L’immaginario del male
Viaggio tra miti, simboli, paure da Pandora alla femme fatale.
Pandora ed Eva appartengono a mondi diversi. Eppure sembrano abitare la stessa domanda. Nella Grecia di Esiodo, Pandora è la prima donna, creata dagli dèi e destinata a introdurre nel mondo sofferenze e sciagure. Nella tradizione biblica, Eva diventerà, nella successiva ricezione culturale, la figura associata all'ingresso del peccato nella storia. Personaggi lontani, eppure accomunati da una sorprendente funzione simbolica: collocare una figura femminile all'origine di una frattura nell'ordine del mondo.
Non si tratta di una semplice coincidenza. Dall'antichità al mondo cristiano, il male è stato spesso immaginato non come una forza brutale che irrompe dall'esterno, ma come qualcosa che seduce, persuade, attrae. Ed è attorno a questa idea di attrazione che il femminile viene spesso chiamato a rappresentare ciò che appare insieme desiderabile e pericoloso, capace di generare vita ma anche di oltrepassare limiti e confini.
Da qui prende avvio una vicenda che attraversa teologia, letteratura e arti figurative. Non una semplice identificazione tra donna e male, come oggi si potrebbe frettolosamente pensare, ma un processo più complesso attraverso cui sul femminile vengono proiettate alcune delle grandi inquietudini della cultura occidentale: desiderio, conoscenza, libertà, sessualità e il mistero della generazione della vita.
Una delle testimonianze più sorprendenti di questa storia si trova nella Cappella Sistina. Nella scena del peccato originale, Michelangelo raffigura il serpente avvolto all'albero della conoscenza con il busto e il volto di una donna.
Può sembrare una scelta insolita; in realtà l'artista raccoglie una tradizione iconografica già diffusa nel Medioevo. In miniature, sculture e manoscritti il tentatore dell'Eden compare spesso con sembianze femminili.
È una trasformazione di straordinaria e inquietante forza simbolica. All'inizio del racconto biblico la donna è la tentata. In queste immagini, invece, il male finisce progressivamente per assumere sembianze femminili. Il tentatore diventa il doppio della tentata. Alcuni studiosi vi hanno intravisto un'eco di Lilith, figura della tradizione ebraica, sebbene l'origine di questa iconografia resti discussa. Ciò che appare evidente è che il serpente-donna diventa uno dei luoghi simbolici in cui si condensano seduzione, trasgressione e paura dell'inganno.
In questa prospettiva, il femminile non appare semplicemente malvagio, ma ambiguo: capace di attrarre e di smarrire, di generare e di destabilizzare. È una differenza importante. Le immagini non descrivono donne reali, ma costruiscono figure simboliche sulle quali vengono proiettate tensioni culturali profonde.
Nei secoli successivi questa associazione si radicalizza. Con la demonologia tardomedievale e la caccia alle streghe, il sospetto non riguarda più soltanto la tentazione. La donna viene sempre più spesso immaginata come interlocutrice privilegiata del demonio. Le celebri incisioni di Hans Baldung Grien mostrano figure femminili che dominano la scena: non vittime del male, ma protagoniste di una relazione diretta con esso. La strega rappresenta forse il punto culminante di una lunga costruzione simbolica: non più soltanto donna tentata, ma donna ritenuta capace di trattare direttamente con le forze che la società teme e non riesce a controllare.
Eppure la storia non si ferma qui. Quando l'Europa moderna si allontana progressivamente dall'universo della demonologia, molte di quelle immagini sopravvivono sotto altre forme. La strega lascia il posto alla seduttrice, alla sirena, alla femme fatale. Cambiano i linguaggi, ma non sempre gli immaginari. Salomè, riletta dai simbolisti, diventa l'emblema di una femminilità tanto affascinante quanto pericolosa.
Nel dipinto Il peccato di Franz von Stuck, realizzato nel 1893, una donna emerge dall'ombra mentre un enorme serpente le si avvolge attorno al corpo, fondendo in un'unica immagine seduzione e peccato. A quasi quattro secoli dalla Sistina, gli stessi simboli continuano a parlare.
Guardate insieme, queste figure non raccontano tanto le donne quanto le società che le hanno immaginate. Pandora, Eva, la donna-serpente, Lilith, la strega o la femme fatale appartengono a epoche e tradizioni differenti, ma rivelano una medesima tendenza: attribuire al femminile ciò che appare insieme affascinante e minaccioso, desiderabile e perturbante. Più che una storia del male al femminile, è la storia di come il femminile sia diventato, per lungo tempo, uno dei principali luoghi simbolici attraverso cui una cultura ha dato forma alle proprie inquietudini.
Ma le immagini non si limitano a riflettere una cultura: contribuiscono a plasmarla. Per secoli, figure come Eva, la donna-serpente, la strega o la seduttrice hanno alimentato immaginari nei quali il femminile veniva associato alla tentazione, all'eccesso, all'irrazionalità o alla trasgressione. Non perché le donne fossero considerate semplicemente malvagie, ma perché sul loro corpo e sulla loro esperienza sono state proiettate questioni decisive riguardanti il desiderio, l'autorità, la conoscenza e la libertà.
Il punto, allora, non è stabilire se queste immagini appartengano a un passato definitivamente superato. È chiedersi quali tracce abbiano lasciato e quali idee continuino ancora oggi ad abitare il nostro sguardo. Perché il percorso che conduce da Pandora alla femme fatale mostra come l'immaginario del femminile sia stato, per secoli, uno dei luoghi in cui si sono giocati rapporti di potere, forme di controllo e interpretazioni della differenza. Interrogarlo criticamente non significa cancellare queste immagini, ma imparare finalmente a leggerle.
di Miriam Francesca Bianchi
Teologa, laureata in Scienze Filosofiche, docente
