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Enzo Bianchi Gli 80 anni rivoluzionari di Francesco

Enzo Bianchi
La Stampa del 17 dicembre 2016
dal sito del Monastero di Bose

«La nostra vita è di settant’anni, ottanta se ci sono le forze...», dice il salmo 90 che papa Francesco prega sovente nella liturgia delle ore e forse anche nella preghiera personale, con più insistenza perché ormai a questa tappa è giunto.

Lo constatiamo ogni giorno: Francesco è un uomo ancora forte, in buona salute, e per lui il popolo di Dio prega affinché possa ancora rendere evangelico il potere che è connesso al suo essere vescovo di Roma e pontefice.
In spirito di attenzione e di ascolto del suo magistero possiamo abbozzare una lettura di ciò che è mutato nella chiesa cattolica in questi tre anni e mezzo e delle attese che hanno trovato in papa Francesco motivo di accendersi.
Innanzitutto vorrei sottolineare il clima nuovo in cui questa lettura è possibile. Il cammino che ha preceduto e accompagnato i due sinodi dei vescovi, così come i ripetuti inviti di papa Francesco hanno reso più franca e trasparente la dialettica all’interno della chiesa: la vivacità di un’opinione pubblica nello spazio ecclesiale è tornata a essere non solo possibile ma anche auspicabile, come nella stagione inaugurata dall’annuncio del concilio Vaticano II e proseguita per tutto il suo svolgimento.
Anche l’eccessiva sovraesposizione dei movimenti ecclesiali, che avevano quasi monopolizzato la vena carismatica mai assente dalla storia, è stata ricondotta nell’alveo di una chiesa più ordinata, in una comunione più visibile e rappacificata, così che i movimenti possono ora offrire la loro testimonianza senza che ci sia il sospetto di un desiderio di occupare spazi o gestire potere. La chiesa è più che mai «popolo di Dio», espressione cara a papa Francesco, non solo per la sua matrice conciliare, ma perché capace di indicare la qualità «popolare», non elitaria della comunità cristiana.
Grazie anche a questo diverso approccio, è più facile cogliere uno dei tratti salienti di questo pontificato: il nuovo slancio conferito all’ecumenismo. Pareva stagnante, al punto che alcuni avevano parlato di «inverno ecumenico», ma papa Francesco, con gesti inattesi e audaci, più ancora che con parole, ha ridestato quel desiderio di unità che aveva accompagnato il tempo del postconcilio nella chiesa cattolica e, parallelamente, nella altre chiese. Si pensi al viaggio per incontrare la chiesa valdese a Torino, una chiesa sempre rimasta nel cono d’ombra dell’ecumenismo cattolico; alla «testardaggine» profetica ed efficace nel voler incontrare come fratello il patriarca di Mosca Kirill, raggiungendolo a Cuba; al viaggio a Lund per dire ai protestanti che Lutero, se è vero che ha prodotto una rottura con la chiesa cattolica, era tuttavia animato dalla passione per una chiesa più evangelica. Speriamo che ora non si usi più la parola «protestantizzazione» per designare negativamente ogni riforma che la chiesa cattolica intraprende. Nessun papa dopo Paolo VI ha osato quanto Francesco nell’andare incontro all’altro fratello cristiano, anche a costo di umiliare la propria persona purché il ministero petrino sia svolto come presidenza nella carità.
E, a riprova che la ricerca dell’unità visibile dei cristiani non contrasta affatto con la missione e l’annuncio del vangelo, il magistero di papa Francesco su alcuni aspetti decisivi della presenza cristiana nella società odierna - la custodia del creato, la pace, e le migrazioni - ha trovato condivisione e solidarietà anche da parte delle altre chiese. Si pensi alla visita all’isola di Lesbo, simbolo della tragedia dei migranti, assieme al patriarca ecumenico Bartholomeos e all’arcivescovo di Atene, ai ripetuti appelli contro il traffico di armi e di esseri umani, all’incessante mediazione nelle situazioni di conflitto - dalla Siria alla Colombia - alla denuncia della «terza guerra mondiale a puntate» o ancora alle risolute prese di posizione per la custodia del creato: sempre papa Francesco si è mosso e ha potuto parlare come latore di un messaggio di umanità rivolto a tutti, quella buona notizia evangelica che va al di là di ogni divisione confessionale e costruisce ponti anziché muri.
Non a caso, proprio sulle tematiche dell’ecologia abbiamo assistito a una novità assoluta: un’enciclica papale che cita e valorizza il pensiero di un patriarca ecumenico e che viene presentata in Vaticano anche da un vescovo e teologo ortodosso.
Infine tutta la chiesa - sovente tentata di esercitare il ministero della condanna, tentata dall’intransigenza - è stata invitata, con l’anno della misericordia a suggello di due sinodi dei vescovi, a essere inclusiva e mai esclusiva, ad andare incontro a chi è nel peccato annunciandogli il perdono di Dio e affermando che oltre la legge c’è la misericordia. Fin dall’inizio del pontificato avevo scritto su queste colonne che avremmo avuto un papa della misericordia: così è stato ed è. Ed è significativo che proprio su questo atteggiamento si verifichino non solo critiche ma opposizioni dure da parte di quelli che il papa chiama «persone religiose ma rigide», «giuste ma insensibili», uomini della legge che spesso non sanno neppure riconoscere in se stessi ciò che rimproverano agli altri. La misericordia, sotto il pontificato di Francesco, non è solo tema di vita spirituale personale, ma è stile, prassi nei ecclesiale confronti di chi ha bisogno della misericordia di Dio, della chiesa, dei fratelli. 
Ora, quali attese nutre il popolo di Dio ascoltando le parole di Francesco? Sono attese di riforma della chiesa «in capite et in membris». Sappiamo però che si parla di riforma della chiesa da almeno otto secoli e che la chiesa dovrebbe essere sempre in dinamica di riforma: ecclesia semper reformanda. Papa Francesco, è animato da questa intenzione e lo dichiara sovente, ma dovremmo essere consapevoli che più la chiesa si riforma secondo il primato del vangelo e più scatena le forze avverse che si rivolteranno contro di essa. Più vita secondo il vangelo significa più cristiani perseguitati nel mondo, più credenti osteggiati dagli stessi fratelli di fede, nella chiesa stessa. C’è un’ingenuità che temo possa portare solo a riforme, se non mondane, di semplice maquillage.
Anche la stessa riforma della curia avverrà solo se il papa riuscirà a farla con la curia e la curia con il papa, perché altrimenti non sarà possibile operare mutamenti efficaci in una realtà così complessa e strutturata. Molti vescovi e semplici fedeli mi confidano: speriamo che il papa riformi poche cose essenziali, ma tali che non si possa più tornare indietro dopo di lui: è questo l’augurio per il suo ottantesimo compleanno.

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