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Roberto Pasolini 'Sono forse io il custode di mio fratello?'

Locandina del Festival Missionario a Recanati il 5 giugno 2026. Al centro i ritratti di fra Roberto Pasolini e Davide Avolio, con il titolo dell'incontro "Sono forse io il custode di mio fratello?".
Ospite del secondo appuntamento del festival missionario FRA NOI 2026, organizzato dalle Missioni Estere dei Frati Cappuccini delle Marche, è stato Fra Roberto Pasolini, in dialogo con Davide Avolio.

L’evento ha offerto al pubblico una riflessione profonda e attuale sul tema della fraternità, prendendo avvio dalla domanda contenuta in Genesi 4,9: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. A partire da questo interrogativo, Fra Roberto e Davide hanno accompagnato gli spettatori in un percorso che ha intrecciato spiritualità, attualità e responsabilità personale, interrogandosi sul significato della fratellanza umana in un contesto geopolitico segnato da conflitti e divisioni. 

Nel corso della conversazione sono emersi richiami alla figura di San Francesco d’Assisi, modello di incontro e dialogo, e al pensiero di Giacomo Leopardi, le cui riflessioni sulla condizione umana hanno offerto ulteriori spunti per comprendere il bisogno di relazioni autentiche e solidarietà. 

La serata ha inoltre aperto uno sguardo sul ruolo della comunicazione della Chiesa nel mondo contemporaneo, chiamata a trovare linguaggi nuovi e credibili per dialogare con le persone senza perdere la profondità del messaggio evangelico. 

L’incontro, accompagnato dalla voce monumentale di Serena Lambertucci, si è concluso lasciando al pubblico una domanda tanto semplice quanto esigente: come possiamo essere, oggi, custodi gli uni degli altri? Un interrogativo che continua a risuonare oltre il palco e che rappresenta una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

 
“Prendiamo in considerazione il famoso racconto di Caino e Abele. Un racconto che abbiamo tutti nella memoria, che viene subito dopo il racconto più famoso di Adamo ed Eva, della famosa mela, che poi non è una mela, ma è un frutto. Questi due racconti, nei primi capitoli della Genesi, occupano un posto particolare perché sono una sorta di mito fondativo. per la fede ebraica e anche per la fede cristiana. Cosa vuol dire un mito fondativo? Vuol dire che anche se noi li abbiamo letti come dei racconti di storia, interpretandoli un po’ male, sono dei racconti che portano all’origine ipotetica dei tempi, in principio, quello che avviene tutti i giorni. Quindi dobbiamo guardare a questi racconti non tanto come delle favolette, no, di un passato antico, ma come una sorta di specchio davanti a cui possiamo esaminare la nostra umanità. Quindi sono dei racconti molto potenti, hanno una forza narrativa straordinaria. 

E brevemente, se il racconto del frutto proibito ci dice che quando abbiamo cominciato a essere liberi, che Dio ci ha dato questo grande dono, no, che è la libertà, noi ci siamo spaventati subito. Appena abbiamo fatto un errore ci siamo nascosti e Dio ha cominciato a chiederci, Dove sei? 
Questo è quello che dice Genesi 3. Nasce la paura. Noi proviamo paura perché siamo liberi e la libertà è il più grande spavento che Dio ci ha regalato, perché è faticoso essere liberi. Sembra che sia facile, ma in realtà è molto difficile, perché quando facciamo qualcosa di sbagliato a noi viene da sotterrarci. È l’esperienza di Adamo ed Eva, perché portiamo tutti una sorta di legame con Dio, anche se Dio magari non lo conosciamo, diciamo di non conoscerlo. Dentro il nostro cuore, quando sbagliamo, abbiamo proprio l’impressione di non avere più diritto di esistere. Questo è quello che ci racconta Genesi 3. Genesi 4 analizza un altro grande trauma che abbiamo tutti alle spalle, che è quello che ci succede quando ci accorgiamo che accanto a noi c’è qualcuno diverso da noi. Il racconto di Caino e Abele esplora un po’ il meccanismo della violenza. E qui vorrei raccontare brevemente due cose del racconto del testo che forse non si conoscono così bene, perché noi quando sentiamo la storia di Caino e Abele, credo che tutti diciamo: vabbè, Caino è quello cattivo, Abele era l’innocente. 

