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C’è un futuro per la parrocchia? Fedeli in calo e pochi preti

Interno luminoso di una grande cattedrale con archi alti, vetrate e un grande organo a canne sullo sfondo. Un sacerdote celebra la messa all'altare davanti a pochissimi fedeli seduti sui banchi di legno. In sovrimpressione compare il titolo di un articolo sulla crisi delle parrocchie.
Paolo Rappellino 
21 maggio 2026 

La parrocchia è ancora oggi il luogo in cui la Chiesa incontra più facilmente le persone nel territorio. Ma per continuare la missione occorre più slancio missionario e una ministerialità diffusa di tutti i cristiani. Come?

Nel 2010, tre studiosi – il sociologo francese Olivier Bobineau, il teologo italiano Luca Bressan e il canonista belga Alphonse Borras – avevano pubblicato un libro il cui titolo in francese suonava volutamente ambiguo Balayer la paroisse?, che si può tradurre con «far piazza pulita della parrocchia?», oppure, «risistemare la parrocchia?». Il titolo riassumeva bene il senso di un dibattito che allora era solo all’inizio ma che oggi è diventato di ineludibile attualità: la parrocchia è ancora lo strumento più adatto per svolgere la missione di “base” della Chiesa, cioè annunciare il Vangelo nel modo più popolare possibile? Oppure è un organismo invecchiato, che non si riesce a rinnovare, che richiede troppe energie (mentali e anche amministrative) per funzionare e che quindi sarebbe meglio mandare in pensione? 

Il quesito potrebbe sembrare ozioso perché la parrocchia ci appare un’istituzione vecchia quanto la Chiesa stessa e, a un primo pensiero, non vengono in mente alternative. In realtà non è così: nei primi 1500 anni di vita della Chiesa, non esisteva la parrocchia come la conosciamo oggi. La parrocchia intesa quale ente giuridico, territoriale e pastorale è un’organizzazione introdotta solo con il concilio di Trento, entrato in vigore nel 1563. Era un’istituzione pensata per un mondo in cui tutti erano cristiani, nascevano, crescevano e morivano nello stesso posto, con pochissima mobilità sociale e lavorativa. Una società in cui la religione pervadeva ogni aspetto della vita, il che permetteva al parroco di entrare in contatto con tutte le persone che abitavano quel territorio. Non ultima questione, era un mondo in cui c’erano abbastanza preti (spesso anche più di uno) da mandare in ogni villaggio, compresi i più piccoli e isolati. E così è stato fino a pochi decenni fa. Ma oggi non è più così. E quindi la domanda è legittima ed è di questo che discutiamo: c’è un futuro per la parrocchia? 

Non è il tutto ma è molto 

Come osserva don Alphonse Borras, uno degli autori di quel libro di qualche anno fa, «la parrocchia non è il tutto della vita della Chiesa. Vi sono infatti anche le associazioni, i movimenti, le opere cattoliche (scuole, ospedali…), gli istituti religiosi, i santuari, i media cattolici, la presenza ecclesiale nei mezzi di comunicazione (per esempio la trasmissione della Messa sulle tv non religiose o l’attività degli influencer cattolici)…». Se oggi decidessimo di abolire le parrocchie, tutte queste altre realtà continuerebbero a svolgere la loro opera di evangelizzazione e probabilmente la fede continuerebbe a essere trasmessa. Eppure, aggiunge Borras, «la parrocchia ha un posto privilegiato nella vita ecclesiale. È infatti in parrocchia che avviene gran parte della visibilità dell’annuncio del Vangelo e dell’edificazione della Chiesa in un luogo preciso». In un quartiere metropolitano o in un paese «la parrocchia è la Chiesa per tutto e per tutti. Non offre tutto, ma tutto l’essenziale – o piuttosto il minimo necessario – per “diventare cristiani” e “fare Chiesa”». 

La stessa parola “parrocchia” deriva da un verbo greco che significa “abitare accanto”. 
Insomma: la parrocchia è il “vicino di casa” delle donne e degli uomini nel nostro tempo, presenza della Chiesa al centro della piazza, che si riconosce facilmente dal campanile, e nella quale non viene chiesto (o non dovrebbe essere chiesto) nessun requisito per accedere. «Tra le realtà ecclesiali», nota don Borras, «la parrocchia è ancora quella con accesso più “a bassa soglia”». Non servono iscrizioni, tessere, prerequisiti, non seleziona per livello d’istruzione o classi sociali. «Il teologo Christoph Theobald direbbe che “c’è” per chiunque sia toccato o affascinato dal Vangelo, con qualsiasi livello d’intensità. “Esiste” per tutti quelli che arrivano». Vale particolarmente per le persone semplici e per i poveri. Insomma, se non ci fosse la parrocchia, pur con tutti i suoi problemi e i suoi difetti, la Chiesa sarebbe molto meno presente nella vita delle persone. 

