Massimo Recalcati "Il pericoloso ritorno dei padri despoti"
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12 Febbraio 2026
In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.
La dissoluzione
dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un
disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli
stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma
l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è
animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di
provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in
Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al
suo rimpianto nostalgico.
Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale
indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza
veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna
non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione
della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua
caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin
e da Freud.
Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre
che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma
di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si
vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica
del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro
quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola
forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong-
un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che
rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso
a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano
la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano
sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva
dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse,
dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione.
La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma
del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale.
Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza
di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento
incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura
freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità
scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle
riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una
Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo
sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il
rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto
un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla
crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia
generata dall’evaporazione del padre simbolico.
Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle
milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare
degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden
o, più recentemente, con i coniugi Obama.
Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva
nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del
Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale,
il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge
simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza
scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono
per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di
Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato
disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al
disorientamento collettivo.
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