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Quando la paura del cambiamento alimenta linguaggi aggressivi

Copertina della rivista Donne Chiesa Mondo con collage di ritratti femminili e il titolo principale «QUANDO LA PAURA DEL CAMBIAMENTO ALIMENTA LINGUAGGI AGGRESSIVI di Linda Pocher»
Che il rapporto tra donne e Chiesa sia attraversato da tensioni evidenti non è un mistero. Più sorprendente, semmai, è il linguaggio con cui queste tensioni spesso si esprimono: una violenza verbale che colpisce soprattutto le donne ogni volta che il loro ruolo, la loro parola o la loro presenza mettono in discussione assetti dati per “tradizionali”. Insulti, sarcasmi, delegittimazioni non sono semplici scivoloni comunicativi: sono sintomi. E, come ogni violenza, rivelano non forza ma fragilità, non sicurezza ma paura. 

Colpisce infatti come la violenza verbale emerga proprio laddove l’identificazione con certi valori tradizionali viene percepita come minacciata. 
Quando l’identità — personale o collettiva — si sente assediata, la reazione non di rado è aggressiva. Ma un’identità che ha bisogno di difendersi ferendo l’altro è un’identità debole. Se il richiamo alla “tradizione” genera paura del cambiamento e produce esclusione, allora forse è il modo stesso di intendere quella tradizione a dover essere ripensato. 

Questo vale tanto nelle società quanto nella Chiesa. Le donne diventano spesso il terreno simbolico su cui si combatte una battaglia identitaria: il loro corpo, la loro voce, il loro spazio vengono caricati di significati che servono a rassicurare un ordine percepito come instabile. Ma così facendo si tradisce il cuore stesso della fede cristiana, che non fonda la dignità delle persone su ruoli prefissati o gerarchie naturali, bensì sulla loro unicità irripetibile davanti a Dio. 

La Scrittura offre parole radicali in questo senso. La celebre affermazione paolina in Galati – «non c’è più schiavo né libero, né Giudeo né Greco, né uomo è donna» – non cancella le differenze, ma nega che esse possano essere usate come criterio di valore o di accesso alla dignità di figli di Dio. Riletta oggi, questa pagina non chiede di essere addomesticata, ma presa sul serio: come provocazione contro ogni forma di violenza, anche verbale, che nasce dalla paura di perdere potere

Se la violenza è sempre segno di debolezza, allora una Chiesa e una società capaci di rinunciare a linguaggi aggressivi mostrano non cedimento, ma forza evangelica. Ripensare l’identificazione con i valori tradizionali non significa tradirli, ma liberarli dalla paura. E forse è proprio da qui che può nascere un rapporto più vero, più giusto e più umano – disarmato e disarmante direbbe Papa Leone XIV – tra le donne e la Chiesa


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