Realtà in crisi 

È però anche vero che la parrocchia è una realtà in crisi. Lo si vede dal numero in calo dei fedeli che frequentano le Messe domenicali e ancora più dal fatto che oramai manca quasi del tutto la generazione dei giovani. Ma anche dalle grandi energie investite per la gestione degli immobili. O per l’iniziazione cristiana dei ragazzi, il cui esito è l’abbandono della gran parte dopo la celebrazione della Cresima. Ma ci sono anche altri sintomi, forse meno eclatanti, ma altrettanto preoccupanti. Le parrocchie hanno perso slancio missionario: gran parte delle iniziative proposte si rivolgono alle stesse persone e, quando qualcuno di nuovo s’affaccia, generalmente non sperimenta calda accoglienza. Al fondo, la parrocchia continua a funzionare presupponendo che le persone siano già cristiane (per contesto sociale ed educazione familiare) mentre oggi servirebbe una parrocchia in grado di far diventare cristiani, cioè di puntare sul primo annuncio

Uomini soli al comando 

Un altro problema enorme è che non ci sono più preti a sufficienza per ogni parrocchia, in un modello in cui la presenza del parroco è indispensabile per celebrare i sacramenti ma anche per la conduzione pastorale e amministrativa della comunità. Solo i preti possono presiedere l’Eucaristia e confessare le persone. E solo loro hanno la firma sul conto in banca della parrocchia. Sul primo punto, nella Chiesa cattolica, non si può derogare. Ma sul secondo, riformando il diritto canonico, nulla vieta di pensare a un’organizzazione diversa. 

Nell’attuale situazione, però, i vescovi di quasi tutte le diocesi italiane non hanno potuto far niente di diverso che affidare più parrocchie a un solo parroco. In alcuni casi anche due o tre grandi parrocchie cittadine, o fino a una decina di piccole chiese sparse nelle campagne o sui monti. Con il risultato che le singole comunità percepiscono di poter contare su un prete solo a tempo ridotto e si sentono trascurate, mentre i presbiteri sono costretti a correre a destra e a manca fino all’esaurimento delle forze e faticano a instaurare rapporti personali con i fedeli. 
A ciò si aggiunge che le parrocchie e le loro strutture sono troppe rispetto al numero di fedeli odierno e che ai preti vengono chieste incombenze non strettamente legate ai compiti dei ministri ordinati e che potrebbero essere delegate ai laici. Questioni che vanno dalla custodia delle chiavi alla presidenza del comitato per la festa patronale, passando per la selezione della ditta che fornisce i gelati al bar dell’oratorio. 

Un tempo nuovo 

Il risultato è una diffusa frustrazione. «Reti vuote, tanta fatica, tante difficoltà e quello che facevamo prima, oggi non è più molto efficace», sintetizza Sergio Di Benedetto, insegnante e ricercatore, che con le Paoline nel 2025 ha pubblicato un libro intitolato Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza? L’autore, che è anche molto attivo sul sito di dibattiti ecclesiali www.vinonuovo.it, tenta un’analisi sistematica dei punti di crisi della parrocchia, non fermandosi solo su quelli più evidenti e discussi. Perché, è la sua idea di fondo, il problema forse non è il numero di fedeli a Messa o il calo numerico e l’invecchiamento dei parroci, ma l’impostazione generale della parrocchia. Di Benedetto, che adotta come centro del ragionamento il brano evangelico della “pesca miracolosa” (Giovanni 21,1-14), identifica sette punti di crisi: la fede, il pensiero, le strutture, il linguaggio, la credibilità (tra l’altro anche a causa degli abusi sessuali), l’identità, e le situazioni esistenziali e i ruoli dei soggetti che abitano la parrocchia (genere, carismi, stati di vita, ministeri). L’autore propone quindi alcune piste di lavoro per superare le crisi: «Sono convinto», dice, «che non possiamo pensare di trovarci in un tempo abbandonato dal Risorto. Lo Spirito c’è e già sta operando in tante esperienze che funzionano: si tratta di accettare il tramonto di una forma del cristianesimo che non è il tramonto della fede cristiana. E di conseguenza dovremo accettare la morte di strutture e modalità cui siamo affezionati per assistere alla risurrezione di modi nuovi». Ma, secondo Di Benedetto, occorre «imparare ad ascoltare, superare il clericalismo, rinunciare alle strutture, accogliere le paure, accompagnare le sofferenze e tentare il coraggio». Tra le sue proposte concrete, c’è quella di cercare di riaccogliere nelle parrocchie le varie categorie di «esiliati», cioè coloro che si sono più o meno volutamente allontanati perché delusi dalla proposta o esplicitamente esclusi (si pensi, fino a qualche tempo fa, alle persone divorziate o omosessuali, ma anche alle donne, poco valorizzate dagli atteggiamenti maschilisti di preti e laici). Oppure dare vita a una sorta di «cortile dei cercatori», cioè uno spazio per chi «non si riconosce appieno nell’esperienza ecclesiale» (e oggi, per esempio tra i giovani, sono la maggior parte) ma potrebbero essere interessate «a interrogarsi sulle grandi questioni dell’esistenza» se ciò che viene loro proposto non è finalizzato a «convertirli ai modi ecclesiali» o ad arruolarli nella vita parrocchiale. 

