Su Rocca, Mariano Borgognoni ricorda Enzo Bianchi.

1 ottobre 2026
Un monaco nel
cuore del mondo
"Caro Mariano, mi rincresce di non
averti visto e non mi hanno neanche lasciato tornare a casa.
Mi hanno ricoverato d’urgenza
all’Ospedale di Torino le Molinette, dove sono qui ormai da qualche ora. (…) Mi rincresce e intanto auguro a te e alla Cittadella un buon Corso e
spero sempre di poter essere in mezzo a
voi uno che vi aiuta e dà quello che può
per la buona riuscita delle vostre imprese.
Ciao Enzo”. Questo messaggio in whatsapp
mi è arrivato il 9 Agosto, proprio il giorno
del suo ricovero, proprio nell’acuzie della malattia e nella preoccupazione che di
certo avrà generato. Per me dice qualcosa
di molto importante: il senso di un’attenzione, di una fedeltà all’amicizia, di uno
stile nelle relazioni niente affatto usuali.
Dovevamo pranzare insieme quella domenica (e ognuno che lo abbia conosciuto sa
bene quale fosse la densità umana che
Enzo Bianchi attribuiva al trovarsi a tavola, ascoltarsi, scambiarsi idee, gustare
i prodotti della terra e del lavoro umano).
Dovevamo parlare del suo attesissimo
confronto con Andrea Grillo sulla liturgia
da noi in Cittadella. Risposi al suo messaggio ribadendogli che la Pro Civitate
lo aspettava con amicizia e gratitudine,
come uno di coloro che, per parafrasare le
sue parole, ci ha sempre dato una mano.
E anche ora che è andato avanti attendiamo il suo aiuto nella comunione di coloro
che hanno creduto e credono alla promessa del Signore. Conobbi meglio il Fondatore e Priore di Bose più di trent’anni fa.
Marietti aveva pubblicato un mio libretto
La terra dei semi. Lo mandai a molti: Enzo
mi rispose e si disse disponibile a presentarlo. Lo facemmo ad Assisi insieme a Filippo Gentiloni. Fu una bella serata conclusa a raccontarci e ad ascoltarlo a casa
di un amico. Da allora la mia vicinanza e
quella della mia famiglia con lui e con la
sua Comunità non si è più interrotta. Naturalmente il rapporto con la Pro Civitate Christiana ha una più lontana origine.
Don Giovanni Rossi lo voleva volontario
della nostra associazione di battezzate e
battezzati chiamati ad annunciare il Vangelo “ai crocicchi della storia”. Come sappiamo diversa è stata la sua scelta ma la
fedeltà a questa originaria amicizia non
è mai venuta meno. Più volte ha posto la
Cittadella tra i suoi luoghi di riferimento.
Provo a chiedermi il perché. In realtà ne
trovo tanti: quello che viene in mente per
primo è l’essere in forme diverse qui e a
Bose comunità di donne e di uomini, e poi
la preparazione e l’attuazione dello spirito e delle scelte del Concilio; l’urgenza di
una apertura ecumenica senza la quale ne
va della credibilità della nostra fede (purtroppo ne sta andando, dentro il crogiolo
di conflitti rispetto ai quali i cristiani non
riescono a portare lo stupore della fraternità) ; il dialogo interreligioso per trovare
insieme la regola d’oro dell’amore e contrastare il deposito di odio di cui spesso,
e anche oggi, le religioni sono vettore; il
confronto di quella che lui chiamava la
“differenza cristiana” (nella quale si mantiene la polarità semantica del termine attendere nella fedeltà alla terra, attendendo
al nostro compito nella compagnia degli
altri, ma nella consapevolezza che solo il
ritorno del Signore, giorno da attendere
e invocare, darà compiutezza al Regno)
con il pensiero laico, le sue domande così
spesso scomode e oneste, la sua critica sovente severa, giustificata, stimolante. Si,
tutti punti di una convergente sensibilità.
Ma a me pare che non sia questo l’elemento essenziale ma che esso sia un altro: il
cristocentrismo. In un libro-intervista del
lontano 1991, Ricominciare, Enzo Bianchi
riporta un detto di un antico padre della
chiesa che parlando ai preti del tempo
dice: “Voi vi chiedete come mai i giovani
crescendo si allontanino dalla chiesa. Ma
è naturale: è come nella caccia alla volpe,
dove i cani che non l’hanno vista, prima o
poi si stancano, rinunciano, e tornano a
casa; mentre quei pochi che hanno visto
la volpe proseguiranno la loro caccia fino
in fondo”. “Ecco il problema”, commenta
il Bianchi non ancora cinquantenne: ” far
vedere la volpe ai giovani, far loro conoscere Gesù Cristo. Poi il resto, compreso
l’agire etico, viene da sé”. Più di trent’anni
dopo, nel 2023, in un’intervista a noi di
Rocca, rivista per la quale aveva espresso
pubbliche parole di grande apprezzamento di cui siamo grati, ribadisce questa centralità: “speravo che questo Sinodo prendesse una forma in cui si mettesse di più
Cristo al centro, invece ci si attarda ancora
una volta sui tanti problemi della Chiesa.
