Fulvio Ferrario 'Tra radicalità evangelica e fanatismo'
6 Novembre 2026
di Fulvio Ferrario,
professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Tra radicalità evangelica e fanatismo, il Cristianesimo è chiamato a confrontarsi con il valore delle mediazioni, evitando tanto il legalismo quanto il rischio di annacquare il messaggio di Gesù.
Nel 1962, un grande storico, George H. Williams, pubblica un volume intitolato La Riforma radicale.
Egli si riferisce ai movimenti anabattisti e spiritualisti del XVI secolo, differenziandoli dalla Riforma che egli chiama “Magisterial”, che tradurrei, in questo contesto, con “istituzionale”: quella di Lutero, Zwingli, Calvino, Bucero ecc., che si appoggia, in forme diverse, all’autorità politica. La formula di Williams ha avuto molto successo.
È vero che le due “riforme” sono così differenziate al loro interno da rendere quelle etichette assai generali. In prima approssimazione, però, si capisce che cosa intendono: una spinta al rinnovamento “dal basso”, diversa da quella politicamente organizzata “dall’alto”, e in parte ad essa contrapposta.
L’aggettivo “radicale”, anche in ambito cristiano, è accompagnato da un’aura positiva. Gesù non era forse un “radicale”? Di certo non era un uomo dell’istituzione religiosa, né di quella politica. “Radicale” dice di un riferimento alle “radici”, alla dimensione profonda e costitutiva di un problema.
Gli esempi non mancano: a chi gli chiede quali siano le condizioni accettabili per un ripudio, Gesù risponde che la volontà di Dio è intesa a unire la coppia umana, non a legittimarne, in un modo o nell’altro, la lacerazione; quando gli domandano quali siano i ragionevoli limiti del perdono, Gesù risponde che non esistono; e si potrebbe continuare. In quanto “radicale”, Gesù, si afferma comunemente, rifiuta il “compromesso”.
La Chiesa, però, si accorge, già in Paolo e negli Evangeli, che il Regno di Dio, cioè il quadro delle singole affermazioni “radicali” di Gesù, costituisce un orizzonte di impegno e speranza, non un ricettario di soluzioni: ciò che chiamiamo “etica” del Nuovo Testamento è la serie di tentativi, assai diversificati, di vivere la speranza del Regno nell’oggi della storia. Ciò però esige sempre mediazioni o, se si vuole, compromessi. La storia dimostra che il rischio di annacquare l’Evangelo con la scusa del “realismo”, o addirittura di trasformarlo nel suo contrario, è sempre dietro l’angolo.
Gruppi che si ritengono immuni da questo rischio tentano, da sempre, di risolvere il problema mediante una “fedeltà rigorosa” (così la chiamano) alla parola di Gesù: in pratica, ciò significa trasformare il suo annuncio in ordini precisi e puntuali, che offrono una risposta chiara (e, naturalmente, “radicale”) ai diversi problemi. La fede, col pretesto della “radicalità”, si trasforma in legalismo.
Il discorso di Agostino sulle “due città” (quella di Dio e quella umana), il ricorso alla “legge naturale” (che non è affatto esclusivo della Chiesa cattolica), la dottrina luterana dei “due regni”, la teoria della responsabilità di Dietrich Bonhoeffer, sono solo alcuni dei tentativi elaborati nella storia cristiana per evitare il fanatismo e annunciare la novità del Regno nelle sfaccettature della realtà. Non è difficile mostrare le debolezze di ciascuno di questi progetti: la principale ha sempre a che vedere con il rischio, già evidenziato, di disinnescare l’esplosività della predicazione del Nazareno.
Sarebbe però altrettanto facile indicare che il fanatismo che si spaccia per radicalità è anch’esso esposto a esiti problematici. Quando il sedicente “radicale” dice di essere “per la vita”, naturalmente “senza compromessi”, intende dire che tu, magari interessato/a a una mediazione giuridica che combatta l’aborto clandestino, sei, “per la morte”. Tu rispondi che l’aborto esiste anche senza la legge, in misura assai maggiore, anzi. Ma questo tipo di atteggiamento non è interessato anzitutto alla cruda realtà, bensì all’affermazione di un principio, che ritiene “radicale”.
Il corto circuito pseudoradicale è anche strettamente imparentato al populismo, in quanto, negando la mediazione, si presenta come semplice e risolutore. Vale per il dibattito sulle migrazioni, sulla pace e sulla guerra, sull’uso della tecnologia eccetera.
Ciò significa, per tornare a Williams, che l’“istituzione” è meglio della “radicalità”? A mio parere, significa che la tensione tra i due elementi è costitutiva, contro l’appiattimento gestionale da una parte e il fanatismo dall’altra. Ma forse una simile posizione non è abbastanza “radicale”.
