2 GIUGNO. Il voto conquistato, non concesso
1 Giugno 2026
Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta alle elezioni politiche, avendo ottenuto diritto di voto anche passivo. Solo un anno prima, un decreto legislativo aveva riconosciuto loro il diritto di voto attivo. Furono le pratiche delle donne della Resistenza a costringere in tal senso le leggi italiane, perché la prima richiesta al Governo per il suffragio femminile era arrivata quasi un secolo prima, nel 1877, da Anna Maria Mozzoni, ma era stata respinta con ironia come eccentrica e pericolosa. Nemmeno quando il voto si estese agli analfabeti maschi, nel 1912, Giolitti volle includere le donne, respingendo la proposta con l’idea che si sarebbe trattato di un «salto nel buio». Come sappiamo il fascismo concesse nel 1925 un “simulacro” di diritto di voto amministrativo “alle signore” ma solo quelle «meritevoli», che però sarà svuotato di fatto dalla riforma podestarile perché l’elezione dal basso del podestà sarà annullata dalla sua nomina diretta da parte del Governo.
Dietro ogni respingimento delle numerose richieste che andarono avanti per più di mezzo secolo si nascondeva sempre la stessa paura: che le donne portassero criteri diversi di giudizio, priorità che l’ordine patriarcale non poteva ammettere. «Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro Paese è facile ad ognuno immaginarsi». Così la Corte d’appello di Firenze giustificò il respingimento della richiesta di alcune commissioni elettorali nel 1906.
Prima ancora che nelle urne, le donne italiane ebbero voce attiva e passiva nella Resistenza. Secondo i dati Anpi, le donne combattenti che presero le armi furono circa 35.000, le partigiane con funzioni di supporto logistico e informativo circa 20.000, e 70.000 quelle organizzate nei Gruppi di difesa della donna. Circa 5.000 furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; quasi 3.000 deportate in Germania. Un esercito invisibile che la storia ha impiegato decenni a nominare.
Ancora oggi si fa fatica a spiegare a scuola che le partigiane rischiarono la vita portando bombe nei tubi delle biciclette — non solo bigliettini e cesti di fiori — e che pagarono con la tortura specifica dello stupro la loro militanza.
Le donne della Resistenza imbracciarono armi, portarono messaggi cifrati, organizzarono scioperi, raccolsero fondi, gestirono reti clandestine di comunicazione. Erano soggetti politici senza avere ancora il diritto formale di essere tali: tanto le istituzioni erano lontane dal vederle. Il decreto del febbraio 1945 non concesse loro qualcosa, bensì riconobbe con colpevole ritardo il contributo determinante che esse avevano dato alla liberazione del Paese.
Delle 556 persone elette all’Assemblea costituente, come si sa, 21 erano donne.
Quattordici laureate, molte reduci dalla Resistenza con il prezzo del carcere e della deportazione già pagato. Venivano da partiti in conflitto frontale, da culture politiche e religiose profondamente diverse (nove del Pci, nove della Dc, due del Psi, una dal movimento dell’Uomo qualunque). Eppure crearono un fronte comune sui temi dell’emancipazione, della famiglia (art. 29-31), della tutela del lavoro femminile (art. 37), sulla scuola (33-34). Talvolta concordarono emendamenti in riunioni informali fuori dalle sessioni ufficiali.
Il caso più emblematico è quello dell’articolo 3: fu grazie a un emendamento proposto da Maria Federici (Dc) e da altre costituenti che entrò l’esplicita menzione del «sesso» tra i divieti di discriminazione. Che oggi appaia ovvia è il segno di quanto la loro battaglia fosse necessaria e il loro metodo profetico. Ma oggi facciamo fatica a inserire «genere».
Le cattoliche — Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio — non si limitarono a rappresentare la posizione del loro partito. Maria Federici fu decisiva nel riformulare la famiglia non come struttura gerarchica fondata sulla «potestà maritale», ma come unità basata sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29). Si alleò con Nilde Iotti (quasi un’anteprima del compromesso storico!) per ottenere protezione per i figli nati fuori dal matrimonio (art. 30), rompendo un tabù sociale e religioso che la Dc faceva fatica a riconoscere.
Le 21 contribuirono insieme agli emendamenti sulla parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive (art. 51); votarono insieme nelle sedute più cruciali al di là delle appartenenze politiche: è forse la più bella lezione di politica che il Novecento italiano abbia lasciato in eredità.
UNA COSTITUZIONE ANCORA INCOMPIUTA
La nostra Costituzione, la più «avanzata» d’Europa, nata da quel lavoro straordinario è ancora, in larga misura, un programma che resta da attuare. L’articolo 37 garantisce parità salariale: il gender pay gap nel 2025 supera il 16%. L’articolo 51 garantisce pari accesso alle cariche pubbliche: le donne rappresentano il 35% del Parlamento e una minoranza dei vertici aziendali. L’articolo 3 promette la rimozione degli ostacoli «di fatto» alla libertà e all’eguaglianza, ma il carico del lavoro di cura non retribuito rimane oggi ancora distribuito in modo diseguale come ottant’anni fa. Così come alcune clausole del Manifesto di Ventotene — il superamento dei nazionalismi e del colonialismo imperialista, l’idea di una federazione europea, la superiorità del diritto sulla forza — rimangono promesse parzialmente disattese nella congiuntura attuale, allo stesso modo i principi che le madri costituenti incisero nella Carta attendono ancora piena attuazione.
