Vito Mancuso 'Il Cristianesimo così com'è oggi non funziona più'
Intervista di Valentina Paderni al prof. Vito Mancuso su Libertà, quotidiano di Piacenza.
C'è chi lo osteggia e chi ne capisce la profondità di pensiero. È un personaggio divisivo ma di immensa cultura teologica. Così don Umberto Ciullo, parroco di Roveleto descrive il primo ospite della rassegna "Voci dal castello".Si tratta del professor Vito Mancuso: un professionista stimato da tanti, scomodo per tanti altri. Ha pubblicato oltre 30 saggi (almeno uno all'anno), è volto noto in tv, è desiderato in numerosi festival e ha una 'platea' social importante (in oltre 92mila lo seguono su Facebook, in oltre 35mila lo seguono su Instagram). Mancuso è ricercatissimo. Tanto che don Umberto ammette: L'ho rincorso per tre anni. Ora ci siamo, si è creata l'occasione per accoglierlo al castello di Cade, stasera, venerdì, alle 21.
Professore, cos'è una vita in ricerca?
Ricercare vuol dire studiare, confrontarsi, tenere aperta la mente alle diverse tradizioni spirituali. Collegherei la ricerca all'inquietudine e alla contraddizione, al fatto che nella vita umana ci sono una serie di circostanze, persone, cose, eventi che danno gioia e altre che fanno l'operazione contraria. E dall'esporsi senza ideologie di sorta a questa contraddittorietà dell'esistenza che nasce l'inquietudine della ricerca. Mi viene in mente la frase di Pascal "Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato". Se c’è una ricerca è perché c'è la speranza effettiva, che qualche volta diventa anche esperienza, di una pienezza di vita…
Ai perplessi, quelle persone che da un lato si sentono inappagate dall'appartenenza alla tradizione religiosa istituita, quella cattolica, e dall'altro sentono di non voler confluire nella schiera di coloro che arrivano a quell'orizzonte di pensiero che si chiama nichilismo, di sfiducia e negazione totale. Nè l'accettazione tale e quale della dottrina consolidata, che a me e a molti risulta insoddisfacente, né però l'abbandono della ricerca spirituale, della fede, della fiducia. Che infatti nei miei libri sono sempre affermate. Mi rivolgo a questi ricercatori spirituali.
Essere post-cristiani significa essere rimasti senza una religione guida di riferimento?
A volte parlo di post-cristiani, a volte di neo-cristiani. È per dire che il cristianesimo così com'è, come fino ad ora si è presentato, non basta, non funziona più. Ma dall'altro lato non lo abbandono del tutto. Quello che si configura come nuovo cristiano, senza il cristianesimo non sarebbe. Quindi all'interno della proposta teologica spirituale che vado configurando nella mia ricerca, il cristianesimo è parte essenziale, per quanto non sia lo ripeto-tutto e non sia conservato integralmente secondo la tradizione.
La crisi del cristianesimo quali conseguenze può avere per la civiltà occidentale?
Siamo il primo esempio di una società umana senza religione. Perché la religione o è condivisa o non è. Se no è pietà individuale, devozione. Il cristianesimo non ha più quella forza, che ha avuto per secoli, tale da configurare una società. Le conseguenze sono quelle di una società che non è una societas, che non è un insieme di soci. Perché ciò che associa gli esseri umani è la condivisione di ideali forti. Senza questa condivisione gli esseri umani tra loro si ritrovano stranieri morali e spirituali: ciò che per alcuni è un diritto per altri è un delitto, ciò che per alcuni è un dovere per altri è un'imposizione. Siamo frammentati. Ed è per questo che siamo deboli, perché manca coesione.
Il suo ultimo saggio separa in due figure quel Gesù Cristo che la dottrina ci presenta come unica identità. Chi è Gesù?
La distinzione tra Gesù e Cristo non l'ho introdotta io nella cultura. Risale al 1778 con la pubblicazione del settimo frammento del teologo tedesco Hermann Samuel Reimarus. Gesù è un personaggio storico, un ebreo che non aveva nessuna intenzione di uscire dalla sua religione, di fondare una nuova religione, di morire, non si concepiva come l'agnello sacrificale. Si pensava un profeta che annunciava la venuta imminente del regno di Dio e chiamava gli esseri umani alla conversione, al cambiamento della vita. La sua predicazione non era semplicemente spiritualistica, aveva risvolti sociopolitici non indifferenti. Prova ne è stata che i poteri costituiti, sia quello ebraico sia l'impero romano, lo eliminaronо.
E chi è Cristo?
Cristo è la figura che è stata coniata da Pietro e dalla prima comunità cristiana, poi trasmessa a Paolo. Il cui colpo di genio è stato legare Cristo al primo umano, facendolo diventare il secondo Adamo, colui che risolve i problemi dell'umanità che dipendono dal peccato all' origine. Il venir meno dell'integrità della creazione originaria ha posto tutti gli esseri umani in uno stato di inimicizia, lontani da Dio. Per questo c'era bisogno di un sacrificio, che riconciliasse gli esseri umani a Dio Padre e questa è stata la funzione di Cristo. Paolo non parla di Gesù, è interessato solamente all'istituzione dell'Eucarestia in quanto offerta di Sé. Cristo diventa così il fondatore di una nuova religione di redenzione basata sul sacrificio della croce, il cui successo è attestato dalla venuta resurrezione, che non ha più nulla a che fare con l'ebraismo quale religione di osservanza.
