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Siamo corpi che hanno dieci sensi con la storia scritta nella carne

Copertina del libro "Ciò che in me sente sta pensando. Sul divenire dei corpi" di Gabriella Caramore (UTET), caratterizzata da un'illustrazione stilizzata blu e panna di un corpo umano. Il libro è posizionato al centro su uno sfondo sfumato grigio con ombra tridimensionale. In basso, una fascia nera riporta la citazione: "Siamo corpi che hanno dieci sensi con la storia scritta nella carne" e il logo "Alzogliocchiversoilcielo".

Intervista a Gabriella Caramore 
a cura di Caterina Soffici 
6 giugno 2026 

Tra filosofia, poesia e letteratura una riflessione che punta ad abbattere le barriere fra carnale e spirituale.

«Ciò che in me sente sta pensando». Gabriella Caramore si affida a un verso di Fernando Pessoa per ragionare di corpi in divenire nel libro pubblicato da Utet nella collana dei Dialoghi di Pistoia. 
Filosofa, giornalista, autrice di numerosi saggi, Caramore ha lavorato a lungo per Rai Radio3 dove ha curato vari programmi, tra cui la trasmissione Uomini e Profeti (per 25 anni, dal 1993 al 2018). Atea, ha insegnato Religioni e comunicazione presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza e nel 2012 ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Teologia dalla Facoltà Valdese di Teologia

Quanto vi è di spirituale nel corpo e quanto di fisico in ciò che chiamiamo anima? È a partire da questo interrogativo che Caramore, spaziando tra poesia, filosofia, letteratura, dipana la riflessione. 
Da un lato corpi esposti ed onnipresenti sui social media, dall'altro la costrizione dell'umano da parte dell'intelligenza artificiale. In questo ragionare, i sensi a disposizione dell'essere umano diventano dieci. Ai classici cinque, Caramore ne aggiunge altri cinque, declinati come verbi all'infinito (desiderare, soffrire, errare, ricordare e finire), che celebrano la straordinaria capacità del corpo di interagire con il mondo circostante, in una nuova visione affascinante. 

Perché "ciò che in me sente sta pensando"? 
«Questo verso di Pessoa sono anni che ce l'ho davanti agli occhi e al cuore. Avevo pensato anche a usare l'espressione Corpi terrestri, ispirandomi a Corpo celeste di Anna Maria Ortese. Ma credo che Pessoa renda meglio una cosa che sento molto: l'esigenza di rinnovare il linguaggio in questo momento di grande sconvolgimento del mondo. Siamo eredi di una cultura che divide il carnale dallo spirituale, la materia dalla forma. Mediamente si parla del corpo e dell'anima. Abbattere queste barriere mi è sembrato utile e doveroso, una miscela tra il sensibile e il pensoso. Bisogna pensare diversamente e quindi pensare queste fluidità, avere una postura dubbiosa nei confronti di quello che si dice. Non siamo in un tempo in cui si può scrivere una tesi certa. Non credo sia possibile sensatamente. Ma insinuare degli elementi di dubbio, di critica e di ripensamenti credo sia l'unico modo di provare a scrivere». 

Dice che non "abbiamo" corpi, ma "siamo" corpi
«Ce l'ho in mente dagli anni Sessanta, quando le femministe dicevano il corpo è mio e lo gestisco io. Era giusto, occorreva una reazione forte all'essere sottoposte al possesso del sapere medico, della famiglia, del sapere maschile. Però noi non abbiamo un corpo, siamo un corpo fatto dalla nostra storia, dalla storia degli altri, di quello che leggiamo, pensiamo e quindi è anche con questo che dobbiamo fare i conti». 

Quindi ai cinque sensi ne ha aggiunti altri, che rispecchiano altre esperienze del corpo. 
«I cinque sensi si riferiscono alle sensazioni. Poi ci sono stati aggiornamenti scientifici, come il senso del tempo, o il caldo e il freddo, sempre sensazioni. Ma l'eros non è forse un senso? Ha pure degli organi deputati a questo sentire, ma quando si fuoriesca da questi organi c'è un sentire erotico che anche platonicamente è un desiderio di conoscenza. L'eros pervade tutta la sfera del nostro sentire. Ci sono altri sensi che scivolano uno dentro l'altro. Il gusto, il mangiare, nell'eros si vuole divorare l'altro, eccetera. Quindi anche il desiderare è un senso. Anche il ricordare: come ha inciso il ricordo nella nostra carne? Il corpo fresco nel bambino, compatto roseo volitivo poi matura declina e si spegne. Ma quel corpo ricorda alcune cose. Non è solo il pensiero che ricorda. La nostra storia è scritta nel nostro corpo. Cose viste, luoghi vissuti, letture, sono tutte incise nella memoria». 

"Soffrire" e "Finire" sono due sensi molto interessanti su cui lei ha già lavorato in precedenza, anche con un libro su quella che definisce l'Età Grande, ovvero la vecchiaia, che sta diventando un problema sociale. 
«Siamo la prima generazione che si può permettere vent'anni o trenta di vecchiaia. Nell'Età Grande c'è davvero qualcosa di grande. Vabbè, c'è chi pensa che in vecchiaia si può fare tutto, ma c'è anche un grande sentimento del distacco e della perdita, e la grandezza sta nel poter vivere, guardare e capire che siamo effimeri, ma che il mondo continua dopo di noi. Io non ci sarò più, ma ci saranno altri. Imparare a "finire" è un grande dono che non va sprecato. Occorrerebbe lavorare su questo, la comunità dovrebbe farsi carico di questi temi. Il corpo non sarà lo stesso, ma rimane la capacità di fruire del cinema, della lettura, del giardinaggio e tante altre cose. Allora falle, dico, e non lamentarti sempre». 

Lei sfiora anche il tema dell'intelligenza artificiale, che scrive ci rende "postumi e superflui". 
«Certo, perché ci fa sentire che il corpo non sarà più necessario, smaterializzandosi nei contenitori di dati e sembra che non ci sia più bisogno della materia. È possibile. Può darsi che sia una mutazione antropologica alla nascita della specie umana. Ma la materia esiste ed è quella che ha prodotto l'intelligenza artificiale. E ancora si soffre, si odia, si vive, si ama, si mangia. Non ci proiettiamo più in là di quello che dice la scienza stessa, viviamo anche in questo presente».


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