Noi cerchiamo di non fare i cattivi e finisce qui, diciamo, la nostra comprensione del racconto. Invece dovremmo fare la fatica di guardare bene la figura di Caino, perché noi siamo figli di Caino. non di Abele, così anche per la cronaca, perché Abele è morto, quindi l’unico che ha continuato la specie è Caino, quindi noi dobbiamo analizzare anatomia di un parente, cioè dovremmo andare a capire qual è il meccanismo, la dinamica in cui cade Caino. Allora vi racconto due cose di questo di questo testo. Il motivo per cui a Caino gli scatta la violenza a un certo punto è perché ricorderete la scena, entrambi i figli presentano delle offerte a Dio, soltanto che Dio gradisce un’offerta, quella di Abele, ma non gradisce quella di Caino. Quindi Caino si innervosisce, dice: “Ma perché?” Ora, leggendo il testo nella lingua ebraica, come mi è capitato di poter fare negli anni passati, mi sono accorto di un dettaglio molto interessante, che in realtà il testo non dice che Dio gradisce l’offerta di Abele, ma che guarda l’offerta di Abele e non guarda quella di Caino. Quindi non si tratta di una discriminazione vera e propria, ma di una attenzione che ricade innanzitutto su Abele. Questo fa capire l’attualità di quel racconto. Pensate quante volte anche noi stiamo semplicemente facendo una cosa della nostra vita e la telecamera si accende su quello che sta di fianco a noi. Cioè tutte le volte in cui non ci sentiamo guardati, trascurati, non considerati, mentre qualcun altro accanto a noi vive tutto questo. 

Ecco, questa è la sindrome di Caino: non sentirsi al centro dell’attenzione, anche se sta facendo una cosa che a lui sembra giusta. Per cui il motivo per cui gli scatta, diciamo, la rabbia, la voglia di eliminare il fratello, per Caino è un atto di giustizia. È un regolamento di conti, cioè Caino se la prende con Abele perché dice: ma no, ma non è giusto. Dio tenta di dialogare con Caino, dice: aspetta, tieni a bada questo istinto. Ma Caino chiama suo fratello in campagna e poi lo uccide. E qui succede una cosa molto interessante, che Dio non impedisce l’omicidio, però fa tutto il possibile perché Caino non si suicidi, dato che Caino cade in un profondo senso di colpa. e dice “La mia colpa è troppo grande, ora sicuramente mi uccideranno anche a me”. 
E Dio traccia un segno su Caino e dice “No, attenzione, chi toccherà Caino subirà la vendetta sette volte”. Quindi è un racconto molto strano sul quale vale la pena riflettere, visto il tempo che viviamo: il racconto di Caino è molto esigente perché ci chiede di fare la fatica di identificarci con Caino, cioè con la dinamica di Caino. Vorrei sottolineare due aspetti che ci riguardano molto da vicino. 

Il primo è quando non ci sentiamo considerati abbastanza. Il testo sembra dire che la violenza fraterna nasce quando ci sembra di non avere l’attenzione che meritiamo. E la seconda, il secondo aspetto Anche qui, scavando un po’ il testo, c’è una piccola differenza tra l’offerta di Caino e l’offerta di Abele, perché Caino dà semplicemente a Dio i frutti della terra, mentre Abele dà i primogeniti del suo gregge. in quell’aggettivo possessivo forse sta tutta la differenza, perché Caino fa un’offerta generica, mentre Abele tira fuori del suo. Quindi alcuni commentatori hanno acutamente osservato che forse il motivo per cui Dio non rivolge l’attenzione a Caino è perché rivolgendogli l’attenzione è come se confermerebbe a Caino il suo sospetto di non avere nulla di buono da tirar fuori. È come se fosse un fine pedagogo Dio. Quindi, mettendo insieme queste due cose, la sensazione di non essere considerati. E il sospetto di non avere niente di buono da offrire. 

Noi tante volte pensiamo che quando ci arrabbiamo, quando ci innervosiamo o quando emettiamo un po’ di violenza, non so, le motivazioni sono sempre strane, inesistenti, insondabili, mentre invece dovremmo avere la pazienza di chiederci: ma perché sto emettendo violenza? Qual è l’origine che sta innescando questa catena? Il testo sembra dirci chiaramente che potrebbe essere una di queste due ipotesi, o perché ci sentiamo poco considerati da Dio, dalla vita, o perché ci sembra di avere poco, di essere poco 

