Massimo Recalcati "Né chiocce né coccodrilli: la lezione delle mamme!
Spesso, in psicoanalisi, è stata descritta come patologica. Invece la madre resta una figura insostituibile.
La festa che celebra la madre sembra oggi divenuta un rituale destinato lentamente ad esaurirsi. E sarebbe del tutto inutile richiamare nostalgicamente il passato. Dovremmo invece provare a ripensare la figura della madre, restituendo ad essa tutta la sua rilevanza. La letteratura psicoanalitica ne ha per lo più fornito un ritratto patologico.
Un bestiario variopinto l’ha descritta come una sciagura da evitare come la peste: la
madre chioccia o coccodrillo, piovra o vampiro, è la madre che invade abusivamente
la vita del figlio rifiutando la sua perdita, è, nel linguaggio freudiano ma anche
junghiano, la madre divorante che anziché separarsi dal suo frutto lo assorbe in modo
cannibalico. Ma questa versione tentacolare della madre – di cui ancora oggi la clinica
offre numerosi esempi – può essere solo la versione patologica del materno. Alla quale
andrebbe aggiunta la figura della madre morta o fredda come rovescio di quella
divorante, ovvero della madre che abbandona i propri figli facendosi assente.
Bisognerebbe provare, però, ad essere più giusti con la madre e, dunque, a non evocare
solo la sua onnipotenza devastatrice, ma anche il suo essere una figura insostituibile
della cura. Il figlio, diceva in una struggente poesia Rainer Maria Rilke, è come rugiada
che necessita di una pianta per sostenersi. E questa pianta sarebbe, appunto, la madre.
Al di là della sua identità biologica, bisognerebbe innanzitutto ricordare che l’essere
madre non coincide affatto con l’essere la genitrice del figlio. Essere madre non è un
dato della natura ma una esperienza che consiste non tanto nel generare la vita ma nel
prendersene cura autenticamente. In questo senso Françoise Dolto ricordava che ogni
madre è nel suo fondo sempre adottiva, nel senso che ciò che la rende tale non è la
continuità biologica con il figlio ma, appunto, il suo atto di cura. Si potrebbe allora più
radicalmente dire, superando anche l’identificazione del materno con un solo
determinato sesso, che c’è madre ogni volta che c’è atto di cura o, se si preferisce, che
ogni atto di cura si rivela, nella sua radice, profondamente materno.
Ma in cosa consisterebbe un atto di cura? La risposta a questa domanda ci conduce a
vedere come la lezione della madre vada ben al di là del bestiario nel quale invece la si
vorrebbe imprigionare. L’atto di cura materno consiste innanzitutto nel riconoscere la
differenza sostanziale che distingue il nome dal numero. Agli occhi di una madre,
infatti, ogni figlio è figlio unico ma non nell’ordine del numero. È figlio unico perché
è figlio insostituibile e incomparabile. La logica che ispira la cura materna non è mai
quella del generale ma quella del particolare. In questo senso Lacan ricordava che
l’amore materno è sempre amore per il nome. È amore per la differenza dell’altro che
rifiuta o guarda con giusto sospetto ogni generalizzazione. La lezione della madre ci
ricorda, in altre parole, che l’amore che cura non può mai essere amore per la vita in
generale ma solo amore per l’uno per uno, per il figlio in quanto unico, per il suo nome
più proprio. La sua cura, dunque, non potrà mai essere procedurale, protocollare, non
sarà mai anonima, impersonale, ma sempre particolareggiata. In questo senso la lezione
materna dovrebbe risuonare anche nella nostra vita civile e politica, che molto spesso
invece dà prova di incuria, ovvero di confondere anziché distinguere il nome dal
numero.
Quando ci sentiamo trattati male se non nel momento in cui il nostro nome viene
scambiato per un numero? È il rischio dell’azione politica che molto spesso ragiona
attraverso i numeri e non attraverso i nomi. Se solo si pensa alla guerra come al
fenomeno più radicale dell’incuria si vede bene come essa contraddica radicalmente il
codice materno. Se quest’ultimo, prendendosi cura dell’uno per uno, rende la vita
insacrificabile, degna di essere considerata, come ricordava con forza papa Francesco,
«immensamente sacra», la politica può al contrario fare del sacrificio del particolare la
sua ideologia di fondo. Le singole vite non valgono nulla in rapporto alla necessità
generale. Diversamente il magistero della madre ci ricorda che nessuno è proprietario
della vita del figlio, nemmeno chi l’ha generata o l’ha adottata. Anzi, quello che la
maternità mostra è l’esistenza di una ospitalità – accogliere nel proprio corpo la vita
del figlio – che rinuncia ad ogni diritto di proprietà.
È quello che vediamo in questi bei mesi di primavera nei giardini pubblici quando
incontriamo madri che insegnano ai loro bambini a camminare. Gesto apparentemente
semplice ma che porta con sé tutta la lezione del materno: a te che sei stato sangue del
mio sangue, viscere nelle mie viscere, insegno a camminare, ad allontanarti da me, ad
intraprendere la tua vita. È il nucleo più profondo del grande racconto biblico del re
Salomone. Il suo noto stratagemma della spada svela che la vera madre non è quella
che reclama il figlio come una sua proprietà, ma è quella che è disposta a perderlo, a
rinunciare ad ogni proprietà, purché a quel figlio sia salvata la vita.
Fonte: La Repubblica
