La vita come un gioco dell’oca
La vita assomiglia, sotto molti aspetti, al gioco dell’oca. Nasciamo senza conoscere il percorso che ci attende e, come il giocatore che lancia i dadi, possiamo decidere come affrontare ogni situazione, ma non possiamo controllare tutto ciò che ci accade. Una parte della nostra storia dipende dalla nostra libertà; un’altra ci raggiunge come dono, sorpresa o prova. Vivere significa imparare a intrecciare queste due dimensioni: ciò che scegliamo e ciò che riceviamo.
Il cammino dell’esistenza non è lineare. Vi sono periodi nei quali sembra di avanzare rapidamente e altri in cui ogni passo costa fatica. In questo senso, il gioco dell’oca è una straordinaria metafora della condizione umana, perché insegna che il progresso non è mai soltanto il risultato della volontà. Lungo il percorso si incontrano infatti delle “caselle speciali”, eventi che modificano radicalmente il ritmo del viaggio.
Il ponte, alla casella 6, rappresenta quegli incontri, quelle intuizioni o quelle opportunità che permettono di attraversare un ostacolo e di giungere molto più avanti di quanto avremmo immaginato. Un maestro, un amico, una vocazione, un amore, una scoperta possono abbreviare anni di ricerca. Tuttavia il ponte richiede un prezzo: per attraversarlo occorre lasciare qualcosa. Ogni autentico progresso implica sempre una rinuncia. Nessun passaggio decisivo nella vita è gratuito.
La locanda, alla casella 19, simboleggia invece le soste necessarie. Viviamo in una cultura che identifica il valore con la produttività, ma l’esistenza conosce tempi di riposo, di guarigione, di silenzio e di attesa. Talvolta siamo costretti a fermarci per una malattia, una crisi o semplicemente perché abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi.
Anche qui si paga un prezzo: il tempo. Ma il tempo non è perduto quando prepara un nuovo inizio.
Il pozzo, alla casella 31, è l’immagine delle crisi profonde. Vi sono esperienze nelle quali ci sentiamo incapaci di uscire con le sole nostre forze: una depressione, un lutto, un fallimento, una dipendenza, una perdita di senso. Nel gioco dell’oca si rimane nel pozzo finché un’altra pedina non arriva a sostituirci. È un’immagine sorprendentemente umana: nessuno si salva completamente da solo. Molte volte è l’incontro con un’altra persona che ci libera dalla nostra prigionia interiore. E chi ci libera accetta, in qualche modo, di condividere il peso della nostra sofferenza. Ogni autentica solidarietà comporta una forma di sostituzione.
Anche la prigione, alla casella 52, parla dell’esperienza di sentirsi bloccati. Qui non è tanto il dolore a imprigionare, quanto le strutture, le paure, le abitudini, i sensi di colpa o le immagini che abbiamo costruito di noi stessi. Anche in questo caso la liberazione giunge attraverso una relazione. La vita ci ricorda che siamo esseri radicalmente interdipendenti: nessuno raggiunge la libertà senza aver ricevuto libertà da altri.
Il labirinto, alla casella 42, è forse una delle immagini più attuali. Esso rappresenta la confusione, la perdita dell’orientamento, l’eccesso di possibilità, le ideologie, le illusioni che promettono scorciatoie. Chi entra nel labirinto crede di avanzare, ma scopre di essere costretto a tornare indietro. Non tutti i passi in avanti sono autentico progresso.
Talvolta la sapienza consiste proprio nel riconoscere l’errore e accettare di ritornare al punto in cui avevamo smarrito la direzione.
Lo scheletro, alla casella 58, è la figura più drammatica del gioco. Costringe a ritornare alla partenza proprio quando il traguardo sembra ormai vicino. È l’esperienza delle grandi rotture dell’esistenza: una malattia improvvisa, il fallimento di un progetto costruito in decenni, la perdita di una persona amata, il crollo delle proprie sicurezze.
Tutto sembra ricominciare da capo. Ma anche qui il simbolo può essere letto in profondità. Nella vita non si ricomincia mai davvero da zero. Si ritorna all’inizio con una coscienza diversa. Le esperienze vissute non vengono cancellate; diventano parte della persona che siamo. Ogni nuovo inizio contiene la memoria di tutti quelli precedenti.
Infine vi è la casella 63, il traguardo. Essa può essere raggiunta soltanto con un lancio esatto; se il tiro supera il numero necessario, bisogna retrocedere dei passi eccedenti. È una regola singolare che suggerisce una verità profonda: il compimento della vita non si conquista con l’eccesso. Non basta arrivare; occorre arrivare nella giusta misura.
L’impazienza, l’ambizione smisurata, il desiderio di possedere tutto e subito possono farci oltrepassare ciò che stavamo cercando. Esiste una sapienza del limite che insegna a fermarsi quando è il momento di fermarsi. La pienezza dell’esistenza non consiste nell’accumulare sempre di più, ma nel raggiungere quella misura interiore nella quale ogni cosa trova il proprio posto.
La differenza decisiva tra il gioco dell’oca e la vita rimane tuttavia questa: nel gioco tutti percorrono lo stesso tracciato e l’obiettivo è arrivare prima degli altri. Nella vita, invece, ciascuno percorre una strada irripetibile. Non siamo in competizione, ma in trasformazione. Ogni persona attraversa ponti diversi, soste diverse, pozzi diversi, labirinti diversi e persino morti diverse. Ciò che conta non è la velocità del cammino, ma la profondità con cui esso viene vissuto.
Guardando indietro, ci accorgiamo allora che nessuna casella era inutile. I ponti ci hanno insegnato la gratitudine; la locanda, il valore del riposo; il pozzo e la prigione, la necessità degli altri; il labirinto, il discernimento; lo scheletro, la forza di ricominciare; il traguardo, il senso della misura. L’intero percorso rivela che la vita non è una corsa verso il successo, ma un lento apprendistato della sapienza. E forse la vera vittoria non consiste nell’arrivare per primi alla casella finale, bensì nel diventare, attraverso tutte le tappe del viaggio, persone sempre più capaci di amare, di sperare e di ricominciare.
Fonte: ApertaMente
