'Più donne dentro la Chiesa' intervista a Nathalie Becquart
La sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, vincitrice Premio Bellisario 2026 per la pace: «Più donne dentro la Chiesa, va cancellata un’epoca di abusi e violenze. Leone va avanti con la trasformazione».
intervista a Nathalie Becquart, a cura di Giacomo Galeazzi
28 giugno 2026
Stop di Leone al gender gap nella Chiesa. «Una donna può esercitare una responsabilità con
competenza, fede e libertà interiore», dice suor Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei
Vescovi, prima donna nella storia con diritto di voto nell'assise episcopale, premiata ieri al Colosseo
con il "Bellisario 2026 per la pace" come «donna che fa la differenza» e ricevuta al Quirinale da
Sergio Mattarella. E aggiunge: «Dobbiamo trovare strade per affrontare e vivere l'alterità e la
differenza tra uomini e donne in un altro modo che non quello patriarcale della dominazione
maschile sul femminile. Come figli e figlie di Dio siamo uguali ma diversi. Lavorare insieme
produce una governance migliore. Un cammino di conversione e riconciliazione tra uomini e donne
nella Chiesa».
Leone prosegue la riforma di Francesco per una Curia sempre più femminile. Cosa comporta
in termini operativi?
«Ciò che vive la Chiesa ha una risonanza ben oltre le sue mura. La partecipazione delle donne ai
processi decisionali è determinante per costruire una società più giusta e riconciliata. Molti studi
mostrano che la chiave per una pace duratura è il coinvolgimento delle donne nei processi di
costruzione della pace. Le donne non vogliano la guerra! Quando un'istituzione così antica e
strutturata come la Chiesa avanza su questo cammino invia un segnale a tutta la società: gli ostacoli
alla piena partecipazione delle donne non sono una fatalità ma barriere culturali che devono essere
superate. È un messaggio di speranza per tutte le donne che nella Chiesa e nel mondo cercano
ancora il loro giusto posto. E una buona notizia anche per gli uomini che non hanno nulla da
perdere, anzi, collaborano con le donne al servizio della pace e del bene comune».
Oggi come si può fare davvero la differenza in Vaticano?
«Non significa imporre una visione femminile contro una maschile, ma spendere la mia voce,
esperienza e carisma in una missione condivisa. La sfida nella Chiesa, come in tutte le istituzioni, è
che camminiamo insieme, uomini e donne, nell'ascolto e nel rispetto reciproci. Dal Sinodo è uscito
un appello urgente a coinvolgere maggiormente le donne nei processi decisionali e nelle
responsabilità. Così da mettere in atto processi che permettono l'esercizio della corresponsabilità tra
uomini e donne in un mondo complesso come il nostro. Incrociando sguardi diversi si analizzano
meglio le situazioni. E così fronteggiamo bene le sfide comuni».
Che tipo di leader è Leone?
«Da lungo tempo ha l'abitudine di lavorare con le donne, in particolare nella sua diocesi di
Chiclayo. Oggi si tratta di riconoscere che tutti i battezzati, uomini e donne, sono chiamati a
contribuire insieme, nella reciprocità, alla vita e alla missione della Chiesa. Ciò implica una più
ampia partecipazione delle donne ai processi di discernimento ecclesiale e in ogni fase dei processi
decisionali. Con un più ampio accesso a posizioni di responsabilità anche nelle diocesi e nelle
istituzioni ecclesiastiche, compresi seminari, istituti, facoltà teologiche. E altrove»
Segno del metodo Prevost del coinvolgimento?
«È la via indicata nell'enciclica Magnifica Humanitas. Siamo corresponsabili dei cammini da
tracciare per preservare questa magnifica umanità. Di fronte alle immense questioni e ai rischi posti
dall'Ai e dal cambiamento climatico la risposta è il discernimento comunitario che deve coinvolgere
le donne come gli uomini. Fare la differenza significa lavorare a questa attuazione che è al servizio
del dialogo e della pace. È contribuire a una Chiesa che impara a camminare utilizzando tutti i doni
distribuiti in ogni persona, senza distinzione di sesso. Significa incoraggiare altre donne, specie le
più giovani, con uno stile collaborativo che passa attraverso l'ascolto e il dialogo. Stilecooperazione».
Sempre più donne in ruoli chiave in Vaticano.
«È un segnale forte. Mostra che la Chiesa, sotto l'impulso degli ultimi due papi, riconosce la dignità
battesimale di tutte le donne e la loro reale capacità di esercitare responsabilità di governo. La
nomina della nuova prefetta per la Comunicazione si unisce a quella di altre donne già in posizioni
di responsabilità in Vaticano, ne è un segno forte. Fiducia autentica nelle competenze e nei carismi
delle donne e frutto anche di un cammino sinodale che ha riconosciuto l'esperienza delle donne
nella Chiesa e gli ostacoli culturali che ancora frenavano la loro piena partecipazione. Un passo
verso una Chiesa più fedele alla sua vocazione di amare e servire chiunque».
Si va verso una donna su tre in Curia. Cosa cambia?
«È un progressione incoraggiante, ma il cammino continua. La sfida non è principalmente canonica
ma culturale: trasformare le mentalità a tutti i livelli della Chiesa, non solo in Vaticano ma in ogni
diocesi. Già è emersa la questione del posto delle donne nella Chiesa e nella società: una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono
maggiore giustizia e uguaglianza. La storia mostra una lunga trama di autoritarismo da parte degli
uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista. Da qui
originano le rivendicazioni di diritti e di maggiore reciprocità tra uomini e donne».
Quali sono ancora gli ostacoli verso una piena parità?
«Continua l'impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale, come chiesto dal
Sinodo. Così da rafforzare la partecipazione delle donne alla leadership nella Chiesa dando
attuazione alle opportunità già previste dal diritto sul ruolo delle donne, in particolare laddove
restano inattuate. Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa. E non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. La sfida è che questa dinamica
continui ad estendersi alle Chiese locali, in particolare nei Paesi e società ancora molto dominati da
una cultura patriarcale dove il cammino resta più lungo. Cambiare la cultura è la sfida, a partire
dall'educazione. Ma vediamo cambiamenti ovunque, con sempre più donne nei consigli e nei luoghi
di responsabilità ecclesiali, e molte "prime donne" in missioni finora occupate da sacerdoti, come
presidente di università cattolica, di Caritas diocesane e nazionali, cancelliere, segretaria generale di
una conferenza episcopale, presidente di una facoltà di teologia».
Qual è il "genio femminile"?
«È la ricchezza propria che la Chiesa deve accogliere senza clericalizzare le donne o farle entrare in
schemi pensati solo per gli uomini. La Chiesa è chiamata a diventare effettivamente "più donna",
accogliendo la sfida di ascoltare e integrare voci e doni delle donne. Sia Francesco sia Leone hanno
sperimentato quanto abbiano da offrire».
