Silvano Petrosino 'Coltivare un sano realismo'
Il numero 218 della lettera enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas è intitolato «Coltivare un sano realismo». È una preoccupazione costante del Papa che, come un fiume carsico, emerge in più occasioni nel corso del testo; ad esempio: al numero 3 si afferma che Leone XIII rispondeva alle critiche rivolte alla sua enciclica Rerum novarum «con realismo e sapienza [osservando] che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli», al numero 6, riferendosi a Papa Francesco, si afferma che «occorre domandarci con realismo… », mentre al numero 27, riferendo questa volta a San Paolo VI, si ricorda il suo invito rivolto ad ogni comunità cristiana «a leggere con lucidità e responsabilità la realtà del proprio Paese». Perché questa insistenza, e perché si ricordano queste parole dei precedenti Pontefici? E poi: che cosa intende il Papa per «sano realismo» o per «realismo autentico»? Rispondere a queste domande è essenziale per intendere il senso di quella antropologia che costituisce il cuore stesso dell’enciclica e che senza alcun dubbio va ben al di là del dibattito sull’intelligenza artificiale che ormai sembra interessare, ma anche distrarre, l’intera opinione pubblica.
Dunque, quando si parla di realismo, di che cosa tratta? Nel numero 218 si risponde: «Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione; poiché la forza domina, conclude che deve dominare».
Contro un simile «realismo degradato» il testo avanza, come già sottolineato, l’urgenza di un «realismo autentico»; in effetti, tutti rifiutano come la peste ogni forma di idealismo e si dichiarano orgogliosamente realisti, anche se poi non si capisce bene in che cosa consista ciò ch’essi rivendicano senza alcuna incertezza. La proposta del Papa, l’antica novità ch’egli propone, è quella di legare saldamente tra di loro la magnifica humanitas e la dignitas infinita dell’essere umano con la humana fragilitas. È il non riconoscimento e la non valorizzazione di questo nesso ontologico a indebolire il realismo di molti uomini d’oggi; contro una simile tendenza l’enciclica osserva che «edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli» (n. 12).
Il punto è delicato e di fondamentale importanza; non si tratta, infatti, solo di accettare ciò che in verità è impossibile negare, vale a dire «il limite e la fragilità dell’umanità», ma soprattutto – ecco dove e perché l’humanitas si rivela magnifica – di accoglierli «senza considerarli un errore da correggere».
La tentazione babelica e idolatrica, da sempre presente all’interno della storia umana, rientra in scena ai giorni nostri proprio a questo livello. Ricordando le rerum novarum di Leone XIII, Leone XIV riconosce che «oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare grandi tendenze del nostro tempo […] Oggi, infatti, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: “Mai l’umanità ha avuto tanto potere in se stessa” (Papa Francesco)» (n. 4).
È l’incapacità di vivere questo potere, di abitare questo strapotere, a deviare l’essere umano verso quelle che, come si è visto, sono definite «mete ingannevoli». Dove sta l’inganno? Si tratta proprio di un inganno, e ogni autentico inganno è sempre vicino alla verità, appare sorprendentemente come il luogo stesso della verità. Per illustrare un simile inganno e smascherare la «profonda insidia» che lo rende tale, il Papa si riferisce all’episodio biblico della costruzione della Torre di Babele (Gen 11, 1-9), laddove, utilizzando termini di cui non si serve Leone XIV, viene celebrata una «comunanza» (il testo parla di «omologazione») tra gli uomini che alla fine si rivela essere solo una caricatura di una possibile autentica «comunione»; infatti: «L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione […] Il risultato non è l’unità, ma la dispersione» (n. 7).
«L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione»: ecco come parlano molti discorsi, per fortuna non tutti, sull’intelligenza artificiale che, travolti dall’eccitazione per il meglio (proprio come accade per i costruttori della grande Torre), arrivano a promettere un futuro all’interno del quale la magnificenza dell’essere umano finisce per essere confusa con un potenziamento astratto e disincarnato. Certo, osserva il Papa, all’interno di simili promesse «riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: «Il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza» (n. 212).
Nella piana di Sennaar – laddove l’impegno per la costruzione della grande Torre prende il sopravvento sulla cura dei singoli costruttori e dove il coltivare prende il sopravvento sul custodire – il costruire finisce per rivelarsi un distruggere, dimostrando così che questa Torre sarà pure grande ma non sarà mai magnifica. Bisognerebbe essere realisti e non dimenticarlo mai, soprattutto oggi che siamo ai piedi della nostra Torre: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuova forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).
Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Piccola metafisica della luce".
Fonte: VP Plus quindicinale online