Forse il motivo per cui l’umanità sta ancora facendo tanta fatica a diventare una fraternità universale è che ciascuno di noi ha come il compito di disinnescare una bomba che porta nel proprio cuore, che se non ci facciamo attenzione noi continuiamo a emettere violenza anche senza rendercene conto. A questa domanda seria e difficile risponderei così. Allora stiamo esplorando la parte più difficile, forse del meccanismo della violenza in questo ragionamento iniziale. Io credo che poter per poter essere custodi dell’altro dobbiamo innanzitutto imparare a essere custodi del nostro volto. Io credo che viviamo in un tempo che ci impone così tanto di esporre il nostro viso, il nostro profilo davanti agli altri, che forse trascuriamo quella fase preliminare in cui dovremmo preparare il nostro volto a questo impatto con l’altro, no? 

Noi, quando ci esponiamo troppo facilmente, troppo velocemente al confronto con l’altro, viviamo un gioco di specchi, di vetrine che si incontrano, a volte troppo violento. E non abbiamo ancora maturato una opinione di quello che è la nostra merce, il nostro, il nostro volto da mettere davanti al volto dell’altro. E quindi in un attimo quello che vediamo fuori da noi può metterci in grave imbarazzo, in grave, a grave, in grave disagio. Ed è per questo che nasce un meccanismo di violenza. 
Abbiamo provato a dire no, che il racconto di Caino e Abele ci dice che la violenza nasce quando noi ci accorgiamo di non essere tutto. E di non essere abbastanza. 

Vedete che è sempre questa la dinamica che anima, come dire, ogni marcia militare verso l’altro, cioè quando l’altro, semplicemente col suo essere lì a fianco a me, davanti a me, mi ricorda che io non sono tutto, a me nasce un desiderio di conquistarlo. Oppure quando io davanti all’altro mi sento schiacciato, mi sento poco povero, mi viene voglia di rubargli quello che lui ha. Per questo dico. che dovremmo imparare a custodire il nostro volto, cioè a riscoprire anzitutto il valore che noi abbiamo. Perché finché ci sentiamo dei poveri che non hanno niente e che non valgono niente, è chiaro che saremo sempre potenzialmente degli assassini, perché gireremo sempre nella realtà con il grave rischio di vedere nell’altro un nemico, di vedere in ciò che ha nelle mani qualcosa da rubare. 

Ma davvero dobbiamo custodire l’altro? C’è un libro bellissimo della Bibbia che è il Qoelet, dove si usano queste immagini per parlare bene della dualità, cioè del fatto che non siamo esseri individuali e non possiamo realizzarci da soli. Un’immagine è quella delle due persone che camminano. Il Qoelet dice non è bene camminare da soli in montagna, perché se uno cade e si fa male, l’altro lo può prendere sulle sue spalle e portarlo con sé. Se non c’è nessun altro, tu muori da solo in montagna. L’altra immagine ancora più tenera, dedicata a tutti gli innamorati, questa sera dice così: è meglio dormire in due in un letto che da soli, perché se per caso hai freddo di notte, l’altro ti può scaldare. Meravigliosa. E con due immagini direi che il libro del Qoelet ha sciolto ogni dubbio, cioè. Pensare di vivere da soli, come ci dice un po’ una certa immaginazione contemporanea, è davvero il delirio da cui dobbiamo svegliarci, io credo. Ma non tanto nel senso che dobbiamo forzatamente creare relazioni con l’altro a tutti i costi. 

Cioè, è ovvio che ci siamo evoluti così tanto che oggi dedichiamo tanto tempo a noi stessi, a guardarci allo specchio, a truccarci, a prepararci. Va benissimo. Cioè, non dobbiamo regredire da questo livello di umanità. Il problema è concepire la nostra vita come un fatto che abbiamo da soli. Questo è il delirio. Cioè pensare che noi esistiamo perché la vita è nostra. 
Questa è la follia. Noi esistiamo perché qualcuno la vita ce la sta donando e rimaniamo vivi nella misura in cui questa vita la condividiamo con qualcun altro. se io non espiro, dopo un po’ muoio. Voi pensate se cominciaste a inspirare e basta, e a non ispirare più. Chi è che farebbe questa follia? Nessuno. Eppure, esistenzialmente, come cultura, stiamo accarezzando l’idea, no, che gli altri possono essere semmai un accessorio, un ornamento della nostra vita, anziché il luogo dove la mia esperienza, anche di me stesso, si compie. Perché noi siamo dei pezzi, noi dovremmo concepirci come delle tessere di un mosaico, come dei pezzi di un puzzle. E invece ci concepiamo come delle monadi, come Leibniz. 

