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Luigi Maria Epicoco «Riprendiamoci il dono della Speranza»

di Giovanni Lesa
18 Marzo 2025

Il tre, si dice, è il “numero perfetto” perché tre sono le persone della Trinità. Tre è anche il numero delle virtù che la dottrina chiama teologali: fede, speranza e carità.

Tutto torna. Tuttavia, mentre la carità è relativamente facile da intuire e da vivere e la fede è – tutto sommato – semplice da capire e da celebrare, non altrettanto può dirsi della speranza. Una virtù talvolta sfuggente, che si presta a facili semplificazioni o fraintendimenti. Per la serie “finché c’è vita, c’è speranza”. E tutti contenti. Eppure proprio la speranza è al centro del Giubileo 2025, una scelta non casuale: «Pellegrini di speranza», come recita il tema voluto da Papa Francesco. «La speranza? Non è un semplice ottimismo, infatti si manifesta proprio quando tutto sembra andare storto». Le parole sono quelle di don Luigi Maria Epicoco, pugliese di nascita ma abruzzese di adozione, noto teologo e scrittore, docente di filosofia presso la Pontificia Università Lateranense e già editorialista de L’Osservatore Romano. Più volte don Epicoco è stato ospite in Friuli: l’ultima volta lo scorso 10 marzo a Codroipo nel corso della Settimana giubilare del Cristo Nero.

Don Epicoco, spesso si associa la speranza con la croce, un oggetto di morte. Come si spiega questo legame?

«Non dobbiamo fare l’errore di considerare la croce un mero oggetto. In questo senso, infatti, certamente la croce rappresenta qualcosa di negativo, che toglie la vita, e Gesù non vuole cambiarne la finalità. Il significato della croce, tuttavia, è che la vita di Cristo è stato un dono di amore giunto fino alle estreme conseguenze proprio là sulla croce. È un simbolo di amore, quindi ovviamente di speranza.»

Umanamente parlando, la speranza si nutre quando sentiamo che “qualcosa va bene”. Con lo sguardo della fede, cosa significa che “qualcosa va bene”?

«Di sicuro la speranza non è un generico ottimismo, con il quale spesso la confondiamo soprattutto quando la vita va bene. La speranza cristiana, al contrario, si manifesta quando tutto va male: è in quei momenti, in cui si è nel cuore della tempesta, che ci si può sentire così tanto amati da intuire che tutto l’assurdo che sta succedendo attorno a noi non è senza senso e che in quella circostanza non si è soli. La speranza è quindi una forza misteriosa che spinge avanti anche quando tutto è perduto e sembra non ci siano vie d’uscita.»

Possiamo fare un esempio?

«È come dire a qualcuno “Ti amo da morire”: significa amare in modo così tanto radicale da rendere tale amore un aiuto, una forza anche nelle difficoltà di quel rapporto.»

Perché secondo lei il Papa ha voluto dedicare un Giubileo alla virtù della speranza?

«Basta accedere a internet o aprire un giornale per vedere come stiamo vivendo in un mondo pieno di disperazione. Abbiamo bisogno di riprenderci il dono della speranza, perché davvero il cristianesimo testimonia che la speranza sconfigge la disperazione di questo mondo. E l’unico modo per annunciare la speranza è diventarne testimoni. Per questo, la speranza non è nemmeno un ragionamento o una parola che puoi dire: può essere solo mostrata dalla vita di una persona. Un cristiano, anche senza parole ma con la sua vita, deve mostrare che c’è un’alternativa alla disperazione di questo mondo. Perciò abbiamo bisogno di questo Giubileo per convertirci al ruolo di testimoni. Non lo facciamo solo per noi stessi perché la fede non è mai un fatto personale: se il Signore ci dona la fede, spesso è per farla vedere agli altri.»

Concretamente, nel quotidiano delle nostre giornate, in famiglia, nel lavoro, nella società civile, cosa significa essere “Pellegrini di speranza”?

«Innanzitutto ricordando che testimoniare la speranza non è una performance personale, ma il dono di una forza (virtù significa proprio “forza”) che riceviamo con il Battesimo assieme ai semi della fede e della carità. Queste tre forze operano già nel nostro cuore, di conseguenza non dobbiamo inventare nulla, ma siamo chiamati a “tirarla fuori” dalla nostra interiorità, da quella che chiamiamo vita spirituale».

È necessario, dunque, trovare tempi e spazi per la preghiera…

«Per diventare concreti, se la vita spirituale non è una relazione con Dio allora non possiamo tirar fuori questa forza. Ma quando impariamo la relazione con Dio, le conseguenze di questa relazione diventano la visibilità della fede, della speranza e della carità.»

Un Giubileo, dunque, per riscoprire il proprio rapporto con Dio.

«Quando coltivo una relazione con qualcuno (un familiare, un amico, ecc.), quella relazione diventa una forza di cambiamento per tutta la vita. Capita a tutti: pensando a quel rapporto di bene troviamo la forza di fare molte cose. La stessa cosa succede nell’esperienza di fede: quando coltiviamo la relazione con Dio troviamo la forza di stare accanto agli ultimi, ai disperati, a chi vive situazioni familiari difficili. Insomma, non dobbiamo rivolgerci a noi stessi e alle nostre forze, ma a questo dono, questa forza ricevuta da Dio che aspetta solo di manifestarsi.»


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