Enzo Bianchi: il ricordo di Silvia Ronchey
Silvia Ronchey
3 settembre 2026
Enzo Bianchi era un laico. Ed era un uomo di dio: theios aner o anthropos tou theou, come fin dal
paganesimo grecoromano e fin dal giudaismo, e poi all’inizio del cristianesimo, venivano chiamati
quegli individui carismatici, dotati di una particolare virtus spirituale, che da un lato perseguivano
l’ascetismo ma dall’altro attraevano il riconoscimento di una speciale autorità dalle comunità che
incrociavano o a volte, a un dato punto del loro percorso, costituivano.
Come Antonio, il primo dei
grandi padri del deserto, e gli altri eremiti che tra il quarto e il quinto secolo — in quell’“epoca di
angoscia”, di povertà diffusa, di incertezza morale, che precedette la caduta della pars occidentis
dell’impero romano e accompagnò l’inizio della sua gravitazione orientale — vollero ricreare il
vuoto interiore (eremos) in quello geografico: Nitria e Sceta, Tebaide e Calcide, le grotte del Sinai
e le secche del Nilo popolate di demoni.
O come Basilio, fondatore dei primi cenobi da cui sarebbe
nato il monachesimo bizantino, alla cui lettura Enzo Bianchi fin dalla giovinezza si appassionò e al
cui esempio, nella fondazione di Bose, ispirò la sua anacoresi.
Ana-choresis: alla lettera ritiro, allontanamento da un mondo in crisi di appartenenze morali e
spirituali, sociali e politiche. Le espressioni diverse dell’improvvisa, estrema impossibilità a
conformarsi al mondo del proprio tempo in cui il popolo dei ritirati nel deserto viveva, tra fine del
mondo antico e inizio di quello bizantino, ispirarono pagine indimenticabili agli intellettuali
dell’epoca: la Vita di Antonio scritta da Atanasio, l’anonima Storia dei monaci in Egitto, la Storia
Lausiaca di Palladio, le Vite e le lettere di Girolamo, la Storia religiosa di Teodoreto di Ciro, il
Prato spirituale di Mosco. Ma quella degli antichi padri non era una ritirata. Era, al contrario, come
lo fu in Enzo Bianchi, una peculiare militanza.
La lezione dei padri del deserto, la mise in atto. Il vuoto, la tabula rasa, il ricominciare non solo da
niente, ma dal niente, fu il punto di partenza dell’impresa rivoluzionaria di un “monaco
resistente”, come si autodefiniva un altro cultore dei padri del deserto, Thomas Merton, autore che
gli era molto caro e in cui si immedesimava. Di lui una volta scrisse: «Merton non è molto amato,
oggi, nello spazio ecclesiale: sorte comune a tutti gli uomini che hanno un messaggio profetico da
comunicare».
Enzo Bianchi aveva un messaggio profetico. All’indomani del Concilio Vaticano II aveva capito
che se il cattolicesimo voleva ritrovare quella spiritualità e quella dimensione mistica da tempo
dissipata, se voleva comunicarla alla società che se ne stava distaccando, doveva tornare alle antiche
fonti, recuperare l’afflato di una tradizione che si era mantenuta più viva nel mondo bizantino,
ecumenico ma poi, dopo lo scisma, denominato ortodosso e diviso da quello cattolico, la cui eredità
non poteva non essere indivisa. L’ecumenismo di Enzo Bianchi era inevitabile perché scaturiva da
quell’eredità. Il suo non era tradizionalismo ma uso di una tradizione atavica, recuperata attraverso
gli studi e la cultura, in senso progressista.
Quando nei suoi vent’anni, dopo avere incontrato il genius loci di una pieve romanica solitaria nella
conca di Bose, si trasferì lì accanto, nei ruderi di una cascina, il primo, esile nucleo del futuro
monastero comprendeva anche una donna. Fin da subito il suo progetto fu non solo ecumenico ma
inclusivo: dei diversi generi come delle diverse religioni e confessioni del cristianesimo.
Fu una
ricerca comune e molteplice della dimensione mistica bizantina, che si trattasse degli apoftegmi
dei Padri o degli scritti di Evagrio Pontico o di Giovanni Climaco, o di Massimo il Confessore,
Simeone il Nuovo Teologo, Anastasio Sinaita, Gregorio Palamas, o degli esiti delle dottrine e
pratiche spirituali riemersi, dopo un lungo tragitto carsico, nel mondo ortodosso di molti secoli
dopo: nella Filocalia, quel grande canone retrospettivo della spiritualità ascetico-esicasta greca, che
diffonderà e infonderà nella grande anima russa gli insegnamenti di una disciplina basata sulla
respirazione diaframmatica e sulla recitazione di un mantra, la cosiddetta Preghiera del Signore, che
fu chiamata esicasmo, il cosiddetto “yoga cristiano”, poi migrata nella Russia dei Racconti di un
pellegrino cari a Tolstoj.
Lo studio di quella lignée nella storia del cristianesimo, esplicata in
diverse lingue — il greco, il siriaco, il copto, lo slavonico —, fu distribuito tra i monaci di Bose e
consegnato ai tipi di Qiqajon, la casa editrice del monastero, che diede diffusione ai pensieri e alle
pratiche la cui conoscenza era il presupposto e la cui diffusione uno dei grandi esiti della disciplina
della comunità in cui ancora oggi vive. Così come vive e vivrà per sempre il coraggio, la virtus del
suo fondatore.
