Il tennis ha a che fare con la Bibbia. Strano ma vero.
Daniele Rocchetti
1 Ottobre 2026
Che cosa hanno in comune la Bibbia e un campo da tennis? A prima vista, forse, molto poco. Eppure è proprio da questo apparente cortocircuito che nasce l’ultimo libro di Ludwig Monti, (Il rovescio di un biblista - Lessico spirituale del tennis, edizioni devoniane, euro 14,25), un “lessico spirituale del tennis” in cinquanta lemmi, dove servizio, rovescio, attesa, errore, sconfitta e vittoria diventano altrettante occasioni per interrogarsi sulla fede e, più radicalmente, sulla vita.
Ludwig Monti, biblista e autore di numerosi libri dedicati alla Scrittura e alla spiritualità cristiana, da anni coltiva un dialogo fecondo tra la Bibbia e le domande dell’uomo contemporaneo. La sua riflessione unisce rigore esegetico, sensibilità spirituale e attenzione alla concretezza dell’esperienza umana. Nel suo ultimo libro porta questo sguardo anche sul campo da tennis, trasformando uno sport amato in una sorprendente chiave di lettura dell’esistenza. A fare da filo rosso è soprattutto l’esperienza concreta: il corpo, la fatica, la pazienza, la competizione, la fragilità. E naturalmente il tennis di Roger Federer, la cui bellezza sul campo ha rappresentato per Monti una sorta di rivelazione, capace di rimandare – attraverso la riflessione biblica e filosofica – a qualcosa che va oltre il gesto sportivo. Nel libro, e in questa conversazione, il tennis diventa così una metafora tutt’altro che astratta: insegna a stare nel presente, ad accettare l’incompiutezza, a fare i conti con la sconfitta e ad attendere senza pretendere che tutto accada «tutto e subito». Perché, come suggerisce il titolo, ogni esperienza ha anche un rovescio: ciò che sta dall’altra parte, ciò che non si vede immediatamente e che talvolta proprio per questo può rivelare qualcosa di essenziale.
Nel libro scegli di raccontare la spiritualità attraverso il lessico del tennis. Qual è stato il primo “rovescio” — un’esperienza, una partita, una pagina biblica — che ti ha fatto capire che queste due dimensioni potevano davvero dialogare?
L’illuminazione, per così dire, mi è venuta durante la finale di Wimbledon del 2007, tra Federer e Nadal. Vidi questo match a Francoforte, in un assolato pomeriggio, inchiodato per quasi quattro ore a una sedia in un bar del centro, con il cameriere che mi spingeva a rinnovate consumazioni e io che mi sforzavo di centellinare e poi bevevo tutto d’un fiato, quasi per riprendermi da ciò che avevo appena visto. Quel giorno mi innamorai tennisticamente di Roger e della sua arte in movimento, e cominciai a pensare a come poter spiegare il tennis con la Bibbia e viceversa. Qualcosa stava maturando dentro di me. Più tardi scoprii che Adriano Panatta aveva definito il tennis “lo sport del diavolo”. Ma intanto qualcosa era nato in me…
Tra i cinquanta lemmi del libro ce n’è qualcuno che consideri la chiave per leggere tutti gli altri? Se dovessi indicare una sola parola come porta d’ingresso al libro, quale sarebbe e perché?
Di primo acchito direi che una delle parole chiave è “sconfitta”, ma ne parliamo subito sotto. Mi oriento allora su “Unificazione”, vocabolo per il quale mi sono ispirato alla tradizione monastica. Nel tennis, come nella vita, si tratta sempre di fare bene una sola cosa alla volta, di essere ben presenti a se stessi, unificati, qui e ora.
Come scriveva il grande Dietrich Bonhoeffer: “ ed essere totalmente là dove siamo. È sorprendente allora come gli altri si rivolgano a noi e si lascino dire qualcosa”. Cosa ne sappiamo di ciò che sarà domani? E qui viene in mente Gesù, che avrebbe potuto essere un formidabile tennista: “Non preoccupatevi del domani. Sarà il domani a preoccuparsi di sé stesso; a ogni giorno basta la sua pena” (Matteo 6, 34). Il tennis in questo è davvero maestro: un punto dopo l’altro, con estrema attenzione e determinazione, senza divagare o spingersi troppo avanti! Se infatti ci si distrae, a un solo punto dalla vittoria si può aprire il baratro della sconfitta; così come anche a un solo punto dalla sconfitta si può cominciare a risalire piano piano la china…
Nel tennis la sconfitta è inevitabile: anche il più grande campione perde punti, set e partite. Che cosa può insegnare questa esperienza alla fede cristiana, soprattutto a una spiritualità che rischia talvolta di essere troppo concentrata sul “vincere”?