Quali sono i punti di incontro tra le diverse culture religiose?
Tutte le religioni si possono unificare a partire dal primato del bene e della giustizia, dalla presenza della famosa regola d'oro: "Non fare agli altri quello che vuoi non sia fatto a te" oppure "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Non è semplicemente una formula etica perché rimanda a una visone del mondo trascendente, dato che se uno guarda il mondo così come non lo trova né buono né giusto. Occorre avere una visione più profonda, mistica, e questo è ciò che accomuna tutte le grandi tradizioni spirituali. Si tratta di continuare il progetto di weltethos (etica mondiale) proposto dal teologo svizzero Hans Küng. Le religioni non si possono unire sulla base della dogmatica. Secondo la visione dogmatica ci sono inconciliabilità totali. Ciò che è il centro del Cristianesimo, cioè la trinità di Dio, è una bestemmia per Ebraismo e Islam.
I dogmi sono dunque da superare?
I dogmi sono indicazioni di qualcosa di più profondo. Bisogna intenderli come segnali per proseguire, non come punti di arrivo. Piuttosto come punti di partenza. Ad esempio, la trinità rimanda alla relazionalità, al fatto che la verità dell'essere è la relazione perché non c'è niente che non sia relazione. Tutto ciò che esiste è risultato di un'aggregazione, anche Dio. L'idea del monoteismo è che, alla fine, tutto è uno, esiste un'unitarietà profonda, radicata, dell'energia, della materia, dell'essere, c'è una coappartenenza originaria. Se uno pensa a queste cose e non le tiene in maniera rigida come punti di arrivo allora anche i dogmi possono aiutare».
Cosa rimane alla religione?
La ricerca teologica è chiamata ad avere coraggio, a ridare con forza una speranza ragionevole all'umanità che ne ha un bisogno enorme in questo momento di crisi etica, morale, economica, ecologica, delle migrazioni, di una politica che è assolutamente incapace di rifarsi agli ideali che c'erano un tempo, dove c'è disgregazione generazionale.
Fino ad ora le religioni hanno pensato che il proprio compito fosse quello di convertire gli esseri umani. Le religioni devono invece convertirsi a qualcosa di più grande che è il mistero di Dio. Già sant'Agostino diceva "Se hai capito, se hai afferrato, se hai carpito, non hai a che fare con Dio". Non si può definire Dio. Dio è sempre al di là. Il compito della teologia è oltrepassare se stessa e approdare alla mistica.
In cosa possiamo sperare?
La nostra vita non è un inganno. Non è una trappola, non è un'assurdità nella quale siamo capitati, dove l'unico senso è sopravvivere e cercare brandelli di divertimento. C'è qualcosa che dà compimento a un'esistenza e questo si chiama bene, giustizia, empatia, solidarietà.
Questi valori supremi non sono un'illusione, sono veramente l'orizzonte ultimo dell'esistenza di un essere umano. E più ti avvicini a queste cose più la tua vita si realizza.
Qual è il senso della Chiesa?
La Chiesa oggi avrebbe una grande potenzialità, perché ha ancora voce. Lo si capisce dall'importanza enorme dei papi a livello geopolitico. Dovrebbe però preoccuparsi meno della ditta e più del bene del mondo. La Chiesa ha una grandissima chance, primo per continuare a parlare di grandi valori umani e secondo per offrire spazi di incontro dove le persone possono tornare a sentirsi fratelli. Quindi: profezia e salvaguardia dell'umano da un lato e offerta di momenti di incontro, di comunità dall'altro. Poi c'è un'altra cosa importante che solo la Chiesa può fare ed è la celebrazione, l'importanza estrema dei riti.
Quale insegnamento le ha lasciato il cardinale Carlo Maria Martini?
I pensieri più importanti sono i metodi, come dice Nietzsche. Martini mi ha lasciato il suo metodo, la lectio divina del reale, non solo intesa come modalità di leggere la Bibbia ma come modalità di leggere la realtà. Che significa avere l'onestà profonda di chi guarda la realtà per quella che è, con disincanto, e al contempo introdurvi quei criteri di speranza, di utopia e di coraggio che sanno fecondarla. Da un lato un'analisi attenta, per cui si vedono le cose per quello che sona, dall'altro non ci si limita a essere ragionieri e a registrare. Una volta che le cose sono così cerco di capire quali sono le parole, i gesti, per far camminare dinamicamente la persona, la coppia, l'azienda, la famiglia, la comunità, la realtà che ho letto, verso il bene.
A chi altro si può far riferimento?
Dal salmo 15: "Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore". I santi non sono solamente quelli del calendario, dove ci sono persone che proprio non mi dicono niente e viceversa persone di grande spiritualità, spessore, sapore, non ci saranno mai. Bonhoeffer per dire, ma anche Etty Hillesum, Simone Weil, Mahatma Gandhi, sono santi che non saranno mai nel calendario. Anche Martini stesso non lo faranno mai santo, nessuno ne parla. L'importante è fare santi tutti i papi. Rosario Livatino, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Giorgio Ambrosoli sono martiri per la giustizia, esempi che fanno capire che l'essere umano non è solamente egoista. Può essere molto di più. Se uno guarda questi uomini e queste donne sente che la vita può avere una missione, può essere qualcosa di più che non un parco giochi.