Anche la Chiesa, che pure in quelle aule aveva voce attraverso le sue rappresentanti più illuminate, non ha ancora compiuto al proprio interno le riforme che quelle donne pensarono come universali: la parità di accesso alle responsabilità di governo, il riconoscimento pieno della soggettività femminile nelle strutture decisionali, la revisione di norme canoniche che perpetuano esclusioni che non si differenziano molto — nel lessico — da quelle che la Corte di appello di Firenze usava nel 1906.
In questo contesto, le teologhe di tutte le confessioni sono schierate nella difesa della dignità femminile e nella denuncia di strutture che continuano a produrre disuguaglianza e abusi e chiamano le Chiese stesse al banco degli imputati: in che misura possono rivendicare autorità morale su ciò che non praticano al proprio interno?
A ottant’anni da quel decreto, il dibattito sui diritti delle donne rischia un arretramento anche nei Paesi che si richiamano alla democrazia. Il mondo oggi è ancora nelle mani di chi considera le donne una questione da gestire piuttosto che soggetti da riconoscere. D’altra parte i sistemi più efficaci operano per omissione, cioè perpetuando le gerarchie come se fossero “normali”, senza nominarle quindi senza identificarle. Succede nei Parlamenti dove le donne sono minoranza, nei consigli di amministrazione, nei tribunali ecclesiastici, nelle curie, nelle assemblee sinodali dove si discute delle donne senza averle tra chi decide o avendole un una rappresentanza minimale, tanto per togliersi i sensi di colpa.
Ricordiamo che le donne nel ’46 votarono con una rappresentanza di un milione di voti in più rispetto agli uomini. Stupisce che oggi la questione femminile venga usata come prima arma contro regimi come quello iraniano, mentre venga relegata a sfondo quando si tratta di strutture di potere occidentali — come quelle rivelate dai file Esptein (che non è altro che la versione 2.0 di un certo berlusconismo) — che considerano le donne al pari delle risorse come materiale a disposizione da sfruttare.
L’islamofobia si ammanta di cattolicesimo per parlare il linguaggio dei diritti delle donne, ma non mostra la stessa coerenza nella lotta al sessismo e nell’attuazione della radicalità del messaggio evangelico quanto ai poveri e agli immigrati. Così, dietro politiche che si ammantano di una vernice cattolica e democratica, si sdoganano pregiudizi nazionalistici, identitari, religiosi, omofobici e razzisti, che sono tutti fondamentalmente sessisti: perché le donne sono la più grande delle minoranze oppresse.
Le forze che si oppongono all’emancipazione femminile sono diverse: c’è il conservatorismo esplicito di certi Governi di destra, ma c’è anche il progressismo che dichiara la parità e poi la svuota nella pratica del potere. Le Chiese non fanno eccezione. Le organizzazioni ecclesiastiche conservatrici invocano ora la «complementarità» dei sessi, ora la «tradizione apostolica», ora il «bene della famiglia» ora il «principio mariano»: tutte formule che funzionano come il «salto nel buio» di Giolitti, traducendo il timore del cambiamento in argomento di principio.
Il caso più evidente è costituito dalla questione della leadership: quando le Chiese affermano il pieno valore spirituale delle donne negando loro l’accesso alle posizioni di governo, ripetono la struttura argomentativa che per secoli ha tenuto le donne fuori dalla magistratura, dal voto, dalle professioni. C’è silenzio colpevole da parte di molte Chiese sui meccanismi di potere che permettono abusi e che mantengono le donne in condizione di vulnerabilità.
Le ventuno costituenti non lasciarono soltanto i loro discorsi: ci hanno lasciato in eredità un metodo. Quello di attraversare le differenze senza negarle, di costruire convergenze su ciò che è essenziale, di non aspettare il permesso di poter essere ciò che si è già. Queste donne che continuano ad abitare il nostro futuro — comprese le cattoliche, che lo capirono prima delle loro gerarchie — non aspettarono l’autorizzazione per affermare che il «sesso» non doveva esistere come categoria di discriminazione giuridica.
Raccogliamo il loro metodo e facciamone un compito: in quanto teologhe, predicando «a tempo opportuno e non opportuno» quelle verità che abbiamo meditato ed elaborato nel contatto con le Scritture e nell’approfondimento della tradizione; costringiamo le istituzioni con le nostre pratiche a riconoscere di diritto ciò che siamo di fatto. Siamo Chiesa senza il bisogno di riconoscimento di papi, vescovi o preti.
Come donne, credenti e non credenti, lasciamoci ispirare anche dai visionari di Ventotene, lavorando per una Europa che sia federale e compatta anche sui diritti delle donne, per blindarli a livello sovranazionale.
