Enzo Bianchi 'La grazia passa dalle nostre ferite'
Famiglia Cristiana - 1 novembre 2026
di Enzo Bianchi
Molto addolorati per la morte di fratel Enzo Bianchi, pubblichiamo, anche per onorarne la memoria, le puntate che ci aveva inviato prima della sua dipartita.
Le cadute diventano occasione per riconoscere la fragilità umana e aprirci a Dio.
Nella nostra vita prima o poi scopriamo di essere deboli, soprattutto scopriamo di non saper resistere alla seduzione di molti idoli che appaiono nel nostro quotidiano orizzonte. Così, nonostante la lotta che siamo decisi a compiere contro le tentazioni, cadiamo nel peccato, ovvero nella contraddizione all’amore, alla comunione con gli altri e, di conseguenza, con Dio. Caduta, anzi cadute ripetute…
Gregorio Magno, meditando sulla debolezza umana, osa dire che, se la grazia non ci venisse a mancare mai, finiremmo per pensare che il bene che facciamo viene da noi stessi. Per questo la grazia si ritira, la tentazione ci assale con forza fino ad affaticarci, e noi cadiamo.
Conosciamo allora il bruciore della colpa, ma questo è salutare – dice ancora Gregorio – perché impariamo così a conoscere la nostra debolezza e il nostro animo presuntuoso. Chi si sente innalzato perché fa il bene, è abbassato, reso umile dalla colpa!
Lo stesso Gregorio arriva addirittura a dire, con molta audacia, che soprattutto i peccati impuri sono sovente un rimedio all’orgoglio: «Chi si esalta attraverso l’orgoglio interiormente, esteriormente è colpito dall’impurità della lussuria. Una ferita visibile segue una colpa segreta!» (Commento morale a Giobbe XXVI,28). E Giovanni Paolo I si è spinto fino ad affermare, anche lui con molta audacia: «Il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili» (Udienza generale del mercoledì, 6 settembre 1978).
Sì, solo nella debolezza accolta, nell’umiliazione da cui nasce umiltà, sappiamo cedere alla grazia.
