Dobbiamo educare i ragazzi valorizzando la loro unicità
Oggi l’ossessione per la performance induce all’omologazione. Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura, ma quando impariamo a coltivarla.
2 agosto 2026
Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una
maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità
dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il
paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione
botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella
moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta
contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che
come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un
difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la
sua forma oppure una materia grezza da plasmare?
Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da
diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia
vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il
discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra
ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri
efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una
pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito
dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare
che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di
conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato.
Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello
propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere
un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del
dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il
cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da
eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa
prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il
piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi
irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico.
Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non
l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre
duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto
non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo
di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un
bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali
coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare
l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli
psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di
aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini.
L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio
malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe
una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della
vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario,
il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio.
Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è
proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre
che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio
condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo.
La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella
possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima.
È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando
eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando
comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare
una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra
colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite
storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata,
diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta.
L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre
proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più
orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più
resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha
rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri
umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di
convertire la propria stortura in una vocazione feconda.
