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Leonardo Becchetti "Così i social stanno sabotando la democrazia, un clic alla volta"


Il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone, così gli algoritmi premiano chi litiga. Per questo dobbiamo regolamentare e rendere trasparenti le formule delle piattaforme digitali.

C’è una cosa che dobbiamo fare, se vogliamo salvare la democrazia. E dobbiamo farla subito: regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Le agorà digitali sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani. Da anni molti di noi sperimentano, quasi “a pelle”, che il terreno di gioco è truccato. Ma fino a oggi mancavano prove chiare. 
Il caso emblematico è Twitter, oggi X. Chi lo frequenta sa bene che un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito – like, commenti, repost – di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti. Perché succede? La logica economica è semplice. I proprietari della piattaforma puntano al massimo profitto, che dipende dalla capacità di catturare l’attenzione. Più attenzione significa più tempo speso online, più contatti, maggiori entrate pubblicitarie. E il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone. È un vecchio trucco già visto nei talk show televisivi, dove lo scontro era messo in scena alla luce del sole. 
Negli algoritmi, invece, tutto è più subdolo. C’è qualcuno – o meglio qualcosa – che decide se il tuo post va in “prima pagina”, viene messo nel dimenticatoio o invece fatto leggere come primo post a chi già sappiamo reagirà con rabbia perché di idee opposte. E ci sono infinite strade per manipolare i consensi premiando chi semina zizzania, livore e conflitto. 

Oggi sappiamo ancora meglio come questo esattamente accade. Il proprietario di X ha reso nota la formula che valuta i post in base alla loro capacità di generare engagement, cioè coinvolgimento. Apparentemente è un criterio neutro: si mostra ciò che “interessa”. Ma quando la metrica principale diventa la quantità di interazioni, i contenuti polarizzanti e aggressivi vengono premiati, perché generano reazioni più immediate e intense. 
Non è necessario che la piattaforma “voglia” esplicitamente più rabbia: è sufficiente che premi l’engagement, perché la rabbia è una delle forme più efficienti di cattura dell’attenzione. I modi in cui questo avvelena la democrazia sono almeno due. 
Primo: i violenti e gli arrabbiati prevalgono su chi vuole promuovere dialogo, riflessione e conciliazione. 
Secondo: le persone alla ricerca di consenso, progressivamente, si trasformano. Si accorgono che la rabbia “funziona” e finiscono per adottarla. 

Un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali fondamentali
Richiama l’art. 21, perché la libertà di espressione non è solo “poter parlare”, ma anche poter partecipare a un dibattito pubblico non strutturalmente distorto da meccanismi opachi di visibilità. 
Interroga l’art. 3, perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica premiando chi urla e marginalizzando chi argomenta. 
Tocca l’art. 2, perché un ambiente progettato per incentivare ostilità e disprezzo erode solidarietà e legami sociali. 
Riguarda l’art. 1, perché la sovranità popolare richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata. 
Infine chiama in causa l’art. 41, perché l’iniziativa economica privata non può svolgersi contro dignità umana e utilità sociale, fondando così un dovere pubblico di regolazione e trasparenza. I social sono uno strumento straordinario (lo Speaker’s Corner globale) e non dobbiamo gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’epoca del Far west deve finire. 
Piattaforme più sane – dove la discussione non sia sistematicamente premiata quando diventa insulto e disprezzo – devono diventare la regola e non l’eccezione. 

Qualcosa si muove. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato un pacchetto di misure che va nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione, e un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. E, aggiungiamo noi, identità di chi scrive e interventi severi di antitrust che eliminano le barriere all’entrata di quasi monopoli creando una concorrenza tra più piattaforme su basi eguali. 
Nel mondo occidentale i reiterati appelli al liberalismo, alla concorrenza e al mercato stranamente si fanno silenti quando i nodi da affrontare sono più importanti e su terreni delicati come questo. La trasparenza degli algoritmi e l’eventuale intervento in caso di incostituzionalità è fondamentale, beninteso, non per eliminare il confronto anche aspro ed accesso tra idee diverse nella nostra vita sociale. Il punto è che contrasto franco di idee, da una parte, e tentativi di trovare punti d’incontro e di promuovere armonia e concordia, dall’altra, devono poter gareggiare ad armi pari. Se al contrario l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. 
Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona. E nessuna società può restare libera a lungo se l’arena pubblica viene progettata per renderci ogni giorno un po’ più arrabbiati. 

Fonte: Avvenire


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