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Ma chi sono i poveri in spirito?

Un particolare del dipinto "Il discorso della montagna" di Carl Bloch mostra Gesù seduto su una roccia mentre parla alla folla con la mano alzata, circondato da discepoli e persone in ascolto. Nella parte inferiore è presente una fascia scura con il titolo "MA CHI SONO I POVERI IN SPIRITO? di Gilberto Borghi".

3 Novembre 2026 

“Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3). Domenica scorsa questo versetto era al centro del vangelo. Devo riconoscere che a volte, esso viene interpretato in forme che, a mio avviso, riducono la potenza evangelica del testo. 

La prima è quella di interpretare la povertà in spirito come semplice umiltà morale. È probabilmente la riduzione più diffusa nella predicazione cristiana. Non ci si deve considerare mai superiore agli altri, si devono sottolineare i propri difetti, non ci si deve vantare delle proprie qualità autentiche, evitando ogni forma di orgoglio. Se Matteo avesse voluto parlare semplicemente di umiltà, avrebbe potuto utilizzare il termine “tapeinos”, (umile). Usa, invece, “ptocos” (mendicante), cioè chi si trova in una condizione effettiva di radicale bisogno. Se avesse ragione questa lettura, la beatitudine, invece che dono di Dio, diventerebbe un elogio di una qualità morale che tutti saremmo chiamati a raggiungere, ma non resterebbe sufficientemente fedele al testo. 

La seconda interpretazione problematica è dire che la povertà in spirito è solo il distacco interiore dai beni materiali. Non è necessario essere materialmente poveri, né tantomeno mendicanti: basta non essere attaccati alle ricchezze. Ma il testo di Matteo, proprio nell’uso ben preciso dei termini, e la tradizione biblica non vanno in questa direzione. Se fosse così, la beatitudine perderebbe la sua portata sociale e diventerebbe una disposizione interiore compatibile con qualsiasi condizione economica, separando ciò che per la bibbia è strettamente connesso: povertà materiale, oppressione, vulnerabilità esistenziale e affidamento a Dio. 

Una terza interpretazione riduttiva identifica la povertà in spirito con la scelta volontaria di povertà e spogliamento, riservata solo a coloro che decidono di rinunciare ai beni, alle sicurezze e alle soddisfazioni materiali, e vivere la fede solo nella dimensione spirituale, riducendo ad essa anche tutto il resto della vita reale, come nel pauperismo. Ma così si certificherebbe l’incompatibilità, per chi voglia vivere in pienezza la fede, della dimensione materiale con quella spirituale. 

Queste tre interpretazioni hanno in comune l’idea che la povertà di spirito si possa ottenere con uno sforzo umano che miri a raggiungere una condizione morale o spirituale ritenuta, dal credente stesso, più “perfetta”. Ma ciò sottende l’idea che la grazia sia un semplice aiuto, da parte di Dio, che ci consente di raggiungere quella condizione che noi abbiamo deciso di ottenere, ma che da soli ci è impossibile. 

Se torniamo al testo, invece, la direzione del significato è un’altra. Il termine “spirito” in Matteo indica la dimensione interiore della persona, in cui si decide la disposizione nei confronti di Dio e del senso della vita. Quindi, unito al termine “poveri”, la traduzione letterale indica coloro che si percepiscono dei “mendicanti” nel rapporto con Dio, che avvertono di non bastare a sé stessi, e continuano a restare aperti a ricevere da Lui, come dono, la “pienezza” del senso della vita. 

In altre parole, se si parte dall’idea che il desiderio di pienezza di vita è costitutivo dell’uomo, perché è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, il povero di spirito non è chi deve desiderare meno pienezza, ma desiderarla diversamente, intendendola come regalo di Dio e non come esito ultimo e garantito del proprio sforzo umano di appropriarsene. 

Il povero in spirito non è colui che ha rinunciato a impegnarsi per raggiungere ciò che ancora gli manca. È colui che non pretende più di trovare in sé stesso la garanzia ultima della propria pienezza. Continua a cercare, progettare e agire, ma impara a non identificare la propria consistenza e il proprio valore di persona con ciò che riesce a conquistare. 

Può desiderare di essere amato senza dover continuamente conquistare l’amore; può cercare riconoscimento senza dover dimostrare continuamente il proprio valore; può impegnarsi a migliorare senza fare dipendere da questo la propria dignità; può accettare di non avere ancora ciò che desidera, perché la sua vita non dipende interamente dal raggiungimento di quel risultato; può riconoscere che la pienezza è ancora davanti a lui, senza che questo significhi che la sua esistenza sia, nel frattempo, priva di valore. 

E qui diventa evidente quanto oggi questa condizione interiore sia assolutamente richiesta dal modo di vivere delle persone post moderne. La nostra società sembra infatti aver trasformato la ricerca della pienezza in un obbligo: occorre realizzarsi, essere autonomi, efficienti, desiderabili, riconosciuti, capaci di costruire una vita soddisfacente. Non basta esistere è obbligatorio essere felici e chi non ci riesce è un fallito. Bisogna dimostrare di essere riusciti a diventare qualcuno. La mancata realizzazione rischia così di tradursi in una forma di inesistenza sociale e, talvolta, esistenziale. 

In questo contesto, la povertà in spirito può diventare un grande annuncio di libertà. Non significa rinunciare al desiderio di realizzarsi o all’impegno per migliorare la propria condizione, ma sottrarsi alla pretesa che il proprio valore dipenda dal successo di questi tentativi, accedendo così ad una libertà radicale: si può essere incompiuti senza essere mancanti di valore, fragili senza essere falliti, non realizzati senza essere inesistenti. Perché la pienezza non è il prezzo da pagare per meritare di esistere, ma un dono da accogliere nella relazione con Dio.
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