Se mi è consentito di citarmi, riassumerei questo tema con le parole che ho usato nel libro a proposito di una delle sconfitte più brucianti patite da Federer, quella contro Djokovic nella finale di Wimbledon 2019, sprecando addirittura due match point: “Ho cercato tante interpretazioni di questa sconfitta. Vano. Forse è solo una partita di tennis. Ma no… Forse la lezione è che sulla terra, e sull’erba, non si compie in pienezza (e dico in pienezza) davvero nulla. Per un attimo mi sovviene san Paolo: ‘Quando sono debole, è allora che sono forte’ (Seconda lettera ai Corinzi 12,10). Mi torna spesso in mente, anche se non l’ho mai davvero capito. Lo so, non vi basta, come non basta a me. Figuriamoci a Roger. Ma provate voi a darvi una spiegazione”. Non è forse questo che ci ha insegnato anche Gesù di Nazaret, mostrandoci con la sua vita che umile (humilis) è colui che si ricorda di essere uomo (homo), cioè fatto di terra (humus), aderente alla realtà? Ciò è tanto più vero in un contesto socio-culturale come il nostro, in cui la debolezza sembra bandita e la sconfitta un fallimento definitivo. No, tutto ciò può essere una grande lezione di adesione alla vita, vissuta insieme, in ogni match point che essa ci presenta.
Roger Federer attraversa molte pagine del libro. Che cosa rappresenta per te Federer: semplicemente un modello di bellezza tennistica oppure una figura capace di dire qualcosa di più profondo sull’essere umano?
Senza il tennista di Basilea questo libro non esisterebbe. In modo ironico (ma non troppo!) apro il libro scrivendo che, se Tommaso d’Aquino fosse un nostro contemporaneo, scriverebbe che “Federer è una prova dell’esistenza di Dio”. Nessuna blasfemia o esagerazione. Intendo solo dire che il fuoriclasse Roger, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, è stato e sarà per sempre un modello di bellezza e di arte in movimento, capace per ciò stesso di alludere a un Altro e a un Oltre. Vent’anni fa David Foster Wallace coniò il fortunato slogan “Roger Federer come esperienza religiosa”. Nel mio piccolo, cerco di approfondire questa intuizione, sostanziandola con riferimenti biblici e filosofici. E lasciandomi spesso guidare dai ricordi e dal cuore.
Il tennis è uno sport fatto di attesa: si aspetta il servizio, si legge il movimento dell’avversario, si accetta che la palla torni. Quanto è importante, nella vita spirituale, imparare questa forma di pazienza e di attenzione?
Importantissimo. Quando visitai, molto giovane, la santa montagna del Monte Athos, un anziano monaco mi disse una cosa che ricordo lucidamente, come se fosse oggi: “Tutta la vita è questione di pazienza (hypomoné) e obbedienza/ascolto (hypakoé)”. Ecco cos’è, in fondo, l’attesa: accettare che nella vita nessuna autentica creazione di qualità può avvenire secondo il funesto motto “tutto e subito”. Il tennis è di grande insegnamento a questo riguardo: occorre studiare i movimenti dell’avversario, prepararsi ai suoi colpi, costruire il punto vincente con una fitta rete di scambi interlocutori, prima di affondare il vincente definitivo. Chi ha troppa fretta, nel tennis magari vince un game o anche un set in breve tempo, ma alla fine quasi sempre perde il set e il match. Anche nella vita spirituale, o forse più semplicemente umana, è così: l’attesa paziente e attenta è un tendere verso (ad-tendere), imparando con gioiosa fatica l’arte di vivere l’incompiuto, senza scoraggiarsi. Un varco si aprirà, sta per aprirsi. Per questo Gesù diceva: “Con la vostra pazienza guadagnate la vostra vita” (Luca 21, 19).
Il titolo parla del “rovescio”. Nel tennis è un colpo, ma nella vita il rovescio è anche ciò che sta dall’altra parte dell’immagine, ciò che non si vede subito. Qual è il “rovescio” della fede che hai cercato di mostrare in questo libro?
Essenzialmente si tratta di un’esperienza sottesa a ogni voce di questo lessico spirituale del tennis, all’insegna di una semplice ma decisiva domanda: cosa c’entrano tra loro fede biblica e tennis? A mio avviso moltissimo, ma su questo non vorrei qui dire di più, perché mi piacerebbe che ogni lettore, nella sua particolarissima esperienza esistenziale, fosse convinto dalla mia trattazione, sia durante il percorso (considerando ogni lemma in sé, perché il libro si può leggere pure in questo modo), sia mediante una riconsiderazione generale dell’intero itinerario, nell’intreccio fecondo tra le varie parole e le varie citazioni bibliche, ma anche “pop”.
Il tuo libro accosta esperienze molto concrete — il corpo, la fatica, l’errore, la competizione — alla Bibbia e alla tradizione spirituale. È un modo per riportare la spiritualità con i piedi per terra? Oppure c’è il rischio di spiritualizzare troppo anche lo sport?
Mi piace concludere con un riferimento a uno dei miei autori spirituali prediletti, che già sopra ho menzionato, Dietrich Bonhoeffer. Scriveva il teologo e martire tedesco nel 1943 in una sua lettera alla giovane fidanzata dal carcere in cui era ingiustamente recluso: “Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo…”. La spiritualità è per forza incarnata, perché ogni anima ha bisogno di un corpo per essere vista. D’altra parte lo sport, e il tennis in modo particolare, è sempre una manifestazione eminentemente corporea che sottende però sempre una grande meditazione e lotta spirituale, con sé e con il proprio avversario, qui e ora.