Riformare la Chiesa attraverso la parrocchia 

Si posizioni simili sono don Andrea Toniolo e Assunta Steccanella, rispettivamente ex preside e attuale vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto, che nel 2022 hanno pubblicato un libro intitolato Le parrocchie del futuro. Nuove presenze di Chiesa (edizioni Queriniana). Secondo Steccanella, teologa sposata e madre da famiglia, se non si cambiano le parrocchie, ben difficilmente sarà possibile cambiare il volto complessivo della Chiesa. «Evangelii gaudium di papa Francesco chiede una conversione pastorale e missionaria», ricorda la teologa, «e la conversione deve partire dalla trasformazione delle comunità nel segno dell’accoglienza». Il che significa «uscire dagli schemi preconfezionati, dagli orari prestabiliti, dalle prassi consolidate… Anche quando poi l’ospite da accogliere diventa un po’ molesto». Quanto al criterio della «pastoralità», esso chiede «una duplice apertura: ascolto di Dio e ascolto dell’umano. La pastoralità, insomma, è la disponibilità a lasciarsi ferire dal Signore e dall’umanità». 

Scendendo nel dettaglio, don Toniolo propone quattro piste su cui lavorare per dare un futuro alla parrocchia: «Riconfigurare la governance pastorale che oggi è pensata in senso verticale (parroco – parrocchia); ripensare il rapporto della parrocchia con il territorio non solo geografico ma antropologico dell’uomo d’oggi (c’è tempo per la Chiesa, per la Messa, per la domenica?); cambiare modello di iniziazione alla fede (non più solo per i bambini e in forma di massa ma con un modello educativo poliforme e che riguardi anche gli adulti)». Infine, secondo il teologo veneto, «la parrocchia del futuro non può essere pensata come un grande agglomerato di fede», sempre più grande perché mancano i preti, «ma come comunità di comunità dove è possibile creare ambienti comunicativi della fede e dove si possa recuperare il rapporto personale con la Bibbia, oggi grande assente nel mondo parrocchiale». 

Parrocchie ministeriali 

Tutto questo, evidentemente, richiede grandi energie che non possono certo essere fornite solo dal clero. La conversione missionaria è possibile solo in una conduzione più sinodale della comunità, in cui siano valorizzati i carismi e i ministeri di tutti i battezzati. In pratica, accanto ai ministri ordinati (preti e diaconi) avranno un ruolo sempre più importante anche i ministri istituiti (catechista, accolito e lettore), che possono essere donne e uomini laici, e, in generale, il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei fedeli

«La ministerialità», tiene però a precisare don Toniolo, «non è solo risposta alla carenza di clero». Perché se oggi la fede deve essere inculturata, cioè tradotta e resa viva nei diversi e molteplici contesti culturali del nostro tempo, con linguaggi e segni vicini alla vita delle persone, «l’inculturazione chiede che ci siano più voci che annunciano. Una pluralità di ministeri e servizi per rendere presente la Chiesa in un territorio che è plurale». Cosa che il parroco può fare solo insieme ad altre donne e uomini che hanno altre sensibilità culturali e condizioni di vita. In fondo, è lo stesso compito della vecchia parrocchia “inventata” al concilio di Trento, ma aggiornato nella società di oggi

«Quando diciamo che le parrocchie continueranno a garantire la loro presenza sul territorio, cosa intendiamo?», si domanda provocatoriamente monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, che con le Edizioni San Paolo ha pubblicato Tra voi non sia così. Il potere nella Chiesa. «Non possiamo continuare a pensare che la Chiesa c’è se c’è un parroco in ogni parrocchia», avverte il presule piemontese. «Dobbiamo invece dire che la Chiesa continua ad essere presente nel territorio perché lì continuerà ad esserci una comunità di cristiani che crede e testimonia la fede. A questo dobbiamo prepararci».

 
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