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Enzo Bianchi "Il mito della vigna che celebra la vita"

La Repubblica - 14 settembre 2020
dal sito del Monastero di Bose

Dopo aver contemplato la vendemmia e aver meditato su di essa, mi pare necessario narrare il suo risultato: il vino, che in questi giorni è ancora mosto, uva pigiata che ribolle nelle cantine silenziose e fresche, emanando profumi che percorrono le colline. E intanto, in modo misterioso, si affina, costruisce il suo carattere, richiedendo a noi umani attesa e pazienza prima di essere la bevanda della vita e della gioia.

Nel grande codice della nostra cultura, la Bibbia, si narra il mito di Noè che per primo piantò e coltivò una vigna. Sopravvissuto alla catastrofe del diluvio universale, che aveva accomunato natura e umanità nella totale devastazione, appena ritrovò la terra abitabile egli piantò una vite: gesto di grande speranza e, più in profondità, alleanza con la terra, coltivata e lavorata con cura in attesa del suo frutto.

Possiamo immaginare lo stupore di Noè, mentre tiene in mano i grappoli d’uva e li spreme per farne una bevanda. Si accorge infatti che questa fermenta, ribolle, si solleva come il ventre di una donna incinta, come l’impasto di acqua e farina di cereali. Misteriosa trasformazione che incanta lui e noi! Noè beve poi quel succo, nel quale sente una vitalità inattesa, una certa leggerezza, un’ebbrezza mai assaporata prima, un’allegria che lo fa esultare.

Povero Noè, in quel diluvio ne aveva viste tante, troppe. Possiamo forse accusarlo di aver bevuto troppo, di aver cercato oblio e consolazione nel frutto del lavoro delle proprie mani, dopo aver pianto e sofferto per la devastazione della terra? Possiamo rimproverarlo perché non conosceva la misura? Se mai, senza misura erano le disgrazie attraversate, l’ansia per il futuro incerto della vita. Così, secondo il racconto mitico, è apparso il vino nella storia.

Oggi siamo consapevoli della maestà di questa bevanda. Prodotto  della terra, del lavoro faticoso e paziente e della cultura dell’uomo, il vino non è necessario per vivere, anzi è il simbolo della gratuità. Si può vivere bene senza berlo, come dimostrano le persone astemie. Ma proprio questa sua gratuità gli conferisce altre potenzialità: il vino ci insegna a condividere la gioia, a celebrare la vita; incorona la festa, proclama il piacere di essere accanto a chi si ama; attesta che la gioia di essere insieme è più forte di ogni minaccia; è metafora del raffinato dialogo erotico, come insegna il Cantico dei cantici, paragonandolo ai baci e alle carezze.

È vero che il vino richiede una misura e che occorre esercitarsi in una vera disciplina, per imparare a gustarlo con intelligenza, ma questo vale per tutte le cose. Non a caso i sapienti ebrei fanno l’elogio del vino e nelle liturgie ebraica e cristiana il vino è assolutamente presente e necessario. E non lo si dimentichi: se l’Islam proibisce ai credenti l’uso del vino, profetizza che nell’aldilà si berrà vino raffinato. Sì, al banchetto profetizzato per tutta l’umanità alla fine della storia — scrive il profeta Isaia — si gusteranno vini invecchiati e raffinati. Certamente vini fatti da noi qui sulla terra, sulle nostre meravigliose colline.

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