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Alessandro D’Avenia «La nuda verità»

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Epifania è una parola che usiamo solo una volta l’anno con malinconia, perché «le feste porta via». Eppure, come avevano intuito i grandi scrittori di inizio ’900 di fronte all’inautenticità del vivere, sarebbe da utilizzare spesso per indicare i «momenti di essere»: istanti in cui usciamo dalla semi-incoscienza della routine quotidiana e avvertiamo una connessione profonda con il mondo e con noi stessi, la realtà è nitida e piena di senso. La parola epifania viene infatti dal greco per manifestare, venire alla luce (dall’antica radice per splendere e rendere chiaro), il contrario significava oscurità o distruzione. Si usava anche come epiteto (epifane) per dire che un re era un dio «manifesto» in terra. Per questo passò a indicare la manifestazione di Dio a tre esponenti della cultura mediorientale, i Magi (esperti di cielo, quando astronomia e astrologia erano tutt’uno), non appartenenti al popolo ebraico: il Dio-Uomo si «manifesta» a tutti coloro che lo cercano, a prescindere da appartenenze etniche, aderenze sociali, meriti culturali, fortune economiche. E lo fa come bambino in una grotta, cioè non grandiosamente e in alto come gli dei greci sul monte Olimpo, Shiva sul Kailash in Tibet, o il Fuji, che è il corpo stesso della divinità, in Giappone... Invece qui Dio si manifesta «in basso», non viene «sul» mondo ma «nel» e «al» mondo, come noi. Che novità c’è in questa narrazione? 

L’Epifania, coronamento del Natale (tanto che alcune chiese ortodosse lo celebrano il 6 gennaio), è un controsenso. Mentre l’uomo vuole crescere, espandersi, avere potere su cose e persone, farsi dio e così immagina i suoi dei, al contrario questo Dio vuole farsi uomo, senza potere su nulla: un neonato. 

Credenti o meno, festeggiamo una liberazione: smettere di dover «di-mostrare» e limitarsi a «mostrare» chi siamo veramente. Tutti costruiamo un’immagine di noi stessi diversa da come siamo davvero, perché crediamo di dover chiedere il permesso di esistere pur avendo ricevuto gratuitamente la vita (o proprio per questo), e così ci illudiamo di essere altro, sopra- o sotto-valutandoci. Lo facciamo perché vogliamo essere amati, e crediamo di riuscirci esercitando potere su cose e persone: «Me lo merito».
Ma poi puntualmente la vita ci ricorda, spesso con durezza, che siamo qui per un dono, e che la nostra identità non è un’idea, un sogno, una maschera ma un dato, fatto di limiti, fragilità, imperfezioni. Ce lo ricordano le cadute, la stanchezza, le malattie, gli errori, la morte, la pesantezza del quotidiano: la realtà non si piega alle nostre fantasie, resiste e ci conduce alla verità, che non è un’astrazione ma un’incarnazione, proprio quella a cui si adegua anche il Dio del racconto evangelico. 

Ma quando sperimentiamo la distanza tra chi pensiamo di essere e chi siamo realmente, cadiamo nella vergogna («non valgo nulla»), nella paura («non fa per me»), nell’illusione («devo essere perfetto o altro da come sono»), non parlo del normale volersi migliorare e compiere la propria vita in base ad attitudini e vocazione, ma del perdere contatto con sé stessi, che comporta molta inutile sofferenza a noi e agli altri. In questo senso l’Epifania aiuta ad aderire alla verità di chi siamo, senza perdersi in complessi di inferiorità o di superiorità.

A Natale — si dice — si torna bambini, e non perché crediamo di essere più buoni (non lo siamo), ma perché possiamo per qualche ora smetterla di volere il potere su cose e persone al fine di essere amati, attraverso l’immagine che tentiamo di tenere in piedi. Se un Dio non «di-mostra» nulla, ma si mostra bambino, allora la versione divina dell’uomo è quella in cui non dobbiamo «di-mostrare» nulla, ma solo mostrare ciò che già siamo che però nascondiamo per paura o mancanza di accettazione. Per questo durante le feste smettiamo di lavorare: per riposare e ritornare alle relazioni primarie, quelle in cui viene alla luce (nel bene o nel male) chi siamo veramente, ciò che nascondiamo al mondo, non chi siamo sui social ma chi siamo quando nessuno ci guarda o con chi ci sta accanto ogni giorno. Per questo il Natale spesso pesa, perché la luce delle relazioni primarie rende manifesta la verità incarnata: quanto siamo amati o quanto non lo siamo, quanto amiamo o quanto non sappiamo farlo. Lì si gioca la partita della propria incarnazione e quindi felicità. 

L’Epifania smonta la scena, la ribalta, la maschera e mostra un bambino nudo: questo sei tu. Lo mostra il racconto evangelico smascherando coloro che vengono a sapere di questa «manifestazione»: i Magi grazie ai segni celesti, e il re Erode grazie a loro che vanno a informarsi da lui su un presunto re nato in Giudea. Erode rimane a palazzo, a difendere l’identità di cartapesta di reuccio sottomesso ai Romani, impaurito dal presunto concorrente, facendo uccidere tutti i neonati della regione per eliminare la minaccia. È prigioniero del mondo e del potere, egli è solo e soltanto ciò che il mondo gli dice di essere, un’immagine che pur di essere difesa genera una violenza inaudita: la strage degli innocenti.

I Magi invece hanno visto un fenomeno celeste eclatante che interpretano come segno della nascita di un re divino ma, giunti a destinazione, trovano solo un bambino tra le braccia della madre in un alloggio provvisorio. Eppure si prostrano e offrono doni: si liberano dall’idea di re che avevano in testa e si inchinano alla realtà nella sua schietta verità. Il mondo con le sue apparenze viene giù, «reale» (inteso sia come realtà, sia come regalità) è un bambino amato dalla sua famiglia e di cui nessuno, se non qualche pastore del luogo, sa nulla, e così sarà per 30 anni, tanto da essere noto come figlio del falegname

Da un lato abbiamo chi vive del potere della propria immagine e usa violenza per difenderla, sempre a spese di innocenti, come accade oggi e sempre accadrà perché il potere (politico, economico, intellettuale, religioso, estetico...) è il modo di procurarsi ciò che assomiglia di più all’amore (ammirazione, sottomissione, invidia...). Dall’altra abbiamo chi si inchina, cioè accetta il limite, e scopre che ciò che conta è chi sei veramente, a prescindere da immagini, ruoli, maschere. Che cosa te ne fai del tetto del mondo se poi sei solo, non sei amato e non ami? E questo prima o poi si manifesterà senza scampo, mostrando quella che chiamiamo «nuda verità»: sarà il giorno della nostra epifania. Buona «manifestazione» a tutti.

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