Da Francesco d’Assisi a papa Francesco
Otto secoli separano Francesco d’Assisi da papa Francesco. Eppure, si trovano in piena sintonia e condividono lo stesso progetto di Chiesa. «Restaura la mia Chiesa» è stato l’appello ricevuto da Francesco d’Assisi, che si è messo all’opera per cambiare il corso del cristianesimo sotto il segno evangelico di tre opzioni: per le persone più vulnerabili e i collettivi impoveriti in piena era feudale, per la pace al tempo delle Crociate e per sorella Natura in un’epoca di devastazione ecologica. Papa Francesco ha abbracciato tutte e tre le opzioni fin dall’inizio.
Quando fu eletto papa, non esitò un solo istante nella scelta del suo nuovo nome: Francesco. E non lo ha fatto a cuor leggero, ma con l’impegno di seguire le orme del poverello di Assisi, che ha preso come guida e ispirazione. È stato lui stesso a spiegare il motivo di quella scelta nel discorso tenuto tre giorni dopo la sua elezione davanti alla stampa mondiale, con quasi seimila persone presenti nell’Aula Paolo VI: «Alcuni non sapevano perché il Vescovo di Roma abbia voluto chiamarsi Francesco. Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Vi racconterò la storia. Durante l’elezione l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche Prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes, era vicino a me: un grande amico, un grande amico! Quando la situazione divenne un po’ pericolosa, mi confortava».
«Quando i voti superarono i due terzi, scoppiò il consueto applauso, perché era stato eletto il papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E questa parola mi entrò nella mente – disse, indicando la testa – i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri, pensai a Francesco d’Assisi. Dopo, pensai alle guerre, mentre lo spoglio continuava, finché non furono contati tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così è nato nel mio cuore il nome: Francesco d’Assisi. Lui è, per me, l’uomo della povertà, l’uomo della pace, un uomo che ama e si prende cura della creazione; in questo tempo non abbiamo un rapporto così buono con la creazione, vero? Lui è l’uomo che ci dona questo spirito di pace, l’uomo povero…»
E poi affermò: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» a immagine di Gesù, il Cristo Liberatore, perché egli - ha continuato - «è il centro, il punto di riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa, non il successore di Pietro né la Chiesa stessa. Senza Cristo, né il Papa né la Chiesa avrebbero ragione di esistere».
Francesco stesso ha insistito su questa idea: la Chiesa non può essere autoreferenziale; deve essere «Chiesa in uscita» e deve andare nelle periferie geografiche ed esistenziali, al Sud del mondo, dove si concentra la povertà strutturale, provocata dal modello neoliberista di globalizzazione, che distrugge sia il tessuto della vita della maggior parte della popolazione sia la natura stessa.
Il suo proposito nella scelta del nome era seguire l’esempio di Francesco. E così ha fatto. Ha rinunciato a vivere in quella che era la residenza ufficiale del papa, il Palazzo Apostolico, e ha optato per vivere nella residenza di Santa Marta. «Vivo nella Domus Sanctae Marthae e non nel Palazzo Apostolico perché mi piace stare in mezzo alla gente. Non posso stare da solo». «A un insegnante che me lo ha chiesto, ho risposto che non potevo stare negli appartamenti papali per motivi psichiatrici», ha scherzato Francesco rispetto alla curiosità di circa novemila studenti provenienti da scuole gesuite italiane e albanesi che lo avevano visitato. Ha chiesto che il suo Anello del Pescatore fosse fatto d’argento dorato anziché d’oro massiccio; ha cambiato il trono d’oro con una semplice poltrona bianca. E così via.
Ma la migliore espressione di questa sintonia e convergenza dei due Franceschi si trova nell’Enciclica «Laudato Si’, Sulla cura della casa comune». Il suo stesso titolo è tratto dal Cantico delle Creature, che chiama la terra nostra madre e sorella che ci accoglie tra le sue braccia e con la quale condividiamo l’esistenza: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».
Nell’enciclica egli presenta Francesco d’Assisi come l’esempio per eccellenza dell’«ecologia integrale», patrono degli ecologisti, cristiani e non, e modello di un’attenzione particolare alla creazione e ai poveri, come mistico e pellegrino che ha vissuto in armonia con Dio, con il prossimo, con la natura e con sé stesso. In tal modo ha dimostrato che «sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (n. 10).
Francesco predicava non solo alle persone, ma anche ai fiori, che, secondo le parole del suo biografo Tommaso da Celano, «invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione». Egli apprezzava tutte le creature al di là dei calcoli economici e le chiamava «sorelle». Ispirandosi a Francesco d’Assisi, il papa si è fatto promotore del linguaggio della fraternità e della bellezza, contrapponendolo agli atteggiamenti di dominio e consumismo. «La povertà e l’austerità di san Francesco» - afferma nella «Laudato Si’» - «non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (n. 11).
Ci ricorda che sorella Terra grida di dolore a causa dei danni che le causiamo con un uso irresponsabile e degli abusi che commettiamo contro di lei. Paolo di Tarso lo esprime in modo molto chiaro: «Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad ora» (Rm 8,22) e con lei gemiamo anche noi, specialmente i poveri e le povere.
Ci crediamo proprietari, padroni, signori feudali con il diritto di saccheggiare la natura, quando in realtà ne siamo solo abitanti, ospiti. Ci insuperbiamo e la maltrattiamo, senza renderci conto che anche noi siamo terra (Gen 2,7) e che «il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora» (Laudato Si’, n. 2).
Pertanto, quando distruggiamo la terra, stiamo distruggendo noi stessi. Le malattie che infliggiamo alla Terra diventano le nostre stesse malattie. Quando inquiniamo l’aria, i fiumi, l’atmosfera e gli alimenti, inquiniamo noi stessi, poiché formiamo una comunità con essa, la comunità eco-umana. In una parola, l’ecocidio è suicidio.
Papa Francesco non ha seguito mimeticamente Francesco d’Assisi rimanendo ancorato all’epoca in cui è vissuto il «fratello minore», ma ha piuttosto collocato il suo messaggio nel nostro presente. Si è mostrato particolarmente preoccupato per la situazione critica dell’Amazzonia, oggetto di una deforestazione selvaggia e di una distruzione estrattivista. Per questo motivo ha convocato il Sinodo Panamazzonico e ha avvertito che «il futuro dell’umanità e della Terra è legato al futuro dell’Amazzonia; per la prima volta è così chiaro che le sfide, i conflitti e le opportunità emergenti in questo territorio sono l’esperienza drammatica del momento che attraversa la sopravvivenza del pianeta Terra e la convivenza di tutta l’umanità».
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Articolo pubblicato il 5.10.2026 nel Blog dell’autore Juan José Tamayo in «Religión Digital»
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli
