Enzo Bianchi: innamorato di Dio, della ricerca di Dio
Intervista ad Arrigo Miglio
a cura di Mario Girau
1° ottobre 2026
«Leader tenace, appassionato di monachesimo, di Bibbia, di liturgia, di ecumenismo, ma anche di
ristrutturazioni e di nuovi progetti, con una curiosità culturale incredibile, specialmente in ambito
biblico e monastico, dall’occidente all’oriente. Così poi l’ho conosciuto sempre, fino alla fine.
Innamorato di Dio, della ricerca di Dio, con un feeling istintivo verso tutti coloro che sono in
ricerca». Ecco l’identikit di fratel Enzo Bianchi tracciato dal cardinale Arrigo Miglio, amico per
oltre mezzo secolo dell’ex priore di Bose, recentemente scomparso. « L’ho incontrato fin dagli inizi
della sua storica comunità, negli ultimi anni ’60. Tra me e lui un solo anno di differenza di età,
storie personali che, lo scoprimmo in seguito, avevano - dice il cardinale di casa in Sardegna,
soprattutto a Iglesias - alcuni punti comuni importanti, ma allora eravamo io seminarista e poi
giovane prete, studente a Roma, e lui giovane universitario studente a Torino».
Erano gli anni del Concilio e del primo post Concilio, in una Torino e in un Piemonte ricchi di
fermenti e di entusiasmi suscitati dal grande evento. «A Ivrea - mia diocesi di origine, dice il
cardinale - il vescovo Albino Mensa tornava spesso da Roma e ci aggiornava con passione sul
dibattito conciliare. A Torino dal ’65 era arcivescovo Michele Pellegrino, un riferimento per tutti;
nel ’67 a Ivrea arrivò Luigi Bettazzi, dopo che Mensa fu nominato arcivescovo di Vercelli. Bastano
già questi nomi per richiamare il clima ecclesiale in cui anche il giovane Enzo Bianchi maturò una
vocazione che si manifestò progressivamente nei ricchi sviluppi che poi abbiamo conosciuto». Bose
è una frazione del comune di Magnano (Biella) ai confini con Ivrea. «Era stata una scoperta fatta -
ricorda l’arcivescovo emerito di Cagliari - da alcuni preti di Biella, Vercelli e Ivrea, legati alla
fraternità Jesus Caritas, quando nel ’64 la Route Internazionale di Pax Cristi (era presidente per
l’Italia il vescovo Carlo Rossi di Biella) attraversò le nostre zone per confluire ad Oropa: ricordo
bene sia la Route sia i preti citati che si ritrovavano a Bose per momenti di silenzio e di preghiera,
in un vecchio cascinale riadattato alla meglio. Lì cominciarono ad arrivare anche giovani laici di
Torino, tra cui Enzo Bianchi, che si innamorò dell’eremo e man mano lo fece diventare la casa per il
primo nucleo della comunità monastica laica che da Bose prese il nome».
Il messaggio cristiano proposto da fratel Enzo era coinvolgente. Dio c’è per tutti, non fa
preferenze per nessuno.
«Stavamo passando da una visione di Chiesa vista come la casa dove bisognava entrare per essere
salvi alla Chiesa sempre più sale e lievito di cui parla il Vangelo, che riscopriva e annunciava il
volto di un Padre che ama tutti, che per tutti ha dato il suo Figlio Gesù e che per tutti ha vie di
salvezza che Lui solo conosce, anche per chi non ha ancora conosciuto o accolto Gesù. E gli eretici
e scismatici erano diventati i Fratelli separati, ma pur sempre fratelli, anzitutto per il battesimo comune».
«Per quanto ricordo, anche il suo impegno ecumenico è cresciuto in quegli anni, con la conoscenza
dei documenti conciliari. Lui stesso ricordava che quando era ragazzo al suo paese, e arrivavano i
pastori valdesi a diffondere la Bibbia, lui con altri ragazzi venivano spediti di corsa ad avvisare la
gente che non aprisse. Io stesso posso confermare questa prassi. Ma nel ’40 era nata la comunità di
Taizé con Roger Schutz; pochi anni dopo Roncalli arrivava come nunzio in Francia; fu proprio
Roncalli divenuto papa ad invitare i Fratelli di Taizé come osservatori al Concilio; era cominciata la
frequentazione di Taizé da parte di molti gruppi di giovani italiani».
