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A. Cazzullo: Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento

Copertina del libro "Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento" di Aldo Cazzullo, edito da HarperCollins. La copertina ha uno sfondo rosso acceso con un'illustrazione circolare in alto che mostra il celebre oculo con putti e figure del Mantegna. Al centro campeggia il titolo del saggio in lettere maiuscole bianche e gialle.

I suoi libri sono i più venduti nel Paese. «Il segreto? Il lettore ti segue se il tema lo riguarda, se fa parte di lui». L'ultimo arrivato è un nuovo viaggio nell'identità nazionale, nel Rinascimento, un periodo che ha molto da dirci. 

Venanzio Postiglione
2 ottobre 2026

Un record, poi un altro. I libri di Aldo Cazzullo sono i più venduti in Italia. E questo è un fatto. Gli chiedi perché, lui risponde in latino: «De te fabula narratur», è di te che si parla in questo racconto. «Il lettore ti segue se la storia lo riguarda. Fa parte di lui. È più facile per l’attualità, perché si percepisce subito, ma ha senso anche per il passato: quando ne vediamo il valore e le ricadute, ancora oggi». 

Poiché il concetto di nazione è esposto ai venti politici e propagandistici, fino a immaginare un Paese fondato sui caratteri somatici (che epoca faticosa), Cazzullo ci dice da anni che una patria vera ce l’abbiamo e ce lo dimentichiamo. La cultura. L’Italia è la sua cultura. Il diritto dell’antica Roma, la poesia di Dante, l’umanità di San Francesco, il genio di Leonardo, l’incanto di Raffaello, la potenza di Michelangelo. Aldo ci scuote, ci sveglia. Noi siamo quelli della Cappella Sistina, non lo vedi? Non te lo ricordi? Senza dire mai «non lo sai». Perché qui non c’è una cattedra e neppure una lezione: ma una storia comune. Un racconto, ecco. 

Giornalista, scrittore. Vice direttore ed editorialista del Corriere della Sera, più la rubrica delle lettere, ogni giorno, più le grandi interviste. Volto e firma di La7 con la trasmissione Una giornata particolare, a proposito di passato e presente. Dopo San Francesco, ecco il nuovo libro, appena arrivato: Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento (HarperCollins). Cominci a leggere e non puoi mollare più, che forse per un autore è il più grande dei complimenti. Il termine “emozionante” è inflazionato, d’accordo, però me ne prendo la responsabilità: di questo si tratta. 

Pagina d’inizio, l’incontro con il Mosè di Michelangelo. 
«L’impatto con l’arte, l’imprinting , il primo ricordo. Un bimbo di sei anni di fronte al gigante che ti soggiogava con lo sguardo. L’uomo che aveva visto Dio e quindi sé stesso, perché fatto a immagine e somiglianza. Ripensavo a quegli occhi fiammeggianti e non riuscivo a dormire». 

Eri con i tuoi genitori? 
«Sì. Non avevano una preparazione accademica, ma un forte senso di ammirazione per la bellezza. I miei nonni neppure la licenza media, non ebbero l’opportunità di studiare. Ma il contrario dell’ignoranza non è la cultura: è la curiosità. Quella che mi ha trasmesso la famiglia. I grandi del Rinascimento non conoscevano il latino, a dodici anni già lavoravano, ma volevano sapere, capire, crescere, viaggiare, migliorare». 

E arriviamo al senso dei tuoi libri e di questo libro. 
«Un lungo viaggio nell’identità italiana. L’antica Roma, l’unico momento in cui abbiamo dominato tutti, una superpotenza culturale, il centro di attrazione dei talenti. Dante e San Francesco, che ispirano ancora i nostri pensieri, i nostri comportamenti. L’umanesimo cristiano, il miglior dono che abbiamo fatto alla civiltà universale. E il Rinascimento, appunto, un fenomeno mondiale, la rivoluzione della persona, l’uomo che si mette al centro e ha fiducia in sé stesso». 

Il nostro momento magico, la fioritura della scienza, della letteratura, delle arti, dalla fine del Medioevo verso l’età moderna. 
«E adesso? Quasi il contrario. L’Italia deve essere proprio ricostruita. Allora venivano tutti qui, adesso i cervelli se ne vanno: li formiamo e li perdiamo. Disastroso». 

Ma tu non pensi solo al nostro Paese. 
«No. Per la prima volta l’uomo può scomparire. Le guerre nucleari, la denatalità, il clima, le dittature, l’intelligenza artificiale, la prospettiva di umanoidi con il corpo finto e l’AI al posto della testa. Il progresso tecnologico non si ferma e non lo vogliamo controllare. Il Papa ha scritto una grande enciclica, a cominciare dal titolo, Magnifica Humanitas. O la ricerca è al nostro servizio o per noi è finita». 

E il Rinascimento? 
«È l’antidoto a tutto questo, è lo spirito di avventura e di curiosità, è la fiducia in sé stessi e nella vita. Il primo uomo rinascimentale è l’Ulisse di Dante, che si rimette in viaggio perché ha bisogno di conoscere, di superare i suoi limiti e i confini del mondo. Come avrebbe fatto Cristoforo Colombo, deciso a prendere il mare per raggiungere l’Est da Ovest». 

