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Massimo Recalcati 'Cosa c’è in un nome?'

Copertina per il blog AlzogliOcchiversoilCielo con il dipinto "Reflection with Two Children" di Lucian Freud. In basso, su una banda color fango, compare il testo grafico: "COSA C'È IN UN NOME?" di Massimo Recalcati.

2 luglio 2026 

Maschera parlante o re nudo, il corpo svelato dai due Freud. 

Il nonno, Sigmund, ha rivoluzionato la storia del pensiero. Il nipote, Lucian, ha dato nuova vita alla pittura figurativa. Entrambi hanno messo al centro la figura umana, ma con approcci opposti. Un saggio li analizza.

«Cosa c’è in un nome?» si chiedeva lo Stephen Dedalus di Joyce nell’Ulisse. In questo modo egli interrogava il segreto della filiazione e dell’eredità. Cosa c’è nel nome di Lucian Freud, pittore tra i più celebri dello scorso secolo, è il tema sviluppato dallo psichiatra e psicoanalista napoletano Gaetano Romagnuolo nel suo recente Lucian Freud. Il corpo e il segno, pubblicato per i tipi di Castelvecchi. Non si può infatti ignorare la genealogia che lega il grande pittore alla figura del celebre nonno che è stata la sola figura famigliare ad essere da lui amata e stimata. Ci troviamo di fronte a due tremendi outsider. Sigmund ha minato le fondamenta della ragione filosofica occidentale classica costringendola a un sovvertimento radicale. Ebreo emarginato dall’università e dall’accademia, ha inferto una ferita inguaribile al narcisismo umano mostrando che l’«Io non è padrone nemmeno in casa propria». 

Il nipote Lucian è stato un altro outsider: ebreo-tedesco, Don Giovanni impenitente che umilia e trascura le sue prede in una società ancora moralista, padre che non si cura dei propri figli, figlio ribelle e nipote sacrilego, pittore figurativo in un’epoca dove la pittura appariva egemonizzata dall’astrazione. Un punto di ricerca accomuna questi due grandi outsider: il corpo umano. Per quanto il nipote non avesse mai avuto in simpatia la psicoanalisi, è importante notare che il suo lavoro pittorico eredita la centralità che la scienza inventata da suo nonno attribuisce al corpo. Nella sua pittura, Lucian ha fatto del ritratto dei corpi – soprattutto di quelli umani ma anche di quelli animali e vegetali – il centro esclusivo della sua poetica. 
Prima di lui, nella seconda metà dell’Ottocento, è stato Sigmund a ricavare dal corpo isterico l’idea inaudita che il corpo potesse essere preso come l’equivalente di un discorso o una scena teatrale. L’origine della psicoanalisi si ritrova, infatti, in questo passo fondamentale del suo fondatore: il corpo non è solo l’assemblaggio anatomico dei suoi organi ma parla, esprime significato, è un ordine di senso, un laboratorio di messaggi.

Nondimeno il corpo al quale l’opera di Lucian Freud si dedica non è più il corpo- maschera o il corpo-teatro delle isteriche analizzate da Sigmund. Si tratta piuttosto di un corpo che non parla, che non può essere ricondotto a un discorso perché si presentifica innanzitutto come un ammasso di carne informe. È il punto di cesura radicale non solo tra i due Freud ma anche tra la ritrattistica di Lucian e quella che si è consolidata nella pittura più tradizionale. È una delle tesi maggiori sviluppate da Romagnuolo. Se quest’ultima ha inteso il ritratto come una mascheratura del carattere informe del corpo, Lucian Freud lavora invece per smontare proprio questa mascheratura e per mostrare cosa è un corpo al di là o al di qua della sua forma rappresentabile. Si tratta, come scrive, di un’operazione di “desacralizzazione” dell’immagine narcisistica del corpo che ha come obbiettivo lo svelamento del suo reale più nudo: «Il corpo fatto di carne e viscere, senza la parentesi di un discorso che lo possa includere in una cornice di senso»; il corpo ridotto a «pattume, montagna di grasso e muscoli, ammasso di ossa, corpo deflorato, deposto, caduto rovinosamente al suolo, rannicchiato come un cane»; il corpo senza immagine, senza specchio possibile, esibito nel suo sesso senza eros e nella sua derelizione. 
In questo senso, la presenza del corpo non dà luogo ad alcuna celebrazione monumentale, ma diviene un puro oggetto di angoscia. L’anima si dissolve nella carne senza lasciare traccia della sua spiritualità. Anche ogni simbolismo viene azzerato. Di qui, come sottolinea Romagnuolo, l’importanza più della pelle che dell’anima che fa di Lucian Freud un «pittore dell’epidermide». È il realismo di fondo (anti-metaforico) che caratterizza i suoi quadri. In questo la direzione pittorica di Lucian Freud non poteva non incrociare, oltre a quella di Auerbach, anche quella del grande Francis Bacon. Confronto serrato al quale questo libro dedica alcune tra le sue pagine più intense. 

Ma nessun ritratto del corpo può giungere a restituirne il mistero. Nessun ritratto può pretendere di solidificare un’identità che sempre sfugge e che non può mai essere rappresentata. Ogni tentativo del soggetto di coincidere con la propria immagine si ribalta in una sorta di continua espropriazione. È quello che accade anche, secondo una linea ironica e opposta a quella freudiana, negli autoritratti di De Chirico, i quali smontano sistematicamente ogni forma di celebrazione proprio laddove l’amplificano in modo volutamente farsesco. «Voglio dipingermi sino alla morte», dichiarava alla fine dei suoi giorni Lucian Freud a un suo amico. Intendeva sospingere la sua pittura sino al punto limite della rappresentazione. Quando in primo piano, come scrive Romagnuolo, non c’era «un giovane guerriero o una divinità, ma la sua parodia ironica e grottesca: un vecchio satiro nudo con le sue vene ingrossate, la sua pelle cadente, il suo pene afflosciato». Non si trattava di terminare solo un autoritratto, ma di portare a compimento senza sconti il ritratto lucido di ciò di cui l’humus umano è, come tale, costituito.
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