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Enzo Bianchi Aria di apocalisse per le caste religiose

Jesus - Rubrica La bisaccia del mendicante - Novembre 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Viviamo un tempo di "apocalissi". Lo ripeto sovente perché vedo veli che si alzano (questo il significato di «apocalisse») su realtà coperte da nebbia, non evidenti e a volte anche non gradite.

Così oggi ci accorgiamo molto più di ieri dell'ipocrisia religiosa dominante, di quell'abitudine propria a molti pastori a «dire e non fare». Fino a non molto tempo fa la riverenza verso chiunque avesse autorità nella Chiesa e nella società impediva questo sguardo realistico, sicché risultava più facile apparire diversi e migliori di quanto si fosse in realtà. È vero che oggi papa Francesco osa parole inaudite nel denunciare i peccati della Curia romana, nel delineare il ritratto del vescovo infedele e nello stigmatizzare i cattivi ministri della Chiesa. Ma il successore di Pietro non fa altro che parafrasare le parole usate da Gesù verso le autorità religiose e politiche del suo tempo. Quanto Gesù si mostrava mite, tenero e pieno di compassione per il popolo, i poveri, i peccatori manifesti, gli scarti della società, tanto si mostrava duro ed esigente con quelli che "contano" in questo mondo.
Mitissimo, Gesù aveva però dato della «volpe» (Lc 13,32) a Erode, che lo voleva far perire come aveva fatto con il Battista, e aveva indirizzato a sacerdoti e guide religiose di Israele una serie di «guai a voi!», rivolgendo loro accuse gravissime: «In nome della vostra tradizione voi annullate la parola di Dio» (Mt 19,6), «Voi non conoscete la Scrittura né la potenza di Dio» (Mt 22,29), «Guai a voi che chiudete agli uomini il regno dei cieli!» (Mt 23,13).
Gesù, venuto a proclamare la misericordia di Dio per tutti, si è tuttavia mostrato irato contro i pastori. Perché tanta durezza? È la stessa durezza che ritroviamo nei profeti, soprattutto Geremia ed Ezechiele (cf. Ger 23; Ez 34), una durezza suscitata dal fatto che proprio quelli che Dio aveva voluto come pastori del suo popolo sovente pascevano se stessi, fino a opprimere le pecore o ad abbandonarle in preda a chi le minacciava. Ecco le ragioni di una critica così radicale che ancora oggi ci sconvolge. In realtà in tutte le religioni c'è brama di potere da parte di chi è incaricato di guidare gli altri, c'è la tentazione dell'autocelebrazione e dell'autoreferenzialità, del non ascolto dei poveri. Nelle religioni si annida un lievito, un fermento nascosto ma efficace di cui ci si rende conto sempre troppo tardi: un fermento all'opera in quelle che sono ritenute autorità e perciò parlano a voce alta di un Dio che non hanno mai ascoltato né si sono mai premurati di mettere in pratica le cose buone che Dio ha messo loro in bocca. In ogni religione e in ogni epoca esistono persone che
sentono come loro compito proclamare con rigore inflessibile la volontà di Dio e la sua legge e che per questo passano la vita a spiare il peccato degli altri, senza mai vedere la sofferenza del loro prossimo; persone certe della legge, con i suoi obblighi e i suoi pesi, pesi che impongono agli altri senza muoverli nemmeno con un dito; persone venerate e, dunque, mai criticabili; persone molto attente a nascondere le proprie debolezze e peccati; persone che si ritengono "padrone" degli altri e, per questo, si considerano una casta esente dal duro mestiere di vivere, convinte come sono di rappresentare una Chiesa destinata a reggere il mondo secondo la logica della mondanità.
Sì, nonostante il rinnovamento voluto dal Concilio, nonostante l'umile servizio di molti pastori, nonostante le ammonizioni severe di Benedetto XVI e di Francesco, i "guai" pronunciati da Gesù restano ancora attuali. E possono e devono essere pronunciati ancora oggi, anche se a caro prezzo.
Non dimentichiamoci che, se Gesù è stato condannato dal potere imperiale ma soprattutto dai pastori del suo popolo, è stato proprio a causa della parresía di questa denuncia.

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