M. Recalcati 'La religione del corpo che cancella la carne'
In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire
un certificato di idoneità. Così non c’è più tempo libero né vacanza
ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.
23 luglio 2026
Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di
attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il
luogo privilegiato di una vera e propria religione.
Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano
le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se
la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del
corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre
si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la
stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura.
Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti
l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i
programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta
delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle
palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio.
E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma –
nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono
con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle
vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre
sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del
proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe
muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede.
Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che
permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso,
gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere
corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione.
Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che
ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno
a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro,
compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne,
infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio
indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato
da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione
tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui
sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La
chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i
suoi interventi.
Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono
sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello
di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il
ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero
e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma
innanzitutto se stessi.
Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di
idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello
dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della
palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla
salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il
corpo alla dignità di un assoluto disincarnato.
È il rovesciamento della passione di Cristo. Mentre egli rinuncia al corpo immortale di
Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare
la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta
altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle
società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà
sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua
espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità
spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica.
Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale
dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione
dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la
natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in
chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente
monitorati.
Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato.
L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del
proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e
padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare
una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del
proprio corpo.
