'Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?'
L’assemblea diocesana dello scorso 25 settembre (Arcidiocesi di Manfredonia - Vieste - San Giovanni Rotondo) si è rivelata un’importante occasione di confronto sul presente e sul futuro delle nostre comunità parrocchiali.
La prima parte dell’incontro ha visto, infatti, come protagonista il prof. Sergio Di Benedetto, che ha presentato il suo volume dal titolo volutamente provocatorio “Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?” (Edizioni Paoline 2026). Si tratta di un libro che spinge ciascuno di noi a mettersi in discussione e che, tuttavia , come suggerisce anche l’autore, si presta ad una lettura corale e ragionata nelle parrocchie in quanto capace di delineare un percorso di confronto che potrebbe diventare anche motore di un cambiamento reale.
Di Benedetto è insegnante, drammaturgo e ricercatore, formatosi tra l’Italia e la Svizzera, dove ha conseguito un dottorato in letteratura italiana, specializzatosi in letteratura religiosa, storia della spiritualità , collabora con riviste accademiche italiane e svizzere. Da anni lavora per creare un ponte tra cultura contemporanea e fede cristiana, soprattutto attraverso la letteratura e il teatro. Con le edizioni Paoline ha pubblicato La fatica del cammino e Un cristiano sulla via della croce.
Cresciuto alla scuola del Card. Carlo Maria Martini ed avendo la lectio divina come colonna e ispirazione costante di ogni sua attività apre il libro , non a caso, con un’icona evangelica, il passo della pesca miracolosa che chiude il Vangelo di Giovanni, per l’autore, un punto di riferimento per leggere quanto sta accadendo al nostro essere cristiani in questo periodo storico.
La necessità vitale di una profonda conoscenza della Bibbia è per lui un punto di partenza anche per una riflessione sulle parrocchie di oggi considerando quanta scarsa attenzione sia stata riservata alla ricerca biblica nell'ambito della divulgazione e della vita parrocchiale e quanto questa lacuna può aver inciso sulla crisi che stanno vivendo le comunità parrocchiali (vedi a pag.25).
L’autore si interroga sulla natura e sulle ragioni di questa crisi e ne rintraccia sette direttrici fondamentali: la crisi di fede, di persone, di pensiero, di strutture, di linguaggio, di credibilità e di identità. Rinviando alla lettura delle pagine del libro per una descrizione precisa di ciascuna direttrice, mi limito ad evidenziare che per la questione di fondo riguarda la consapevolezza diffusa e radicata che, all’interno delle comunità parrocchiali, si ha di queste crisi confermata dai moltissimi fedeli che si sono avvicinati al tavolo del relatore per confermare la corrispondenza tra le analisi del libro e la realtà vissuta quotidianamente nelle proprie parrocchie.
Una fotografia nitida, insomma, di un disagio capillarmente condiviso.
Tornando alla pagina del Vangelo di Giovanni e all’esperienza che i discepoli hanno di una pesca infruttuosa perché gettavano le reti sempre nello stesso modo, erano, infatti. tornati alla loro esperienza abituale. Gesù rivolge loro un invito: Gettate le reti nella parte destra della barca e troverete. Aver preso coscienza di questa crisi significa gettare nuovamente le reti, ma diversamente , “mentre il sole è sorto”. Occorre aprire il cantiere del discernimento per individuare vie di rinascita in tempi, luoghi e modi differenti questo suggerimento apre la quarta parte del libro,” il futuro della parrocchia è nella comunione, intesa davvero nel suo ricco senso etimologico: mettere insieme. Condividere i munera, ossia i doni, i servizi, i compiti e gli impegni” in un’ottica di corresponsabilità.
La corresponsabilità, la comunione, il discernimento e il dialogo non sono semplici concetti, ma esperienze vive, capaci di dare forma a un nuovo stile ecclesiale.
Affinché questo percorso dia frutti concreti per la comunità, diventa tuttavia indispensabile istituire spazi dedicati, o quantomeno riconoscere e valorizzare i contesti già esistenti per rispondere ad un profondo bisogno di laboratori di ascolto, di discernimento e di elaborazione culturale. Le comunità cristiane non possono limitarsi ai soli ambienti della pastorale tradizionale, ma sono chiamate ad aprirsi a una pluralità di contesti e di linguaggi. Il rischio è altrimenti quello, di fronte ai cambiamenti antropologici in atto, di continuare a parlare ad un’idea donna e di uomo del Novecento, che non esiste più.
Tralasciando temi a me cari, come la necessità di rivolgersi anche alla musica, alla poesia, alla letteratura e all’arte contemporanea come veicoli per accedere ai contenuti di fede, vorrei riprendere una delle questioni definite dall’autore tra le più rilevanti, andare in cerca degli esiliati dalle parrocchie, persone che vivono la fede, spesso delusi dalla vita parrocchiale, o che non hanno saputo individuare un ruolo consono ai carismi di cui erano portatori, come “ le donne, giustamente non disponibili a ricoprire solo posizioni subordinate, dolorosamente silenziose perché coscienti che la loro voce non trova l’accoglienza che dovrebbe”. Occorre riprendere un dialogo con loro , anche in territori neutri, spazi di dialogo aperti, “La parrocchia può vedere nell’ascolto degli esiliati un dono della grazia perché si tratta spesso di “cristiani pensanti”, che potrebbero condividere punti di vista non omologati a quelli dominanti dentro il recinto parrocchiale…
Così vissuta, la comunità parrocchiale potrebbe fiorire in autentici legami di relazioni fraterne , trasformandosi in testimonianza viva di un cristianesimo che non si limita a esistere, ma genera futuro.
