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Enzo Bianchi "Una Chiesa senza muri"

La Repubblica 
  19 agosto 2024
per gentile concessione dell’autore. 

La nostra è un’epoca di profondi mutamenti non solo nel mondo ma anche nella chiesa e in particolar modo nelle chiese d’occidente.

Mutamenti vistosi sui quali si attardano a riflettere sociologi e teologi, ma ci sono anche mutamenti meno vistosi, quasi sotterranei, che però sono molto importanti per il futuro della fede cristiana. La morte del pastore Paolo Ricca, grande teologo nel panorama del cristianesimo italiano, è stata l’occasione nella quale è emersa una metamorfosi da lui stesso confessata nella sua vita, ma anche verità sentita da alcuni credenti (sempre più numerosi!) come una verità che non possono rinnegare. 

Paolo Ricca, che ho conosciuto sessant’anni fa a Torino invitandolo a leggere la Bibbia ad un gruppo di universitari, era un pastore con una identità valdese di cui andava fiero e che sottolineava fermamente. Ciò che già allora intravedevo in lui era la saldezza nella fede e quel suo voler essere servo della parola di Dio quando la predicava e nella sua vita ordinaria. Da discepolo di Karl Barth e Oscar Cullmann sapeva sottolineare la “differenza protestante” rispetto alle altre confessioni cristiane e la chiarezza dell’unica rivelazione e dell’unica Parola rispetto alle altre religioni. 


Tuttavia, negli ultimi tempi dava testimonianza di un cammino umano e cristiano percorso grazie soprattutto l’ecumenismo praticato con convinzione per un’intera vita. Paolo si rammaricava con me che ormai l’ecumenismo delle chiese non ricercava più l’unità della fede in una chiesa plurale, ma si era appiattito fino ad accettare la divisione oggi esistente, praticando solo una pace e un riconoscimento reciproco. Probabilmente per questa deriva, osava dichiarare che, nato valdese, ora verso la fine della vita sperava di diventare cristiano grazie al perdono di Dio. Certo, lui sognava e continuava a proporre l’unica tavola eucaristica per tutti i cristiani, perché credeva fermamente che l’unità della chiesa si fa attorno alla fede in Cristo e alla celebrazione dell’eucaristia. 


Egli dichiarava anche che la chiesa nella quale si riconosceva era quella di cristiani che non conoscono i muri confessionali ma che credono in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato fino alla morte e alla resurrezione: una chiesa invisibile perché non innalza i muri ma reale e sperimentabile. Sì, proprio l’esodo dalla propria confessione cristiana mai rinnegata a questa “chiesa” che trascende le confessioni è un esodo che ormai compiono tanti cristiani. Se interrogati sulla loro fede non si dicono cattolici, ortodossi o protestanti ma cristiani e nella consapevolezza di essere “cristiani in divenire”. Non rinnegano la chiesa che li ha generati a Cristo ma vivono un’appartenenza più ampia. Come Paolo Ricca, come fr. Roger Schutz priore di Taizé che mai si convertì al cattolicesimo come molti desideravano, e non rinnegò la sua origine riformata ma si sentiva appartenete a una comunione cristiana più estesa. 


Ormai ci sono cattolici che morendo si dicono anche ortodossi e tanti cattolici che soprattutto non vedendo la riforma della loro chiesa hanno fiducia di appartenere a questa comunione che trae forza dalla parola di Dio. Paolo Ricca è stato un cristiano esemplare per i nostri tempi, un testimone della santità ecumenica che ha intrapreso una metamorfosi che sta forgiando una nuova figura di cristiano. Quando lo abbiamo ascoltato alcuni mesi fa nella basilica di San Pietro a Roma, primo protestante che ha predicato sotto quelle volte, abbiamo avuto un saggio della sua personalità di cristiano ecumenico che respira da discepolo di Cristo sotto il primato della Parola.





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