Manca davvero questo essere trascinati
da una passione per Cristo e da una fede
in Lui”. Gesù il Cristo come criterio diri
mente della nostra fede, come racconto,
narrazione, esegesi di Dio che nessuno ha
mai visto e dietro il cui nome può esserci
di tutto. Questo mi appare come il tratto comune più profondo tra noi e lui ed
anche un aspetto marcatamente peculiare
dell’esperienza monastica bosina. D’altra
parte se si va a rileggere la Regola della
comunità di Bose e ancor di più le Tracce
spirituali per una vita comune degli inizi,
si è colpiti dal tessuto evangelico che fa
da trama e che le sorregge. Basti solo l’incipit della Regola:” Fratello, sorella, uno
solo deve essere il fine per cui tu scegli di
vivere in questa comunità: vivere radicalmente l’Evangelo. L’Evangelo sarà l’unica
regola, assoluta e suprema”. Una sorta di
sine glossa nell’ordito di un monachesimo
cenobita aperto al mondo (non certo alla
mondanità), capace di essere soglia, altro
termine comune tra noi, luogo di accoglienza, di incontro, casa per un tempo di
meditazione e di libertà.
L’altro tratto essenziale, un vero lascito prezioso, nella vita, negli scritti, nelle
mille lectiones, negli incontri di Enzo è il
senso liberante di un grande amore per la
terra, gli uomini, tutti i viventi, i prodotti
della natura, del lavoro e della cura. Non
starà di certo con una sola gamba in cielo
perché è stato con una sola gamba in terra! Per citare l’amato Bonhoeffer. E forse davvero solo un grande, talvolta anche
disperato amore per la terra, lo stare in
essa con tutte e due le gambe, con tutte le
fibre e le fragilità dell’umano, fa vibrare il
desiderio della risurrezione, di una trasfigurazione dei nostri corpi terrestri, di una
vita nuova e buona. La passione di una testimonianza cristiana fedele alla terra, capace di leggere la Scrittura trovando il filo
della Parola di Dio dentro le contraddizioni dell’umano e anche dentro le fragilità o
le meschinità dell’umano troppo umano,
la stessa sapiente capacità di celebrare il
Signore con la cura e la bellezza di una
liturgia antica e rinnovata, sono cose che
restano. Certo la betoniera di Enzo, come
mi disse un amico monaco a lui molto
prossimo, alludendo alla ruminatio, al
continuo macinare e affinare pensieri, si
è fermata. Ma è grande l’eredità che lascia
alle Chiese, a tutti i suoi fratelli monaci e
a tanti di noi che cercano di essere cristiani in modo almeno decente.
Non voglio parlare dell’ultimo periodo
della sua vita, se non per sottolineare la
forza estrema di voler vivere sino alla fine
lo spazio esistenziale di una comunità.
D’altra parte il titolo della sua autobiografia in uscita dice tutto: La vita si fa in
tanti. Né ha senso mettere il microscopio
(come potremmo oltretutto?) sulle ragioni e i torti che hanno prodotto rotture
dolorose. Neanche discutere sul diverso
impatto che personalità molto forti come
la sua possono avere. Né sulle dinamiche
eterne dell’esercizio dell’autorità in ogni
ambito. Se mai lo faranno gli storici. Credo siano necessarie per noi discrezione e
rispetto per le sofferenze di tutti e, da parte loro, delle sofferenze dei propri amici.
Non ho mai accettato di interrompere un
solo legame con alcun segmento, dai più
grandi ai più esili, della galassia bosina. E
per la verità nessuno me lo ha mai chiesto, a cominciare da Enzo. Spero solo che
il suo ultimo desiderio di riconciliazione
venga accolto da tutti. Proprio in occasione della morte del fondatore di Bose mia
figlia ha scritto e postato questo pensiero:
“Caro Enzo, grazie soprattutto per aver
creato quel mondo che credevo perfetto e
che, anche nella sua imperfezione, e proprio nella sua umanità, mi è sempre stato
rifugio e terra d’approdo. Sarebbe stato
bello saperti di nuovo lì, per un momento
di pace e di riconciliazione. È bello sapere
che nei vostri cuori quel momento si stava
già realizzando”.
Mariano Borgognoni