Aldo, lascia riposare Colombo, è un terreno minato. Una fetta della cultura woke lo voleva cancellare. 
«Una fetta mica tanto. In molti lo vedono come simbolo dell’oppressione, come l’uomo occidentale, un po’ lo capisco. Ma per me è lo scopritore, il visionario, l’emblema stesso di un’epoca. Senza Colombo non ci sarebbe stato Ludovico Ariosto e io sono pazzo di lui, l’autore della prima opera di fantascienza, l’Orlando Furioso ». 

Un salto indietro. Alle pagine sul mistero della Gioconda. 
«Perché è il quadro più famoso del mondo? Per l’enigma, appunto. Il signore fiorentino che chiede il ritratto della moglie Lisa e Leonardo da Vinci che non lo consegna ma se lo tiene per sé. E continua a dipingerlo, a ritoccarlo, fino all’ultimo giorno della sua vita, anche dopo l’ictus. Ma perché? Sono aperte tutte le ipotesi: l’autoritratto, la persona amata... La Gioconda è lo specchio in cui ciascuno può ritrovare sé stesso o il volto che predilige. E poi, diciamolo, è così anche perché è in Francia, noi l’avremmo trattata peggio. Non si riesce neppure più a vederla, in mezzo ai telefonini». 

Bisognerebbe proibire le foto? 
«Non lo so. Forse sarebbe troppo. Ma almeno si potrebbero evitare i selfie nei musei, un altro tributo al narcisismo di massa». 

Parli di Raffaello e sembra una star dei nostri giorni. 
«I talenti straordinari di solito stanno sulle scatole. Lui era un genio simpatico, amabile, piacevole, si circondava dei migliori allievi, che chiamava a bottega. Era anche un grande amatore. Michelangelo non aveva chi l’aiutasse, faceva tutto da solo, era scostante, sempre arrabbiato. Viveva la sua omosessualità tormentato dai sensi di colpa, mentre Leonardo la viveva serenamente». 

Scrivi che «di Raffaello già in vita dicevano che fosse un nuovo Gesù». 
«Perché aveva portato sulla Terra la dolcezza della sfera divina, perché raffigurava la Madonna come una mamma, perché assomigliava davvero a Cristo come l’avevano immaginato gli artisti». 

 Poi la morte improvvisa, a 37 anni. 
«Lo portarono al Pantheon la sera del sabato santo, come un dio mortale, con un corteo aperto da cento fiaccole. Secondo Vasari, fu distrutto dagli eccessi amorosi. O forse fu avvelenato dai colori che usava, quindi dalla sua stessa arte. Sappiamo solo che di Raffaello l’umanità non può fare a meno». 

Inizi del Cinquecento, la sfida del secolo. 
«Pensate. Stessi mesi, a poche decine di metri, mentre il Papa è Giulio II... Raffaello dipinge la Scuola di Atene, i grandi filosofi che si confrontano, Platone e Aristotele al centro, la rappresentazione della nostra civiltà, mentre Michelangelo è impegnato con la Cappella Sistina, Dio che sfiora il dito di Adamo, una delle immagini più potenti di ogni tempo». 

E poi, sempre lì, non ci si crede, il Giudizio Universale. 
«Forse la più grande opera della storia. Un immenso vortice di sommersi e di salvati, tutti nudi davanti a Dio, la caduta verso l’Inferno, l’Inferno di Dante. Il più grande dei poeti e il più grande degli artisti dialogano attraverso i secoli. E parlano la stessa lingua, la nostra lingua». 

Ma non è solo un viaggio o un racconto. Hai voluto scrivere un libro che è un appello. Di più: un grido d’allarme. 
«Il Rinascimento è un fatto universale e non è importante soltanto per l’orgoglio nazionale. È il grande argine all’era post-umana che sta arrivando». 

Con i padroni della Rete e dell’intelligenza artificiale. 
«Che pensano soltanto al denaro e al potere. Da soli non si fermeranno». 

Li definisci addirittura l’Anticristo. 
«È un’espressione che hanno usato loro stessi. Senza umanità, senza saggezza, non si va da nessuna parte. Ricordate Il nome della rosa? La barriera della sapienza, scrive Umberto Eco, quando brucia la biblioteca. Hanno studiato i meccanismi per renderci succubi, conoscono i nostri orientamenti e ci mandano i contenuti che vogliono. Lo possiamo dire: hanno bisogno di un popolo ignorante. Con il disprezzo per lo studio e per la conoscenza». 

L’ultima parola del libro è “autodistruzione”. 
«Il mondo è in pericolo e adesso lo raccontano anche i creatori dell’intelligenza artificiale. Che fine farà il lavoro? Come si modellerà una società che è già in crisi profonda? Chi controlla l’AI controllerà la vita delle persone, ci spiegherà cosa fare e alla fine anche cosa pensare. L’uomo potrebbe diventare inutile e le cose inutili vengono spazzate via». 

Siamo ancora in tempo? 
«Siamo ancora in tempo. Però, appunto, l’umanesimo ci riguarda. Adesso». De te fabula narratur, si diceva.
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