Penso semplicemente che 800 anni dopo la morte di San Francesco, dopo aver parlato di piccolezza, forse ecco, quello che ci può aiutare a vivere in modo ancora più evangelico la missione è introdurre un po’ di piccolezza nel nostro essere missionari in due sensi. Da una parte, ecco, non concepire la missione, il volontariato, come usare un po’ gli altri per sentirci buoni e fare qualcosa di buono agli altri, perché evidentemente non può essere questo, no? anche se questa dinamica un po’ c’è quando facciamo del bene e poi soprattutto evitare quello stile un po’ colonialista che abbiamo avuto in passato quello a cui mi riferivo quando parlavo dei social esatto cioè che è andare dagli altri o a fargli la lezione o a dirgli guarda fino fino adesso hai fatto così però ora ti spiego come si fanno veramente le cose no perché abbiamo fatto anche tanti disastri a livello geopolitico, quando siamo andati in alcune terre, in alcune nazioni che non conoscevamo, che non abbiamo avuto la pazienza di ascoltare e di comprendere e gli abbiamo detto da adesso dovete fare così come facciamo noi. Cioè, annunciare il Vangelo non è dire agli altri la verità ce l’ho io e te la do, ma è farsi ospitare dagli altri e provocare negli altri, se possiamo, un sussulto di speranza, contagiarli dell’amore che abbiamo ricevuto da Dio. Fine delle trasmissioni. 

Questo è lo stile missionario secondo il Vangelo, per cui è qualcosa fosse di molto meno militare, potente di quello che abbiamo immaginato e forse qualcosa di molto più possibile proprio a partire da noi. Cioè la prima missionarietà è quella tra di noi. abbiamo pensato di dover portare il Vangelo ai confini della terra in senso geografico. forse lo dobbiamo portare anche in profondità nei nostri rapporti, cioè non soltanto trascinarci a messa insieme, ma far scendere la parola di Gesù dentro le nostre vite, dentro i nostri cuori, con una comprensione profonda. E a proposito di episodi, mi hai fatto venire in mente un episodio molto bello che ho vissuto insieme a tre miei confratelli, no, insieme a due confratelli prima dei voti perpetui. Siccome ci eravamo accorti che la vita francescana non è più come alle origini, no? cioè non si va più scalzi, senza soldi, ma l’abbiamo strutturata un po’ di più. Però volevamo assaporare il gusto dell’andare a fare l’elemosina, cioè dell’andare a bussare nelle case, a farci ospitare. Abbiamo chiesto di poter fare questa cosa per un mese, prima dei voti perpetui. 

Con un po’ di sospetto i nostri formatori ci hanno detto: “Vabbè, fatela, no? Non prendete soldi, andate così all’avventura”. E abbiamo fatto idealmente un cammino da Laverna a Loreto, qui dietro, l’angolo. E guardate, io lo ricordo come il mese più bello della mia vita. Ho finito quel mese dicendo meno, ma meno male che è finito il mese, perché non so quanto avrei potuto continuare a fare quel tipo di vita, cioè dormire per strada, dormire qualche volta in qualche casa. Ma sono stati i momenti più belli di tutta la mia vita francescana. Non perché io ho fatto qualcosa, io non ho fatto quasi niente. Io ho suonato campanelli, ho chiesto cibo, ho chiesto da dormire. Ma ho visto così tante persone rallegrarsi, essere felici di ospitare tre scappati di casa che eravamo io e i miei due confratelli, che mi son detto, certo che generare il bene, la felicità è talmente semplice, cioè perché perché non lo facciamo? Potrebbe essere davvero qualcosa di molto accessibile. È chiaro che non si può fare questo modo, no, di vivere per sempre. Però la dinamica è semplice, cioè è andare verso l’altro. Con un po’ meno invadenza, con un po’ meno potenza e con più voglia di incontrare l’altro. Io mi ricordo che di queste chiacchierate infinite con famiglie soprattutto non credenti, ecco, devo sottolineare questo: la maggior parte delle famiglie che ci ha ospitato non era credente. E per cui abbiamo davvero vissuto tutto un rimescolamento delle carte, uno spostamento dei confini e semplicemente con il coraggio, ecco, di provare ad andare verso l’altro, un po’ disarmato. Io credo che questa sia forse così, la provocazione che tutti ci possiamo portare a casa.” 
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