Apollonia Rinaldi
«Dovremmo chiederci se, oltre a cercare dove è Dio, non sia il caso di interrogarci su dove non è Dio: in quali forme, tradizioni, strutture oggi non si fa più trovare? Crinale drammatico, ma non eludibile, poiché racchiude la madre di tutte le domande: oggi in parrocchia ordinariamente si incontra Dio?».
Attorno a queste domande ruota l’ultimo libro di Sergio Di Benedetto: “Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?” (ed. Paoline, 2025). Quando si parla di parrocchia, scatta quasi un riflesso automatico: si apre il fiume delle lamentele, che non risparmia nessuno. A Messa ci vanno solo gli anziani, i giovani non ci sono, la preparazione ai sacramenti “non funziona”, comandano i preti, qualche laico che ha conquisto un ruolo non lo molla più, le donne non contano niente… Ma poi, quando si cerca la via di uscita, le idee sono poche, inefficaci, a volte divisive. E se il problema nascesse dal fatto che non ci si pone la domanda giusta, per iniziare, e cioè: dove non è Dio nelle nostre parrocchie, nelle forme, tradizioni, strutture di cui è vissuta fino ad ora?
È una domanda che fa soffrire, quasi crudele. Eppure tutto parte da qui, e cioé dall’analisi, o meglio dal discernimento, attorno a quello che non è più in grado di “dire” Dio. Per vedere l’alba, occorre attraversare la notte, e quindi anche capire a cosa dobbiamo rinunciare per fare spazio alla novità. Ovviamente, questo non è facile, perché fa emergere le paure, le insicurezze, le contraddizioni. Spoilerando, dico subito che per Di Benedetto la ripartenza è possibile, ma a patto, appunto, che si abbia il coraggio di rimettere profondamente in discussione il modello esistente.
Nello sviluppare il suo ragionamento, Di Benedetto si ispira al racconto della pesca miracolosa, che Giovanni ci propone nel suo Vangelo (21, 1-14), nel quale i discepoli, dopo una faticosa notte passata a faticare senza ottenere nulla, accettano il consiglio di uno sconosciuto che dice loro: gettate le reti sul lato destro della barca. Un’apparente assurdità. Ma loro ci stanno, pescano un sacco di pesci (ma le reti non si rompono!), riconoscono Gesù e alla fine mangiano tutti insieme.
Bisogna avere il coraggio di rimettere la barca nell’acqua e ricominciare, ma buttando le reti dall’altra parte. Ma bisogna anche avere quella capacità di ascolto necessaria per riconoscere il Signore Risorto anche quando e dove non ci aspetteremmo di trovarlo.
Non è facile, perché la crisi della parrocchia – e della Chiesa, e della comunità cristiana – è complessa e articolata. Nell’analisi di Sergio Di Benedetto questa crisi ha sette dimensioni: è una crisi di fede, è una crisi di persone (quantitativa, ma anche qualitativa), è una crisi di pensiero (e quindi di capacità di leggere i segni dei tempi), di strutture (troppe, troppo grandi e troppo pesanti da gestire), di linguaggio (nel senso che non sa come comunicare in modo efficace, ma che non sa neanche cosa comunicare per coinvolgere), di credibilità (troppi scandali, ipocrisie, comportamenti antievangelici), ed è una crisi di identità (che cosa vuol dire essere parrocchia?). Un elenco che potrebbe sembrare scoraggiante: troppa roba da affrontare.
Ma, per fortuna, il punto di partenza è chiaro: l’ascolto, e di conseguenza il discernimento e le conseguenti scelte. L’ascolto che, se praticato onestamente, servirà ad evangelizzarci, prima che a evangelizzare. Perché non si tratta solo di ascoltare – le persone, le situazioni, i cambiamenti – per potere, di conseguenza, trovare parole più efficaci per fare arrivare i nostri messaggi. Non si tratta di fare marketing ecclesiale. Si tratta invece di cercare la presenza di Gesù là dove non l’avevamo mai vista, di riconoscere il modo in cui sta operando e quindi di farci guidare dalle sue indicazioni.
Superare il clericalismo (no, non basta più parlare di “corresponsabilità dei laici”, l’abbiamo già fatto troppo), valorizzare le donne, rianimare la liturgia, far entrare la cultura nelle nostre comunità, ritrovare spazi per il silenzio, abitare i nuovi linguaggi e la rete e così via… Attraversata la notte, le strade che all’alba possiamo intravvedere sono tante e certamente non facili da percorrere, ma possibili. L’elemento comune è dato dall’“Opzione Zaccheo”: espressione che Di Benedetto trae dal racconto dell’incontro di Gesù con Zaccheo (Lc. 19,1), che inizia con l’immagine di Gesù che «entrato in Gerico, attraversava la città».
C’è infatti una città, un territorio, una comunità che il cristiano non può disertare: «Opzione Zaccheo è stare dentro il mondo, è abitare dentro l’epoca che viviamo, custodendo una fede libera e radicata» (p. 142). Il problema non è come o quando predicare. È essere lì, oggi, con disponibilità.
È su questo che può fondarsi una nuova spiritualità, che secondo Di Benedetto è una spiritualità del domestico, della strada, del corpo, del silenzio, della creazione, del cammino. Una spiritualità tutta da costruire, mettendo al centro la fratellanza.
