Chiara Giaccardi 'Disarmate non docili'
Nell’epoca in cui, dopo la morte di Dio, l’attributo dell’onnipotenza si è trasferito all’essere umano (in particolare al maschio), la parola tende a diventare una vera e propria arma: di attacco, preventivo magari, ancor prima che di difesa.
Non siamo più capaci di dialogare. Da una parte perché non sopportiamo il silenzio, che ci mette davanti a noi stessi prima ancora che davanti all’altro, ed è la condizione necessaria dell’ascolto. Diversamente da quanto sembra ovvio, la prima mossa della comunicazione è l’ascolto, dove il silenzio allestisce lo spazio per l’incontro anziché per lo scontro.
Le donne sono facilitate in questo, perché più allenate ad ascoltare i segnali del proprio corpo, o a percepire quelli della creature che hanno portato o portano in grembo. E questo non è un discorso “essenzialista” ma semplicemente “situato”, dato che esistiamo nel corpo.
La seconda ragione dipende dall’individualismo radicale, questa astrazione (nel senso letterale, che ci “tira fuori” dalle relazioni che ci costituiscono) di cui è imbevuta la cultura, o meglio l’ideologia dominante. Dove persino la scienza, dalla biologia alla fisica quantistica, ci dice che tutto è connesso, noi continuiamo a pensare, persino la nostra libertà, in termini di separazione: e, quel che è peggio, in termini di sovranità dell’io. Nonostante persino Hannah Arendt avesse dichiarato che il più grande errore della filosofia politica è stato sovrapporre libertà e sovranità, noi continuiamo a pensare in questi termini doppiamente fallaci: l’io, individuo separato, è sovrano. Ma il linguaggio della sovranità è la guerra, lo scontro tra sovranità appunto. E questo tanto a livello delle relazioni interpersonali quanto in quello della geopolitica. Dentro questa cornice il dialogo non può che essere polarizzato, bellico, finalizzato a distruggere o delegittimare l’altro anziché a comprenderlo. Oggi, con il digitale, pensiamo che possa essere l’intelligenza artificiale a risolvere le controversie, dato che non siamo più capaci di metterci d’accordo. Si avvera il sogno del filosofo e matematico Leibniz, che ancora all’inizio del ‘700 dichiarava «verrà un giorno in cui non diremo più “discutiamo”, ma “calcoliamo”!». E infatti Google ha inventato la “macchina di Habermas”, dal nome del grande filosofo appena scomparso che ha dedicato la sua opera allo studio della razionalità comunicativa; e non sarebbe affatto contento di vedere che ciò che abbiamo di più propriamente umano viene delegato a un dispositivo.
Dobbiamo rassegnarci? Assolutamente no. Da dove ripartire? Le parole disarmate possono essere un buon inizio.
Il disarmo non è mai un resa ma una sovversione dello schema azione/reazione, destinato a un’escalation che lascia sempre sul campo morti e feriti. È la proposta, incarnata in un gesto e non solo in un programma, che inaugura una cornice relazionale nuova. Ci vuole coraggio per rifiutare le armi.
Ma anche senso del limite, senza il quale i deliri di onnipotenza dilagano coi loro effetti nefasti. Perché l’io sovrano onnipotente non può che essere violento.
La parola più disarmata di tutte è la preghiera. Che nasce proprio, come rivela la radice stessa della parola, dal nostro senso di precarietà, dalla non autosufficienza, dal senso della nostra fragilità, dal bisogno non tanto di chiedere quanto di affidarsi. E magari anche semplicemente di ringraziare: pensiamo al canto del Magnificat e alla potenza che scaturisce non dalla forza ma dalla “deponenza”, dall’accettazione del proprio limite che si accompagna però a un atteggiamento di attiva disponibilità e responsabilità.
Perché tra la protervia della potenza e l’angoscia dell’impotenza c’è una terza via che rifiuta ogni dualismo: quella della deponenza, appunto. Una forma presa dalla lingua latina, dove alcuni verbi (guarda caso quelli esistenzialmente più rilevanti: nascor, morior, experior, loquor…) hanno forma passiva e significato attivo, a indicare l’impasto imprescindibile di attività e passività, scelta e accoglienza che caratterizza la nostra vita di umani. La parola disarmata è deponente.
Disarmo non è docilità, accettazione supina, ma capacità di agire altrimenti, di rompere lo schema della prevaricazione. Disarmo è inginocchiarsi davanti ai soldati armati e pronti a sparare. Un gesto che non è di sfida, ma di invito ad abbandonare la violenza, sacralizzando il valore della vita, a costo di perderla.
Disarmata è la parola poetica che, come scrive il poeta Mahmud Darwish, dice la verità senza proclamarla. Senza imporla, senza pretendere di possederla.
Disarmata è la parola che accetta una parte di opacità e di mistero, che preferisce alludere piuttosto che definire, che riconosce che c’è sempre dell’altro oltre a quello che riusciamo a dire. Oggi il linguaggio, scimmiottando quello della scienza, pretende invece di. possedere la realtà nella trasparenza, nel dominio di ciò che per definizione sfugge sempre. L’ideale del linguaggio oggi è la datificazione, la traduzione (e riduzione) di tutto ciò che esiste in un linguaggio che consente di controllare e manipolare la realtà (e le persone).
La parola disarmata è quella della speranza, che non dice «andrà tutto bene», ma «vale la pena impegnarsi», dire sì, a prescindere dal risultato.
La parola disarmata sboccia solo sul terreno della fraternità e della sorellanza. Dalla consapevolezza che siamo tutti in relazione e che «Ogni parola che diamo al mondo / si scrive sulla carne di qualcuno» (Francesca Mannocchi).
La parola disarmata disarma, invita ad abbandonare lo scontro per abbracciare l’incontro, e lo fa dando l’esempio, correndo il rischio, rendendo sacro il gesto e ciò che lo motiva.
Sono parole disarmate quelle di Simone Weil, di Madeleine Delbrel, di Etty Hillesum ma anche di Margherita Guidacci, Mariangela Gualtieri, Chandra Livia Candiani e tante altre donne che hanno colto l’essenziale e lo hanno offerto in parole che toccano il cuore.
La parola disarmata mette a nudo la violenza di chi ha bisogno delle armi per imporsi, ma lo fa rifiutando lo schema vincitori e vinti, per indicare la via della comune umanità.
