La spiritualità nelle canzoni di Freddie Mercury e dei Queen
Da Bohemian Rhapsody a Somebody to Love, fra Federico Russo rilegge i testi dei Queen alla ricerca dei riferimenti a Dio, alla Bibbia e alla trascendenza: «In Freddie c’era un atteggiamento spirituale, ma non dichiarò mai esplicitamente la sua fede».
Pietro Piga
16 agosto 2026
Il 9 agosto 1986, sul palco del Knebworth Park (Stevenage, Inghilterra), i Queen si congedarono dai fan, almeno 125 mila sul pratone, sulle note di God Save the Queen. Per l’ultima volta, Freddie Mercury cantò e suonò al pianoforte la scaletta del Magic tour. Salutò il suo pubblico, indebolito dalla malattia, dopo 14 album in studio – ne sarebbe stato pubblicato uno postumo nel 1995 (Made in Heaven), quattro anni dopo la sua morte – e altrettante tournée. Nella discografia della rock band britannica, che Mercury fondò a Londra nel 1970 insieme al chitarrista Brian May e al batterista Roger Taylor, ci sono richiami, espliciti e impliciti, alla religione, alla fede e alla spiritualità.
Ricerca di trascendenza
«È presente un’apertura verso la trascendenza, una forma di nostalgia di Dio, in alcuni momenti una confessione di fede seppur né i Queen, né Freddie professarono mai in modo diretto una confessione religiosa», afferma fra Federico Russo, che ha scandagliato il repertorio del gruppo e l’ha analizzato in Somebody to love. La spiritualità nelle canzoni dei Queen (San Paolo, 2026).
Il religioso, francescano dei frati Minori, appassionato di musica rock, coglie fin dal primo disco i riferimenti evangelici. In particolare, in tre tracce: Great King Rat, nella quale c’è «una ricerca di natura spirituale non convenzionale e la cui parte centrale si trasforma in una sorta di predica»; Liar, che mette l’ascoltatore «davanti a una confessione, fatta in prima persona e rivolta a Dio»; Jesus, che racconta «la vicenda di Gesù, la folla che lo cercava, la sua opera di guarigione di un lebbroso, per finire con la menzione dell’episodio dei Magi».
La sensibilità di Mercury
I riferimenti alla fede e a Dio sono ricorrenti anche nel resto della produzione dei Queen e dimostrano, secondo fra Federico, «un atteggiamento spirituale» che può essere fatto risalire alle origini di Mercury, che nacque in Tanzania, poi emigrò in India e infine si stabilì in Inghilterra. «In lui c’era un mix di culture e tradizioni religiose, dallo zoroastrismo della famiglia al cristianesimo delle scuole che frequentò. Questo l’ha reso una figura unica e sfuggente alle classificazioni standard.
Freddie non si fece mai problemi a citare elementi del linguaggio cristiano, ma non dichiarò mai esplicitamente la sua fede», spiega il francescano, che in passato ha posto la lente d’ingrandimento anche sugli U2, scrivendo One. Un modo per avvicinarsi a Dio. Gli U2 tra rock e Bibbia (San Paolo, 2019), e su Bob Marley, con Redemption Songs. La Bibbia secondo Bob Marley (Àncora, 2023).
Uno dei singoli di maggior successo dei Queen è Somebody to Love (1976), che dà il nome al libro di fra Federico. «Nei fatti è una preghiera perché Freddie si rivolge a Dio dicendo: “Signore, dammi qualcuno da amare”. L’amore è un argomento trattato tante volte e fa emergere un’insoddisfazione di fronte ai vissuti quotidiani». Mi inginocchio / E inizio a pregare / Finché le lacrime non mi sgorgano dagli occhi, scrisse e cantò Mercury. «Nel brano, dato che questo amore alla fine non riesce mai a realizzarsi nella sua accezione più completa, nasce l’idea di inginocchiarsi, pregare e implorare Dio perché sia lui a donare la possibilità di vivere l’amore in pienezza», prosegue il frate, che dal 2001 è anche in prima persona compositore di canzoni (quella d’esordio è stata Il canto dell’amore, ispirata al Libro di Isaia), ed è frontman della band Redemption Sons.
Condanna e salvezza
È in Bohemian Rhapsody, il brano più popolare e celebrato dei Queen, che viene alla luce l’influenza delle culture e tradizioni religiose incontrate da Mercury nella sua vita. «Ci sono due espressioni che rimandano ai testi sacri, che Freddie scelse per parlare della condanna e della possibile salvezza», fa notare fra Federico. «Dal Corano, bismillah, che significa “nel nome di Dio”, e dal Vangelo di Matteo beelzebub, che è “il principe dei demoni”».
Negli ultimi anni della sua carriera, dopo la diagnosi di Aids, Mercury scrisse sulla fragilità, la morte e il desiderio di eternità. «Ebbe un atteggiamento di speranza, ritenendo che la morte non fosse la fine di tutto, anche se non lo espresse in modo esplicito come fede nella risurrezione o in una vita oltre la morte», conclude fra Federico.
