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Massimo Recalcati "Dio e la politica senza dubbio"

 27 gennaio 2025 

Lo Stato laico separa la vita politica dalla fede religiosa. Si tratta di una separazione che ispira sin dalle sue origini la vita della democrazia. Uno dei fondamenti della democrazia consiste, infatti, nel non confondere il piano della dialettica politica e dei suoi inevitabili conflitti con quello della lotta tra religioni.

Fare, al contrario, della lotta politica una guerra tra religioni è lo spirito che anima ogni forma di fanatismo che si colloca in netta alternativa allo spirito laico della democrazia. Freud faceva notare come l’esperienza della psicoanalisi fosse intimamente laica in quanto fondata sul rifiuto dell’esistenza di verità ultime. Quello che conta non è il possesso indubitabile della Verità ma la sua ricerca continua. 
Invocare Dio nella lotta politica significa invece sottrarre la politica al dubbio e, dunque, alla sua dialettica più vitale. È quello che sta accadendo nel conflitto israelianopalestinese ma è anche uno dei tratti più inquietanti che ai miei occhi unisce la figura di Putin a quella di Trump. 
Nel suo recente discorso di insediamento alla Casa Bianca il neo presidente degli Stati Uniti si presenta come un unto del Signore, salvato miracolosamente dall’attentato che durante la campagna elettorale avrebbe potuto ucciderlo. Non si è trattato dunque di un episodio drammatico che si è risolto fortunatamente bene, ma di un vero e proprio segno che identifica Trump come l’uomo della provvidenza in grado di liberare gli Stati Uniti dalla corruzione dei costumi, dalle pastoie di un sistema politico votato all’impotenza, dal decadimento attuale del suo prestigio mondiale. 
È questo un nesso piscologico che troviamo storicamente alla base di ogni tendenza anti-democratica: se Dio mi ha nominato, il mio insediamento non dipende dalla meschinità invidiosa degli umani, ma da una consacrazione che si situa al di là di ogni Legge. 
L’evidente tratto narcisistico di personalità di Trump si fonde così con l’altrettanta evidente spinta megalomanica a porsi come il salvatore dell’America e il redentore dei suoi irrinunciabili valori morali. 
Con l’aggiunta che questa narrazione non ha più i toni del fanatismo ideologico che troviamo nel Novecento, ma quelli di un cinismo disincantato. Per questa ragione non deve stupire più di tanto che i panni del restauratore della moralità e dei valori della tradizione vengano indossati da chi personalmente questi panni li ha sempre di fatto ritenuti zavorre insignificanti. 
È qualcosa che conosciamo bene: la vita privata di un leader può presentarsi come discutibile dal punto di vista valoriale, ma questo non gli impedisce di proporsi come guida morale del proprio paese e del suo popolo. Si tratta però di una evidente scissione. La stessa che Trump applica politicamente nella lotta contro la parte più marginale della società della quale i migranti rappresentano il simbolo più rilevante. 
Se la religione universalista nel suo afflato solidale si manifesta per la sua inclusività — è il continuo appello alla fratellanza di papa Francesco — la religione nazionalista che sostiene la spinta antidemocratica trumpiana non è affatto inclusiva, ma tende a generare, appunto, scissione, discriminazione e esclusione. 
Non a caso la vescova Marianne Budde ricorda a Trump questa contraddizione nel suo appello alla pietas come forma di inclusione politica. Ma il punto è che Trump, come Putin, utilizza il discorso religioso non per salvare gli ultimi o per dare a loro speranza, ma per giustificare il carattere tendenzialmente assoluto del proprio potere. Essi fanno, seppure in modi e in contesti culturali diversi, della lotta politica una lotta tra religioni contraddicendo il principio cardine della democrazia. 
La distruzione sistematica (Putin) o la profonda allergia (Trump) nei confronti di ogni forma di dissenso riflette questa logica religiosa. Il dittatore russo non intende rappresentare la Legge perché è la Legge. Non a caso uno dei suoi più potenti alleati è la Chiesa ortodossa di Mosca. Il rifiuto della democrazia coincide con il rifiuto tout court dell’Occidente che viene interpretato come degenerazione morale e nichilismo valoriale. 
Sia in Putin che in Trump la riaffermazione nazionalista e sovranista si combina così con la restaurazione dei valori della tradizione che vengono sostenuti come delle verità religiose assolute. Ma se la posizione di Putin è chiara nella sua franca opposizione al cancro dell’Occidente, Trump appare invece come una sorta di corpo paradossale che per un verso è del tutto estraneo alla cultura della democrazia ma, per un altro verso, è il suo prodotto mostruoso. 
È, infatti, la maggioranza degli americani che lo ha scelto come proprio leader. È il rischio che abita ogni democrazia in quanto forma necessariamente incompiuta e fallibile di governo, ovvero quello, in tempi di crisi, di volgere il proprio sguardo verso le forme più autoritarie del potere. 
Ritroviamo qui in primo piano una considerazione hobbesiana di Freud di fronte all’affermazione dei totalitarismi nel Novecento: nel tempo di massima incertezza e paura, il potere tende a configurarsi come quello di un Dio al quale sottomettere la propria volontà in cambio di sicurezza e protezione.


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