Enzo Bianchi 'ASCESI'
«Non si nasce cristiani, lo si diventa» (Tertulliano). Questo «divenire» è lo
spazio in cui si inserisce l’ascesi cristiana. Ascesi è oggi parola sospetta, se non
del tutto assurda e incomprensibile per molti uomini e, ciò che più è
significativo, anche per un gran numero di cristiani. In realtà «ascesi», termine
che deriva dal greco askein, «esercitare», «praticare», indica anzitutto
l’applicazione metodica, l’esercizio ripetuto, lo sforzo per acquisire un’abilità e
una competenza specifica: l’atleta, l’artista, il soldato devono «allenarsi»,
provare e riprovare movimenti e gesti per poter pervenire a prestazioni elevate.
L’ascesi è dunque anzitutto una necessità umana: la stessa crescita dell’uomo, la
sua umanizzazione, esige un corrispondere interiore alla crescita anagrafica.
Esige un dire dei «no» per poter dire dei «sì»: «Quando ero bambino, parlavo e
pensavo da bambino ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho
abbandonato» scrive san Paolo (1Corinti 13,11). La vita cristiana poi, che è
rinascita a una vita nuova, a una vita «in Cristo», che è adattamento della
propria vita alla vita di Dio, richiede l’assunzione di capacità «non naturali»
come la preghiera e l’amore del nemico: e questo non è possibile senza
un’applicazione costante, un esercizio, uno sforzo incessante. Purtroppo il mito
della spontaneità, che domina ancora in questa fase di adolescenze
interminabili e che porta a contrapporre esercizio e autenticità, si rivela un
ostacolo determinante alla maturazione umana delle persone e alla
comprensione dell’essenzialità dell’ascesi per una crescita spirituale.
Certo,
deve essere chiaro che l’ascesi cristiana resta sempre un mezzo ordinato all’unico
fine da conseguire: la carità, l’amore per il Signore e per il prossimo.
Non è
possibile senza la continua esperienza di cadute, di fallimenti, di «peccati», che
fan sì che l’ascesi cristiana rettamente intesa sia sempre assolutamente
indissociabile dalla grazia: «Che uno possa vincere la sua natura non è tra le
cose possibili» (Giovanni Climaco). La storia cristiana ha conosciuto molte
deviazioni ed eccessi dell’ascesi, ma ha anche sempre saputo condannare tali
eccessi che riducevano la vita cristiana a un insieme di imprese eroiche. E ha
saputo farlo anche con senso dello humour: «Se praticate l’ascesi di un regolare
digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate
carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi» (Isidoro
Presbitero). Essa non mira al perfezionamento del proprio «io», ma
all’educazione dell’«io» alla libertà e alla relazione con l’altro: il suo fine è
l’amore, la carità. L’ascesi prende sul serio il fatto che non si possono servire
due padroni e che l’alternativa all’obbedienza a Dio è l’asservimento agli idoli.
Anche l’interiorità va educata, anche l’amore va sempre affinato e purificato,
anche le relazioni vanno rese sempre più intelligenti e rispettose: questo dice
l’ascesi! In particolare, «il sudore e la fatica» (Cabasilas) dello sforzo ascetico
sono l’apertura al dono di Dio, il disporre tutta la propria persona a ricevere il
dono di grazia; possiamo riassumere la dimensione cristiana dell’ascesi in
questa affermazione: la salvezza viene da Dio in Gesù Cristo. L’ascesi non è
altro che l’accettazione a essere se stessi soltanto per grazia di quell’Altro che ha
nome Dio, è il dire di sì a ricevere la propria identità nella relazione con questo
Altro. In particolare, l’ascesi corporale, che ha rivestito spesso connotati
meramente negativi e di disprezzo del corpo, soprattutto a seguito
dell’assunzione di un modello antropologico di tipo dualista, afferma come
essenziale per la conoscenza teologica il coinvolgimento dell’intero corpo!
Senza questa dimensione il cristianesimo si riduce a esercizio intellettuale, a
gnosi, oppure alla sola dimensione morale.
Di più, essendo a servizio della
rivelazione cristiana che attesta che la libertà autentica dell’uomo si manifesta
nel suo divenire capace di donazione di sé, per amore di Dio e del prossimo,
aprendosi al dono preveniente di Dio, l’ascesi tende a liberare l’uomo dalla
philautia, cioè dall’amore di sé, dall’egocentrismo, e a trasformare un individuo
in persona capace di comunione e gratuità, di dono e di amore.
Ancora una
volta, la tradizione cristiana antica mostra capacità di auto critica nelle parole di
un padre del deserto che constata: «Molti hanno prostrato il loro corpo senza
alcun discernimento, e se ne sono andati senza trovare alcunché. La nostra
bocca esala cattivo odore a forza di digiunare, noi sappiamo le Scritture a
memoria, recitiamo tutti i Salmi, ma non abbiamo ciò che Dio cerca: l’amore e
l’umiltà». Solo un’ascesi intelligente e condotta con discernimento risulta
gradita a Dio. E risulta umanizzante e non disumanizzante.
Risulta capace di
aiutare l’uomo nel compito di fare della propria vita un capolavoro, un’opera
d’arte. Forse non è casuale che askein sia utilizzato, nella letteratura greca antica,
anche per indicare il lavoro artistico. Questo dunque il fine dell’ascesi: porre la
vita del credente sotto il segno della bellezza, che nel cristianesimo è un altro
nome della santità.
tratto da
Lessico della vita interiore. Le parole della spiritualità
di Enzo Bianchi
edito da Rizzoli nella collana Bur 2004