Anche Enzo Bianchi era di casa a Taizé.
«Sicuramente. Infatti, ne raccolse idee, incoraggiamento, modelli, poi Bose fece un suo percorso
con un suo stile e sviluppò un rapporto crescente con le varie Chiese di Occidente e di Oriente. A Bose più tardi visse stabilmente il vescovo ortodosso Emilianos Timiadis, già rappresentante del
patriarca ecumenico a Ginevra. Fu memorabile anche la visita dell’attuale patriarca di Mosca
Cirillo, nei primi anni Duemila, quando era incaricato per gli affari esteri del patriarcato; con lui ci
fu un bell’incontro con i vescovi delle diocesi vicine a Bose, come spesso avveniva anche in
occasione dei convegni ecumenici. Enzo e vari membri di Bose erano andati di persona a conoscere
e a viverci in molti monasteri specialmente orientali, ma non solo».
Bianchi sostenitore di un Concilio ancora da realizzare in molte istanze.
«Enzo Bianchi si impegnò senza sosta, lui e la comunità, specialmente in due direzioni:
ecumenismo, e Bibbia, a livello di studio scientifico, ma più ancora come cibo quotidiano nella
liturgia, nella lectio divina, nell’aiutare la diffusione e la conoscenza della Bibbia in Italia e fuori.
Nei primi anni era lui personalmente che si rendeva disponibile a tenere corsi biblici nelle diocesi e
nelle parrocchie che lo richiedevano; poi con l’aumento dei suoi impegni, i fratelli e le sorelle di Bose si resero disponibili sempre di più. La mia diocesi e tante altre gli devono grande riconoscenza
per questo servizio. Fratel Enzo poi aveva una capacità particolare di portare la Sacra Scrittura negli
ambienti della cultura laica, con studi, pubblicazioni, conferenze. Un linguaggio nuovo, aggiornato
scientificamente, ma anche parola di uno che ne aveva fatto il fondamento della sua vita e della sua
comunità. Basti ricordare la Bibbia pubblicata con Einaudi pochi anni fa».
Come spiega il successo di una vita comunitaria per certi versi coraggiosa: uomini, donne,
celibi e sposati insieme, battezzati, laici e religiosi; appartenenti ad altre confessioni cristiane,
uniti dalla ricerca di Dio, dal lavoro, dalla preghiera e dall’ospitalità?
«La Comunità di Bose è stata ed è formata da due comunità distinte, maschile e femminile, con
ambienti distinti e momenti comuni, specialmente nella liturgia; la maggior parte cattolici, ma
anche di altre confessioni; segue una regola che si è formata guardando a molte altre regole di
monasteri, e che ebbe una prima approvazione dal cardinal Pellegrino. Coppie sposate, se
trascorrono un periodo a Bose, hanno altri spazi. Bose è sempre stata in contatto con molte altre
comunità monastiche di vario tipo e ha avuto la sua storia come tutte le altre. Vive da circa 60 anni:
pensiamo solo al ricambio generazionale, e a tutte le altre dinamiche comunitarie che tutti
conosciamo! Forse solo una personalità forte come fratel Enzo poteva pensarla e farla crescere, con
tutti i limiti del carattere di ciascuno… Il turnover non è mai mancato, sono nate altre piccole
comunità dipendenti o collegate con Bose, tutto vissuto da persone normali… Ma la novità era
profonda: una proposta nuova che affonda le radici nelle tradizioni antiche, a cominciare dal
rapporto con la Bibbia e dalla preghiera dei Salmi».
Una sorpresa il comportamento di fratel Bianchi che tarda molto a obbedire all’invito di papaFrancesco che gli chiedeva di lasciare la comunità di Bose?
«La visita apostolica degli anni 2019-2020 è stata sicuramente un momento difficile ed è avvenuta
perché c’erano difficoltà. Di più non so dire, avendola vissuta da lontano. Ma voglio sottolineare la
vicinanza di papa Francesco, che nel 2024 ha scritto la prefazione al libro di fratel Enzo Fraternità
(Einaudi). E lo scorso 6 agosto, Festa della Trasfigurazione, festa solenne a Bose ma anche nella
nuova comunità fondata pochi anni fa da fratel Enzo, la Casa della Madia ad Albiano di Ivrea, c’è
stato un carteggio bello e commovente tra le due comunità per esprimere il desiderio profondo di
riconciliazione. Attorno alla bara di Enzo c’erano tutti».
