Enzo Bianchi: il ricordo di Enrico Galavotti
Protagonista del cattolicesimo post-conciliare e fondatore della comunità di Bose, Enzo Bianchi ha segnato il dialogo ecumenico e culturale della Chiesa
7 settembre 2026
Subito dopo la sua morte, il 1° settembre scorso, Enzo Bianchi è stato ricordato soprattutto come un monaco capace di costruire e alimentare un dialogo con ambienti e personaggi distanti da quello spazio religioso che pure era il suo quotidiano. E appare come un paradosso che qualcuno che, come un monaco, nell’immaginario collettivo viene normalmente associato al ritiro e al silenzio della cella fosse, allo stesso tempo, percepito così vicino dai tanti che ne chiedevano, in vario modo, la presenza o il consiglio. Le centinaia di registrazioni audio e video che chiunque può reperire facilmente in Rete sono la testimonianza più concreta di questa disponibilità incessante di Bianchi a lasciarsi coinvolgere, che merita di essere compresa in modo più profondo di quanto non si è fatto ancor prima della sua morte. Scegliendo di non vivere come un eremita o nel chiuso del chiostro, Bianchi ha accettato un confronto costante con chiunque volesse incontrarlo, e questo ha significato, in prima battuta, un’immersione nei cambiamenti profondi conosciuti dal cattolicesimo degli ultimi decenni, di cui lui stesso è diventato un protagonista.
Con la morte di Bianchi viene davvero a mancare – dopo quelle di Ernesto Balducci, padre Turoldo, Giuseppe Dossetti e del cardinale Martini – l’ultima grande voce italiana della stagione post-conciliare, che scaturiva dall’impulso generante del Vaticano II e che, dopo di esso, ha dovuto toccare con mano anche la fatica e i drammi del rinnovamento della Chiesa. Bianchi era, anche in questo, una figura esemplare di quella generazione di cattolici giunti alla maturità prima del Concilio: educati a pensare la propria fede come qualcosa che si sorreggeva in contrapposizione agli altri – di volta in volta, i comunisti, gli ebrei, i protestanti, gli atei – e, com’era stato loro insegnato, dovevano sentirsi impegnati a conquistare meriti agli occhi di Dio, anche per spendere un po’ di questo capitale allo scopo di guadagnare la salvezza per gli avversari della Chiesa. Lui stesso ha ricordato più volte i pellegrinaggi giovanili in quei santuari europei che segnavano l’apogeo di questa chiesa “militante”: era rimasto affascinato dall’esempio del vescovo martire Thomas Becket, che aveva sparso il suo sangue nella cattedrale di Canterbury per difendere la libertas ecclesiae.
Vivere il rinnovamento conciliare ha implicato allora per Bianchi abbandonare molti di questi riferimenti, ma non tutti. L’attenzione che, ad esempio, ha riservato sino alla fine alla liturgia tridentina dev’essere decifrata alla luce di un’esperienza personale di partecipazione non banale alla vita di fede della sua comunità parrocchiale. Per Bianchi immergersi nel processo di rinnovamento determinato dal Vaticano II ha significato, a un certo punto, lasciare da parte l’impegno politico nella Democrazia cristiana e spostarsi da Torino, dove aveva avviato un percorso di lettura e commento della Bibbia insieme ad alcuni amici, alle cascine di Bose. Venendo in contatto nel corso degli anni con altre figure – dall’abbé Pierre a frère Roger Schutz –, Bianchi aveva immaginato la possibilità di rilanciarne le intuizioni anche nel contesto italiano. La comunità – non ancora il monastero – di Bose era sorta in origine come aggregazione di alcuni giovani laici, uomini e donne, appartenenti a diverse confessioni per vivere un’esperienza di vita comunitaria cristiana. Un gruppo che sentiva la suggestione dell’esperienza di Francesco d’Assisi e che, in modo simile, non avvertiva l’esigenza di darsi una regola se non sotto forma di una raccolta di passi del Vangelo; questi primi fratelli e sorelle seguivano il dettato del Testamento di Francesco anche rispetto all’impegno per il lavoro quotidiano, svolto nella scuola, negli ospedali o nelle fabbriche, com’era per tutti gli altri uomini e donne.
Sotto la guida di Bianchi, Bose diventò nel volgere di pochi anni una delle esperienze post-conciliari di rifondazione del monachesimo di maggiore importanza, distinguendosi nell’impegno ecumenico e nella promozione della lettura e del commento della Bibbia. La comunità monastica piemontese diventò per molti l’immagine vivente di ciò che il Concilio aveva lasciato sognare ma che non si era ancora realizzato. Mentre infatti la Santa Sede istituiva commissioni bilaterali ed elaborava una sorta di cerimoniale dell’ecumenismo rispettoso nella forma ma improduttivo nella sostanza, Bianchi allacciava rapporti fraterni con i maggiori esponenti delle Chiese cristiane: era convinto – lo dirà molti anni dopo – che prima della sua morte avrebbe potuto finalmente vedere la ricostituzione di una qualche forma di unità tra le Chiese, mentre invece avrebbe concluso i suoi giorni constatando l’allargamento delle divisioni e il venir meno del sogno della ricostruzione della grande Chiesa del primo millennio.
