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I laici e l’omelia: oltre le false alternative

Un moderno ambone in legno chiaro con una Bibbia aperta, illuminato da una luce calda all'interno di una chiesa minimalista e contemporanea. In basso, una banda color terracotta contiene il titolo dell'articolo: "I laici e l'omelia: oltre le false alternative - di Linda Pocher", con il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.
Il recente dibattito sull’omelia ai laici, acceso dalla risposta del Dicastero per il Culto Divino alla richiesta dei vescovi tedeschi, non riguarda soltanto una questione disciplinare. In gioco non è semplicemente chi possa o non possa predicare durante l’Eucaristia, ma una più ampia visione della Chiesa, del ministero e della sinodalità. 

La discussione ha messo in evidenza una tensione reale: da una parte l’insistenza sul legame tra omelia e sacramento dell’ordine; dall’altra la constatazione che in molte comunità ecclesiali la predicazione della Parola è già affidata, di fatto, anche a laici e laiche dotati di una solida formazione teologica e di un riconosciuto carisma ecclesiale. La domanda che emerge è se questa esperienza possa trovare una configurazione ecclesiale più stabile e riconosciuta. 

Come ha osservato Andrea Grillo, il punto non consiste semplicemente nello stabilire chi sia ontologicamente abilitato a parlare, ma nel comprendere quale forma di Chiesa la liturgia esprima e generi. 

Una Chiesa che riconosce i carismi 

Il Vaticano II, tuttavia, ha inaugurato una svolta ecclesiologica e liturgica che non può essere ridotta alle sole formulazioni normative contenute nei suoi documenti. Il Concilio, infatti, non è stato soltanto un insieme di testi, ma l’avvio di un processo storico ed ecclesiale i cui sviluppi continuano ancora oggi. 

I processi inaugurati dal Vaticano II hanno modificato profondamente i soggetti ecclesiali, le loro competenze e le forme della loro partecipazione. Quando i padri conciliari riaffermavano il legame tra omelia e ministero ordinato, il ministro era spesso l’unico membro della comunità a possedere una formazione teologica sistematica. Oggi la situazione è radicalmente cambiata: laici e laiche studiano teologia, insegnano nelle università ecclesiastiche, guidano percorsi formativi, esercitano responsabilità pastorali e svolgono un riconosciuto ministero della Parola. 

Essere fedeli al Concilio non significa soltanto custodirne le norme, ma anche lasciarsi guidare dai processi che esso ha avviato, accettando che essi possano condurre a sviluppi non pienamente previsti dai testi conciliari stessi. 
Probabilmente anche la questione dell’omelia appartiene a questa dinamica. Un processo non si controlla: lo si accompagna, lo si discerne e, quando necessario, si ha il coraggio di ripensare forme e istituzioni alla luce delle nuove condizioni ecclesiali. 

Il riconoscimento di un ministero laicale della Parola non risponde anzitutto a esigenze di supplenza dovute, in alcuni casi, a scarsa capacità del clero, come lascia intendere la risposta del Dicastero quando afferma la necessità di una formazione più approfondita dei candidati al ministero. Ridurre il problema a una logica emergenziale significherebbe non coglierne il significato più profondo. 

I carismi, d’altra parte, devono essere riconosciuti non soltanto sulla base di un dono personale e di un’adeguata formazione, ma anche in risposta a bisogni reali della Chiesa

Il nodo delle relazioni ecclesiali 

Uno di questi bisogni è oggi certamente la conversione delle relazioni ecclesiali. Il Rapporto finale del Gruppo di studio 5 del Sinodo sulla sinodalità ha osservato che il clericalismo consiste anche nella «tendenza a estendere alla vita della comunità ecclesiale lo schema relazionale proprio della celebrazione eucaristica». La centralità del ministro ordinato nell’azione liturgica rischia così di essere inconsapevolmente proiettata sull’intera vita ecclesiale, generando modelli di partecipazione passivi e relazioni asimmetriche. 

Se la Chiesa intende davvero assumere la sinodalità come propria forma ordinaria, il contrasto al clericalismo non può limitarsi a pie esortazioni spirituali. Occorrono anche correttivi istituzionali e ministeriali che aiutino le comunità a pensarsi e a vivere in modo meno clericale. In questo senso, il riconoscimento di ministeri laicali della Parola potrebbe costituire uno di questi correttivi, favorendo una più ampia corresponsabilità ecclesiale. 

In tale prospettiva, anche l’alternativa spesso evocata tra una concezione “sacramentale” del ministero e una sua interpretazione semplicemente “funzionale” appare in parte fuorviante. Come suggerisce Paolo Gamberini, il rischio è quello di costruire opposizioni concettuali che finiscono per oscurare la realtà concreta della vita ecclesiale. Si potrebbe persino parlare di una sorta di bias cognitivo: si tende infatti a identificare il carattere sacramentale esclusivamente con il sacramento dell’Ordine, dimenticando che anche il battesimo appartiene pienamente alla struttura sacramentale della Chiesa

In forza del battesimo 

I ministeri laicali non sono semplicemente funzioni delegate per necessità pastorale. Essi vengono esercitati in forza del battesimo e della confermazione, cioè in forza di sacramenti che configurano il fedele a Cristo e lo rendono partecipe della missione ecclesiale. Se il ministero ordinato trova il proprio fondamento sacramentale nell’Ordine, i ministeri laicali trovano il loro fondamento sacramentale nel battesimo. L’alternativa tra “sacramentale” e “funzionale” appare dunque, almeno in parte, una falsa alternativa. 

In questa prospettiva, si potrebbe immaginare il riconoscimento di un ministero della Parola non ordinato oppure un ampliamento dei ministeri istituiti del lettorato e del catechista, includendo, in condizioni ben definite e sotto discernimento ecclesiale, anche forme di predicazione omiletica. Non si tratterebbe di una liberalizzazione indiscriminata, ma del riconoscimento ecclesiale di carismi già presenti e operanti nel popolo di Dio. 

In definitiva, il dibattito sull’omelia rimanda a una domanda più profonda: quale Chiesa vogliamo essere? Una Chiesa centrata prevalentemente sulla distinzione dei ruoli oppure una Chiesa che, pur custodendo la propria struttura sacramentale, sappia riconoscere e valorizzare i carismi che lo Spirito suscita nella storia? 

Non si tratta di opporre istituzione e carisma, ministero ordinato e ministeri laicali. Si tratta piuttosto di imparare a pensarli insieme. Perché una Chiesa veramente sinodale non è quella che controlla lo Spirito, ma quella che sa riconoscerne i segni. 


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