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Luca Diotallevi 'Il Magistero del corpo sofferente'

Grafica per il blog AlzogliOcchiversoilCielo relativa all'articolo "Il magistero del corpo sofferente" di Luca Diotallevi. L'immagine mostra Papa Leone XIV sorridente mentre parla da un leggio durante una celebrazione pubblica; in alto a destra, inserito in un riquadro circolare, compare il ritratto in primo piano del sociologo e autore Luca Diotallevi.

Alcuni hanno commentato la malattia di Leone XIV affermando che questa circostanza rivela la vetustà del sistema ecclesiastico. Si sono chiesti: è efficace un sistema che dipende dalla buona salute di un anziano? 

In effetti, questa cosa del papa malato è da un po’ di tempo una costante nella vita della Chiesa. Durante l’ultimo quarto di secolo il primo lustro è stato coperto da un papa con il morbo di Parkinson in stadio già molto avanzato. I due decenni successivi hanno visto un paio di pontefici eletti più o meno all’età nella quale ai vescovi e ai parroci il diritto canonico prescrive la pensione. Di questi due papi, poi, uno ha rinunciato riconoscendo che le proprie «forze, per l’età avanzata, non sono più adatte ad esercitare il ministero». L’altro è stato consumato da un deperimento fisico costante e sempre più invalidante. Ora, dopo solo un anno, il nuovo pontificato conosce uno stop per ragioni di salute molto serie. 

Nel corso dello stesso periodo, però, è successa anche una cosa strana. Mentre tanta parte del sistema dei media e non poca parte dell’apparato ecclesiastico lavoravano alla costruzione ed alla diffusione dell’immagine di un papa superstar, si verificava invece che l’apprezzamento dell’opinione pubblica toccava i vertici quando il corpo del papa era segnato da dolori che più o meno direttamente tutti conoscono. Un imprevisto del genere impone una domanda piuttosto scomoda. La malattia di un papa è davvero un incidente da scongiurare ora che non si può più nascondere e ora che la Chiesa si è liberata dal mito empio del «sacro» corpo del Papa? Al vescovo di Roma non converrebbe nascondere la propria cartella clinica come fanno Trump, Putin e Xi? 

Portare il dolore come gli altri uomini e le altre donne di questo pianeta dona al ministero del papa una fecondità che la prestanza fisica di per sé non garantisce affatto. Giovanni XXIII accettò di non curare il tumore che nel Settembre del 1962 gli avevano scoperto e sopportò sino alla morte le terribili sofferenze causate da questa scelta pur che il Concilio il Vaticano II non fosse fatto naufragare dai profeti di sventura (parole sue) che spadroneggiavano in Curia. Paolo VI toccò il profondo del cuore dei fedeli e di chi non lo era tra il marzo e l’agosto del 1978 proprio mentre la sua malattia peggiorava definitivamente. In quei giorni di dolore scrisse agli uomini delle Brigate Rosse e oggi sappiamo che quelle parole furono capaci di scuotere alcuni di loro. Il 13 Maggio del ’78, in San Giovanni in Laterano, durante le esequie di un amico barbaramente assassinato (Aldo Moro), ebbe il coraggio inaudito di rivolgersi al proprio Dio dicendogli: «tu non hai esaudito la nostra supplica». Dal dolore e nel dolore nacquero parole che seppero dire al mondo che persino la rabbia più profonda può stare dentro la preghiera cristiana, e mostrarono che persino un papa può arrivare a prendere Dio per il bavero (come del resto insegnano i Salmi che Gesù stesso pregò). Il papa Wojtyla del 1997, tremante per il Parkinson e per la pioggia gelata di Sarajevo, fu testimone chiarissimo della vibrante richiesta di una pace giusta. 

Nel dolore fisico, nell’infermità patita e non celata, il papa rende il proprio servizio come non mai universale perché si mostra amico e compagno fino al suo fondo più oscuro della condizione umana. Il papa che soffre parla in modo eloquente alla verità più vera e più scomoda di ciascuno e di ciascuna di noi. In quelle condizioni il papa diventa capace di un magistero impossibile da consegnare ad un testo, un magistero che non ha bisogno di altro per farsi ascoltare. Un papa che soffre servirà ben poco alla macchina dello spettacolo religioso, ma anche questo prima o poi si rivela un guadagno per la Chiesa e non solo. 

Il punto difficile da digerire è che la verità umana e la verità cristiana non stanno in alto, ma stanno in basso. Se mai queste due verità sono destinate ad incontrasi, solo laggiù – o meglio: quaggiù – possono incontrarsi davvero e, se serve, anche facendo a cazzotti di santa ragione. Qualcuno dirà che la malattia di un papa avviene per caso, qualcun altro che è la Provvidenza a consentirla. Classificare la causa dell’incontro tra le due verità serve solo a chi comprende questo incontro come uno spettacolo, o al fine di venderne i biglietti o al fine di censurarlo.


Fonte: Il Mattino
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