Bianchi: le parole dell'inclusione contro i linguaggi d'odio
La scomparsa di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, ha riaperto una riflessione profonda sul valore della parola e del dialogo interculturale. Durante un recente incontro ad Albiano d'Ivrea, il giornalista e intellettuale Gad Lerner ha ricordato il forte legame con il biblista. Lerner, intellettuale di cultura ebraica, ha sottolineato il valore simbolico della sua presenza ai funerali di Bianchi: un gesto che testimonia l'enorme contributo del fondatore di Bose al superamento dell'antigiudaismo e alla riscoperta delle radici comuni tra cultura ebraica e mondo cristiano. Oggi, l'analisi storica e culturale di Enzo Bianchi offre una mappa preziosa per comprendere l'evoluzione del pregiudizio e, soprattutto, per scardinare gli stereotipi che ancora alimentano i discorsi d'odio nella nostra società.
Nelle sue lezioni e nei suoi saggi — tra cui spicca la lectio magistralis “Antisemitism from Religion to Politics” tenuta a Genova — Bianchi ha tracciato con precisione scientifica il passaggio dal pregiudizio religioso all'antisemitismo politico moderno. La rottura storica risale all'indomani della distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.). Fino ad allora, il movimento dei seguaci di Gesù era una corrente interna al variegato mondo ebraico. Successivamente, la separazione identitaria ha dato vita a una dura contesa. I testi del Nuovo Testamento, nati in quel clima di forte polemica interna, sono stati nei secoli successivi decontestualizzati e usati in chiave aggressiva. Con la teologia antica si sono consolidati due stereotipi culturali devastanti: la teoria della sostituzione cioè l’idea che un gruppo avesse rimpiazzato l'altro nel favore divino, invalidando l'alleanza precedente e l'accusa di deicidio che riversa la colpa della morte di Gesù storicamente a un intero popolo.
L'analisi di Bianchi evidenzia un nesso cruciale per i sociologi e gli educatori contemporanei: l'antigiudaismo culturale e dottrinale ha preparato il terreno all'antisemitismo politico e razziale dell'Ottocento e del Novecento. Sebbene la Shoah sia stata guidata da un'ideologia totalitaria e pagana, essa non sarebbe stata storicamente possibile senza secoli di pregiudizi stratificati nella coscienza europea. Per Enzo Bianchi, il contrasto al pregiudizio non si fa solo con le dichiarazioni formali, ma richiede una vera e propria riforma della comunicazione e della pedagogia. Non basta correggere i testi ufficiali se poi nella divulgazione quotidiana si continuano a veicolare vecchi stereotipi.
Bianchi proponeva interventi pratici sul linguaggio, applicabili in ogni contesto educativo. Per esempio, evitare di dipingere la tradizione ebraica come rigida, vendicativa o legalista per far risaltare, per contrasto, la novità cristiana. Ristabilire il contesto storico per smettere di usare termini come "fariseo" quale sinonimo di ipocrita o malvagio. Il fariseismo era una delle correnti più vivaci e spirituali dell'epoca. Le polemiche storiche non erano attacchi a un nemico esterno, ma accesi dibattiti interni alla stessa cultura.
La reale identità storica, geografica e culturale va attribuita o meglio restituita ai protagonisti della storia, ricordando che Gesù, Maria e gli apostoli sono nati, vissuti e morti da ebrei osservanti. L'importanza della responsabilità linguistica è evidente nell'evoluzione della storica preghiera del Venerdì Santo, spesso citata da Bianchi. La formula antica (in uso per secoli) conteneva l'espressione “perfidis Judaeis”. Sebbene in latino indicasse i "non credenti", nel linguaggio comune la parola ha assunto il significato dispregiativo di traditori e sleali, alimentando l'odio popolare.
Il percorso di purificazione di questo testo mostra come le istituzioni possano e debbano correggere i propri errori comunicativi. Così fece nel 1959 Papa Giovanni XXIII ordinando l'immediata cancellazione dell'aggettivo "perfidi", un primo segnale pubblico per abbandonare la pedagogia del disprezzo. Così fece nel 1970 Papa Paolo VI: la preghiera venne interamente riscritta, riconoscendo la validità permanente della tradizione ebraica ed eliminando ogni intento di assimilazione forzata.
Questo cammino non è stato privo di tensioni. Quando nel 2008 Papa Benedetto XVI ha riammesso l'uso del vecchio messale in latino — includendo una formula che auspicava l'illuminazione dei cuori degli ebrei affinché riconoscessero Cristo — la reazione della comunità ebraica internazionale e italiana è stata durissima. Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, e l'Assemblea dei Rabbini d'Italia interruppero le relazioni diplomatiche e i tavoli di dialogo, denunciando il rischio di un ritorno alla teologia della sostituzione e al proselitismo. La crisi rientrò solo anni dopo grazie a chiarimenti ufficiali e a storiche visite riparatrici.
Enzo Bianchi sostenne in quel caso una linea netta: il rispetto deve essere incondizionato e la sensibilità verso il linguaggio deve restare altissima, perché ogni formula ambigua rischia di riaprire ferite storiche dolorose. Il valore di questa riflessione supera i confini confessionali e interroga direttamente la nostra coscienza di cittadini democratici, specialmente oggi, mentre la società e le istituzioni si confrontano su proposte legislative e strumenti di contrasto all'antisemitismo.
Anche da una prospettiva laica o non credente, assume un grande rilievo un recente e importante documento vaticano approvato da Papa Leone XIV, intitolato “Un cammino di speranza”. Pubblicato dai principali Dicasteri della Santa Sede in occasione dell'anniversario della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, il testo lancia un forte appello civile contro ogni forma di fondamentalismo, discriminazione e manipolazione politica delle appartenenze religiose.
Il documento offre spunti educativi universali: si ribadisce che nessuna relazione sociale è sincera senza il rispetto della libertà di coscienza e di espressione altrui. L'impatto dei conflitti geopolitici, come le recenti tensioni in Medio Oriente hanno messo alla prova i ponti di comunicazione, la nota vaticana vede qui il rischio di far riemergere antichi stereotipi culturali ed economici sotto le spoglie di forme radicali di antisionismo, riattivando pericolose "piramidi dell'odio".
Il documento individua nell'accoglienza o nel rifiuto dei poveri e dei più fragili il "criterio di discernimento universale" per valutare la correttezza di ogni progetto politico, economico, sociale e culturale. L'insegnamento che unisce la testimonianza di Enzo Bianchi e i più avanzati documenti sul dialogo è chiaro: contrastare l'odio non è una scelta di parte, ma un dovere civile.
Giovanna Grenga,
Portavoce Gariwo e referente Giardino dei Giusti di Roma
Fonte: Gariwo
