamentale: non esiste fratellanza biologica, non esiste fratellanza naturale» (LP, pag. 76). Non è un a priori biologico che ci rende fratelli (il ghenos, il sangue, il suolo), poiché la vera fratellanza si compie nella rottura della trappola narcisistica e assimilatoria, nel farsi prossimo allo sconosciuto, nel costruire legami simbolici con lo straniero, ossia con colui che non fa da specchio alla nostra immagine.
Il narcisismo, inteso come passione primaria dell’Ego, è anche il motore inconscio che spinge gli uomini a diventare Dio, costruendo una torre babelica che sfida il cielo. Qui prevale la hybris umana, la superbia antropocentrica intesa come miraggio di autosufficienza, e la «cima fallica della torre» (LP, pag. 117) rappresenta la pulsione egocratica dei babelici, la loro smania di potere e la pulsione all’unidimensionalità, per un mondo che sopprima le differenze: «Un unico popolo» e «un’unica lingua» (Gen 11,6). L’uomo cerca così di farsi un nome, di farsi da solo come se fosse Dio; un gesto che – evidenzia Recalcati – è simile all’atto tossicomanico di “farsi”, ovvero «godere senza passare dalla castrazione che ogni legame con l’Altro implica, godere della propria sostanza» (LP, pag. 118).
In questa vocazione totalitaria dell’uomo appare la pulsione al rapporto diretto con la Cosa lacaniana, la ricerca di un godimento incestuoso e non mediato, l’aspirazione a una soppressione assoluta del desiderio attraverso la saturazione della mancanza. Una pulsione a cui Dio risponde con la “decostruzione” del mito della lingua unica e la moltiplicazione delle differenze che – sola – rende necessaria la traduzione degli idiomi e apre alla costruzione di una comunità davvero democratica. «Il Dio biblico privilegia la moltiplicazione all’unificazione, la generatività alla conservazione, l’apertura alla chiusura, la differenza all’identità» (LP, 126). Solo questa interruzione del disegno narcisistico e totalitario può essere (ieri come oggi) la via di un nuovo inizio per l’uomo, la rotta per nuove possibilità di autotrascendimento e di conversione personale e comunitaria.
“TUTTO È UN SOFFIO”, TRA SOFFERENZA E AMORE
Anziché volere tutto, erigendosi a idolo di sé e a quasi-Dio, l’uomo farebbe bene a seguire il monito di Qohelet: tutto ciò che è, è solo soffio, «destinato a perire, a dissolversi, a ritornare nel nulla da dove proviene» (LP, pag. 249). Sulla scorta di altri autori, Recalcati traduce il termine ebraico hevel non con “vanità”, bensì con “soffio”, a significare che l’uomo non può atteggiarsi a essere superiore, ma condivide con gli altri viventi la medesima finitezza. L’uomo non è l’essere che può vantare la sovranità sulle cose del mondo e su se stesso. Nulla lo salva dal tempo, dalla contingenza e dal divenire inarrestabile. A nulla serve costruire idoli che diano l’illusione del Tutto, né giova il “cattivo infinito” del desiderio che crede di pervenire alla finale soddisfazione. L’uomo non è destinato alla felicità (sarà la tesi di Freud), bensì alla gioia, che consiste «sempre in un “adesso”, in un’“ora”, in un «atto che non conosce nessun aldilà» (LP, pag. 277).
La vita dell’uomo trascorre tra sofferenze insensate e amori inaspettati. Invano Giobbe cerca di dare senso alla sofferenza, il suo grido pretende da Dio una risposta, la decifrazione esatta del suo dolore. La domanda di Giobbe è la stessa che emerge nel processo analitico, ossia il tentativo di tradurre la sofferenza in parola, nonostante qualcosa (un resto indicibile e fuori senso) resti sempre ribelle a ogni interpretazione. «Il dolore non può essere risolto dal potere della parola. Tra il dolore e la parola c’è un salto, un’eterogeneità, un’incompatibilità di fondo» (LP, pag. 222). Eppure, di fronte a questo non senso, bisogna mantenere aperta la feritoia della grazia, per non rinunciare alla vita e al desiderio, a causa del dolore, come avviene nelle sindromi depressive.
Anche l’amore resta un’esperienza dell’imperscrutabile, e il Cantico dei Cantici ne testimonia il miracolo generativo che attraversa i corpi, li vivifica e li trasforma: «L’incontro amoroso potenzia la vita, accentua la sua apertura, incentiva la forza del desiderio, rende più amabili tutte le cose del mondo» (LP, pag. 297). L’amore fonda un mondo nuovo che prima non esisteva, spalanca al creato l’evento di una storia inimmaginabile, poiché «ogni volta che l’amore viene al mondo è il mondo stesso che viene nuovamente alla luce» (LP, pag. 290). L’amore è l’esperienza di un rapporto impossibile che diventa vita concretamente vissuta, un’assoluta prossimità e intimità che si realizza, paradossalmente, nella distanza.
