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Quando l’obbedienza non è più una virtù

Una fila di manichini tutti vestiti con maglione nero e pantaloni scuri visti di spalle. Un solo manichino al centro si gira verso l'osservatore, rompendo la fila. In basso, una fascia nera riporta il titolo dell'articolo "Quando l'obbedienza non è più una virtù di Emanuela Buccioni" e il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.

14 Luglio 2026 

Ci sono parole che sembrano virtuose finché non si guarda a chi giovano. 
“Obbedienza” è una di queste. Nella tradizione cristiana è stata spesso caricata di un’aura quasi indiscutibile: obbedire come segno di umiltà, disponibilità, fiducia, rinuncia a sé. Eppure la Bibbia è molto meno ingenua. Conosce l’obbedienza che apre alla vita, ma conosce anche l’obbedienza che collabora con la morte. Per questo la domanda va posta senza troppe cautele: quando l’obbedienza smette di essere virtù e diventa complicità? 
Nel vangelo di Marco, Gesù smaschera la logica dei poteri che «dominano» e «opprimono» (Mc 10,42). Si descrive il potere quando si sottrae al limite e pretende di disporre dell’altro come di una cosa. È a questa logica che Gesù contrappone il suo: «Tra voi però non è così». 
Se il primo gesto evangelico è riconoscere il dominio, il secondo è interromperlo. Non sempre con gesti grandiosi. Anzi, la Scrittura suggerisce spesso il contrario: la salvezza comincia in atti minuti, quasi invisibili, capaci però di inceppare il meccanismo della morte. 
L’Esodo lo racconta con straordinaria finezza. Prima di Mosè, del roveto, delle piaghe e del mare che si apre, ci sono le due levatrici: Sifra e Pua. Il Faraone ordina loro di uccidere i figli maschi appena nati. È un comando amministrativo, apparentemente lineare dentro la logica del potere: controllare un popolo di confine che può diventare minaccia. Le levatrici però non eseguono. Il testo dice che «temettero Dio» e non fecero come aveva ordinato il re d’Egitto. Il timore di Dio, qui, non è paura religiosa, ma lucidità morale. È riconoscimento di un criterio più alto dell’ordine imposto. 
Sifra e Pua non fanno proclami, non guidano una rivolta. Disobbediscono. Questa disobbedienza sobria, concreta, diventa il primo varco dell’Esodo. Là dove il Faraone organizza la morte, alcune donne custodiscono la vita perché invece di eseguire fanno discernimento. 

LA DISOBBEDIENZA DEI PICCOLI 

È importante notare che il racconto non oppone al Faraone un altro potere speculare. 
Non funziona secondo la logica: al dominio violento si risponde con un dominio più forte. Prima ancora di suscitare un liberatore pubblico, apre spazi di resistenza attraverso figure marginali: levatrici, madri, sorelle, figlie. La liberazione inizia da una rete femminile che disobbedisce al destino già scritto. 
Le strutture assolutizzate producono quasi sempre corpi marginalizzati, silenziati o resi funzionali alla conservazione dell’ordine dominante. Non è casuale che il controllo del potere passi spesso attraverso il controllo della generazione, dei corpi, della parola e della visibilità delle donne. L’Esodo mostra il contrario: proprio i corpi che il sistema vorrebbe usare o ignorare diventano luoghi di decisione, di parola, di futuro. 
Disobbedire, allora, non significa celebrare l’arbitrio individuale. Non ogni rifiuto è profetico, non ogni indisciplina è evangelica. È il rifiuto di collaborare quando l’ordine pretende di salvarsi sacrificando qualcuno. È la scelta di sottrarsi alla catena del comando quando il comando trasforma persone in materiale di consumo. 
Per questo alcune memorie civili risuonano con sorprendente forza evangelica. Ad Albinea, nel 1944, cinque soldati tedeschi — Hans Schmidt, Erwin Bucher, Erwin Schlunder, Karl Heinz Schreyer e Martin Koch — furono fucilati dai loro commilitoni per aver passato informazioni ai partigiani. La loro scelta non può essere sovrapposta meccanicamente al racconto dell’Esodo, ma ne lascia intravedere una grammatica comune: talvolta la giustizia prende la forma di una sottrazione. Disertare può voler dire uscire dall’automatismo dell’obbedienza, rifiutare la complicità, scegliere un’alleanza imprevista con chi è minacciato. 
Iniziative pubbliche come quelle di Cheap street poster art che ripropongono parole come «disobbedite con generosità» o «disertare il patriarcato, la guerra, il nazionalismo» possono piacere o irritare, ma hanno il merito di rimettere in circolo una domanda essenziale: a quali ordini stiamo obbedendo senza pensarci più? A quali linguaggi, procedure, ruoli, tradizioni, convenienze permettiamo di decidere chi debba essere ascoltato e chi possa essere sacrificato? 
Non basta che una struttura abbia una lunga storia perché sia innocente. Non basta che un linguaggio sia religioso perché non possa coprire dinamiche di dominio. Il discernimento comincia quando l’obbedienza torna a interrogarsi sul suo frutto: custodisce la vita o la restringe? 

IL POTERE DAVANTI ALLA VERITÀ 

Il quarto vangelo porta questa domanda davanti al potere imperiale. Nel dialogo tra Gesù e Pilato, la questione dell’autorità viene messa a nudo con sobrietà. Pilato possiede gli strumenti della coercizione, dispone del linguaggio giuridico, abita il luogo della decisione pubblica. A un certo punto formula la pretesa del potere nella sua forma più cruda: «Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di metterti in croce?» (Gv 19,10). 
Pilato lo intende come disponibilità sulla vita dell’altro. Posso liberarti, posso crocifiggerti. È la vertigine di ogni potere quando si pensa assoluto. La risposta di Gesù è spesso stata letta in modo ambiguo: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11). Come se Gesù sacralizzasse il potere di Pilato. Il testo dice altro: Gesù relativizza Pilato. Gli ricorda che il suo potere non è assoluto, non nasce da sé, non possiede l’ultima parola. L’espressione ánōthen, «dall’alto», nel vangelo di Giovanni è il richiamo a un’origine e a un giudizio che superano il potere stesso. Pilato, infatti, è potente ma non libero. Vede Gesù davanti a sé, ma non comprende chi abbia davanti. Interroga la verità, ma non resta nella relazione abbastanza a lungo per lasciarsene trasformare. Chiede: «Che cos’è la verità?» e subito esce di nuovo. La verità non viene confutata: viene evitata. Il potere spesso fa così. Non sempre nega frontalmente ciò che lo mette in crisi; più spesso lo rimanda, lo traduce in problema di ordine pubblico, lo aggira con procedure, opportunità, calcoli. 
Qui si comprende meglio anche la parola di Gesù in Marco: «Tra voi non è così». Non è così perché l’autorità evangelica non possiede la verità come un’arma. La testimonia. Non la impone dall’alto, ma accetta di esserne giudicata. 
Per questo disobbedire non è solo un tema antico. È una pratica spirituale e politica sempre da ricominciare. Significa sottrarsi all’automatismo delle logiche dominanti, come ricordava Hannah Arendt; interrompere l’ovvietà dell’obbedienza; riconoscere che il male può abitare anche procedure ordinarie, ruoli rispettabili, linguaggi apparentemente neutri.

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