Sabino Chialà: «Bose oltre le sue fragilità. È il tempo della ripresa»

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Intervista al nuovo priore del monastero di Bose, fr. Sabino Chialà
  Avvenire venerdì 18 febbraio 2022

Sul caso Enzo Bianchi non è stata detta ancora l’ultima parola, ma la comunità di Bose vuole lasciarsi alle spalle la burrasca e ripartire per tornare ad essere un sicuro approdo spirituale, mettendo al centro le indicazioni di papa Francesco: vita fraterna nella carità, testimonianza di ricerca della radicalità evangelica nella preghiera, nel lavoro e nell’ospitalità. Lo conferma il nuovo priore, fratel Sabino Chialà, nella sua prima intervista dopo aver assunto l’incarico.

Fratel Sabino, tra i tanti problemi che dovrà affrontare per ridare slancio alla comunità dopo questi anni difficili, quali sono i primi tre annotati nella sua agenda?
Le priorità sono sempre le stesse. Solo che nei tempi di crisi le vediamo con maggior chiarezza e urgenza. Questo è il lato positivo della crisi che, appunto, se vissuta in uno spirito evangelico, è occasione di ricominciamento. Ad ogni modo, quelle che ritengo le prime tre urgenze per questo nostro tempo sono: continuare a prendersi cura di fratelli e sorelle con cui abbiamo vissuto un tempo di grande sofferenza; non stancarsi di riandare alla Parola di Dio come alla fonte ispiratrice di ogni nostro pensare, parlare e agire; ridirci le ragioni della nostra sequela del Signore nella vita monastica, secondo la forma di Bose.

Ma crede che il “modello Bose” abbia necessità di una revisione? E in quale direzione?
Più che di “modello” preferisco parlare di “forma”. La vita monastica è una sorta di grande fiume che – a seconda dei momenti, dei luoghi e delle persone – ha assunto configurazioni diverse. Bose ha tentato e tanta ancora di vivere quell’ispirazione – che in sé è unica e, al contempo, diversificata – nel suo contesto proprio, nella sua storia, che però non è una realtà statica, ma è dinamica. Se la Chiesa è semper reformanda, lo sono anche le sue diverse espressioni. E fra queste l’esperienza monastica in modo particolare, perché estremamente fragile. Forse la più fragile delle forme di vita cristiana. Noi a Bose, in maniera sempre crescente, abbiamo misurato la drammaticità di questa fragilità e ora abbiamo bisogno di affrontarla in tutta la sua complessità. Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, credo che non sia tanto una revisione del “modello”, quanto innanzitutto una verifica del “vissuto”.

Nella lettera indirizzata alla vostra comunità nell’aprile scorso, il Papa sollecitava «a perseverare nell’intuizione iniziale» di una vita fraterna nella carità e di una testimonianza di ricerca della radicalità evangelica nella preghiera, nel lavoro e nell’ospitalità. Ecco, quell’intuizione iniziale è ancora un punto di riferimento importante o andrebbe riformulata?
Le riformulazioni non fanno mai male, anzi sono necessarie, perché le nostre parole sono sempre insufficienti per dire anche le intuizioni più alte. E poi riformulare significa fissare lo sguardo su ciò che è essenziale, senza idolatrare neppure le nostre forme. Credo dunque che l’intuizione iniziale mostri la sua fecondità proprio nella misura in cui è capace di lasciarsi ri-dire. Ma gli elementi che il Papa ha evocato restano i punti cardine.

Nello stesso scritto papa Francesco sottolineava la «dimensione ecumenica che vi caratterizza e il vostro anelito operoso per l’unità dei cristiani» che «sono tesoro prezioso che la Chiesa vuole custodire, vegliando sulla sua autenticità e fecondità». Ecco, a suo parere, come dovrebbe essere ripensato l’impegno ecumenico di Bose proprio nella direzione dell’autenticità e della fecondità?
Per Bose l’ecumenismo prima che un “impegno” è stato e resta una dimensione della vita. La configurazione ecumenica della nostra comunità e la frequentazione di cristiani appartenenti alle diverse confessioni hanno plasmato e ancora plasmano il nostro quotidiano. A mio avviso si tratta di continuare su questa strada che papa Francesco ha incoraggiato, proprio in quella lettera in cui per la prima volta Bose viene riconosciuta, dalla Chiesa cattolica, come una comunità ecumenica. Questo è un punto di non ritorno.

Vita consacrata e vocazioni. Non è un mistero per nessuno, né problema di questi ultimi anni la crisi di tutte le decisioni che comportano impegni a “tempo indeterminato”. Perché un giovane oggi dovrebbe essere attratto dal carisma di Bose?
Per un monaco o una monaca rispondere al “perché” della sua vocazione è più difficile che per altri. Ogni volta che si definisce il carisma monastico si rischiano pericolose semplificazioni. E il “carisma di Bose”, che si vorrebbe una particolare interpretazione di quello monastico, si confronta con la medesima difficoltà. Ciò che si può dire a parole per descriverlo non è mai l’essenziale, sono solo epifenomeni, che peraltro non sono assicurati per sempre. Sarei tentato di risponderle che un giovane potrebbe essere attratto dalla centralità che cerchiamo di riservare alla Parola di Dio, dalla dimensione mista ed ecumenica della nostra comunità, dalla sua apertura alle fatiche e alle speranze dei nostri contemporanei. Ma ogni risposta resta insufficiente. Si è attratti da qualcosa di inspiegabile e chi ne è alla ricerca lo percepisce in un luogo e non in un altro.

Pur senza entrare nel merito della vicenda che vi ha profondamente addolorato, sarebbe strano che fingessimo di ignorare la burrasca di questi ultimi due anni. Nel giugno 2020, a un mese dal decreto della Segreteria di Stato, la vostra comunità diffuse una lettera per spiegare l’accaduto. Tra l’altro avete scritto: «Non siamo migliori; il Divisore non ci ha risparmiato e noi non abbiamo saputo fronteggiarlo con sufficiente fede, speranza e carità». Se lei dovesse scrivere oggi un testo per spiegare l’accaduto, che cosa aggiungerebbe?
Di parole ne sono state dette troppe e spesso a sproposito. Purtroppo l’eccessiva esposizione mediatica che il “caso Bose” ha conosciuto non ha giovato. Non vorrei dunque alimentare ulteriormente questo male che si è aggiunto al male. Devo confessarle che sono stato anche tentato di declinare l’invito a rilasciare questa intervista, seguendo l’esempio di fratel Luciano Manicardi, che ha guidato la comunità prima di me e che ha sapientemente mantenuto il silenzio. Alla fine ho accettato, ma credo che queste poche parole, forse deludenti per qualcuno, possano bastare. La sola cosa che mi sentirei di aggiungere è che abbiamo preso coscienza della nostra fragilità, che cerchiamo di vivere questo momento come un tempo di grazia, di purificazione e conversione, di ripresa di vita, di riscoperta del dono di Dio, di rimotivazione della nostra vocazione, di nuova gioia di vivere insieme, nella forma che ci è propria, di uomini e donne e di cristiani appartenenti a Chiese diverse.

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