Ma l’importanza di Bose – e una delle ragioni del suo successo – stava anche nella sua capacità di dare risposta ad altre urgenze del cattolicesimo post-conciliare: offrendo un esempio di qualità nella celebrazione della liturgia alternativo a quello mediamente incolore sperimentato nelle parrocchie; o fornendo un modello di lettura del testo della Bibbia, fondato sulla lectio divina, allo scopo di farne, come aveva indicato il Concilio, un elemento fondante per la vita di fede dei cristiani. Bianchi è diventato così nel corso dei decenni una figura di riferimento anche per le migliaia di sacerdoti e religiosi giunti a Bose per seguire un corso di esercizi spirituali o di approfondimento dei testi biblici.
Lo svolgimento di questa funzione mai ufficiale eppure concretissima di garante – e supplente – dell’aggiornamento conciliare, accompagnata da un’attività di scrittura che dalle piccole case editrici cattoliche si è man mano allargata ai grandi editori laici e ai maggiori quotidiani nazionali, ha reso quello di Bianchi un volto sempre più noto dentro e fuori lo spazio cattolico, guadagnandogli una considerazione crescente da parte dell’episcopato come della Santa Sede; e, se è conosciuta la sua partecipazione come esperto e uditore al Sinodo dei vescovi, resta ancora tutto da approfondire il ruolo giocato nella redazione di importanti documenti della Conferenza episcopale italiana come dello stesso magistero papale. Bianchi era diventato un interlocutore per tanti vescovi – e cardinali – che intuivano la profondità della crisi attraversata dalla Chiesa senza però avere la capacità di elaborare una risposta o più semplicemente il coraggio di presentarla. Questo coinvolgimento sul piano istituzionale è avvenuto senza che Bianchi deponesse le idee e le preoccupazioni che gli erano più proprie e che lo spingevano a denunciare con forza il pericolo che, in un contesto politico e sociale caratterizzato dall’arroccamento identitario, anche la Chiesa si compiacesse, senza rendersene conto, di una sua riduzione strumentale a religione civile, reiterando dinamiche ben conosciute dagli storici del cristianesimo. È stato precisamente su questo nodo che Enzo Bianchi ha incominciato a incontrare un’opposizione sempre più strutturata e tenace, quella di chi era atterrito dall’ipotesi che gli si concedesse il cardinalato, che ne metteva in discussione la preparazione teologica e che insinuava nei suoi confronti una carenza di ortodossia che avrebbero dovuto imporre alle istituzioni ecclesiastiche una presa di distanza se non le debite censure.
Sono gli stessi ambienti che hanno guardato con compiacimento – e come una conferma delle loro critiche – la vicenda ben nota della visita apostolica e dei successivi provvedimenti che hanno interessato Enzo Bianchi insieme ad alcuni fratelli e sorelle. Una circostanza che, proprio per la rilevanza del personaggio Bianchi, andrà compresa in tutti i suoi risvolti e indagata con metodo storico. Uno studio serio e documentato di tutto ciò consentirà anche di soppesare l’opportunismo di chi, anche senza essere membro del monastero di Bose né conoscere tutte le tessere del mosaico, è intervenuto per tracciare pubblicamente su quel che era accaduto un giudizio utile soltanto per averne un ritorno su un piano più personale: permettendo così anche di comprendere la qualità effettiva di alcuni degli interlocutori di Bianchi. Possiamo intuire solo per difetto cosa tutto questo abbia significato – al di là delle conseguenze sul piano canonistico – per il monastero di Bose, per Enzo Bianchi e per i fratelli e sorelle che poi l’hanno accompagnato nella fondazione della Casa della Madia. Senz’altro questa tappa finale della sua vita meriterà un approfondimento importante – magari iniziando la pubblicazione delle omelie e degli interventi tenuti presso di essa –, perché confermerà l’imprescindibilità per Bianchi di vivere all’interno di uno spazio comunitario. Avendo vissuto per quasi tutta la vita all’interno di un monastero, Bianchi ne conosceva dinamiche e peculiarità; sapeva che, in ultima analisi, le stesse regole monastiche da lui studiate e pubblicate nascevano precisamente per ricondurre a normalità le tensioni della vita comunitaria; ma allo stesso tempo Bianchi ne conosceva la bellezza per lui evidentemente irrinunciabile ed è indicativo di questo il titolo scelto per la sua autobiografia di prossima uscita per Einaudi: La vita si fa in tanti.
All’età di ottant’anni Enzo Bianchi si è trovato nella situazione di dover ricominciare e sperimentare nel modo più concreto quella condizione del mendicante che il cardinale Martini, suo amico, gli ricordava essere propria delle persone che si avvicinavano alla morte. Ma tutta la vita di questo monaco andrà necessariamente studiata e ricostruita con tutti gli strumenti del lavoro storico: solo così si potrà comprendere appieno il peso del suo ruolo nei decenni post-conciliari e ricondurre ogni aspetto – comprese le ultime e più dolorose vicende – alla sua esatta dimensione.
