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Enzo Bianchi "Impariamo ad ascoltare il silenzio"

La Repubblica 
 23 ottobre 2023
per gentile concessione dell’autore. 

Che cos’è il silenzio? La prima difficoltà consiste proprio nel parlarne, poiché il silenzio lo si comprende veramente solo quando se ne fa esperienza nella solitudine; inoltre, è elementare ma essenziale ricordare che il silenzio non è una realtà uguale per tutti, e per la stessa persona può cambiare con le diverse età della vita. 
Quando si cerca di scandagliare le profondità del silenzio, occorre precisare che il silenzio non è in primo luogo un’esperienza spirituale, ma un’esperienza umana e ogni persona conosce nel corso della vita diversi silenzi, alcuni positivi e necessari, altri negativi e mortiferi. Il silenzio non è un bene assoluto, ma può trovare senso solo a certe condizioni, quando è vissuto con consapevolezza e orientato a uno scopo. Le valenze positive del silenzio possono essere comprese solo se si ha il coraggio di guardare in faccia anche il suo lato negativo. 
Realtà ambigua, il silenzio può essere senza vita e assumere la forma di un mutismo. Il rigetto della comunicazione umilia la parola e il silenzio, finendo per rinchiudere l’uomo in una sorta di prigione. Questa patologia si manifesta quando l’equilibrio psichico è ferito; chi ha incontrato l’abisso del mutismo in persone colpite dalla follia, sa cosa significa: è un rifiuto della vita. 
Ma c’è anche un silenzio cattivo, che si nutre di odio. Elias Canetti ha scritto: “Alcuni raggiungono la più grande malvagità nel silenzio”. 
Giudizio negativo sull’altro, disprezzo, volontà di non avere accanto un altro poiché la diversità ci infastidisce, ce lo rende nemico: non lo si saluta, lo si tratta come fosse già morto. Non serve giungere all’ostilità manifesta, è più perversa questa ostilità sorda e muta. Non è forse questa realtà che abita le nostre famiglie e le comunità? 
Un’altra forma di silenzio negativo è l’autoillusione: un silenzio custodito per preservare l’immagine che si ha di sé dal confronto con la realtà e gli altri. 
Ciò si traduce poi in forme di vita “autistiche”, la cui raffigurazione più efficace è quella di un deserto popolato da fantasmi che finiscono per dominare il malcapitato. Il silenzio può diventare un luogo di disperazione: silenzio imposto dall’aguzzino alla vittima, o scelto liberamente da chi si incammina su vie mortifere. In entrambi i casi vale ciò che scriveva Elie Wiesel nel suoTestamento di un poeta ebreo assassinato: “Nessun maestro mi aveva detto che il silenzio poteva diventare una prigione. Non sapevo che si potesse morire di silenzio come si muore di dolore, di fatica, di fame”. 
Con realismo occorre ammettere che questo silenzio non ci è estraneo: l’importante è esserne consapevoli e trasformarlo in quel silenzio vitale da cui sgorgano una vita e una parola colma di senso. 
In quest’ora tragica per l’umanità “in cui nel mondo una guerra è signore della terra”, grida, urla salgono dalle vittime verso il cielo vuoto per molti; ma occorrerebbe che noi sapessimo ascoltare anche il “silenzio muto”, generato dall’esaurimento del respiro. Ad alcuni sembra che anche Dio conosca questo silenzio.



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