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Enzo Bianchi “E l’uomo creò la morte”

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“E l’uomo creò la morte” 
La Stampa 26 settembre 2023
per gentile concessione dell'autore

Pubblichiamo un estratto dal primo capitolo del libro Vivere la morte di Enzo Bianchi, appena uscito in libreria per EDB in una nuova edizione (la prima è del 1980)

Nell'antico racconto della creazione del mondo narrato nelle prime pagine dell'Antico Testamento, Israele cercava soprattutto di esprimere una verità: l'uomo è una creatura e il Signore è il Creatore, colui che ha voluto l'uomo e il mondo. Il rapporto che lega l'uomo al suo Dio è dunque soprattutto l'obbedienza, e tutta la storia che deriva da quell'inizio non sarà altro che una vicenda misurata sull'obbedienza. 
Dio plasma l'uomo con la polvere del suolo e soffia nelle sue narici un alito di vita perché l'uomo diventi un essere vivente e allo stesso modo plasma dal suolo tutte le bestie selvatiche e tutti gli uccelli dell'aria. Uomo e animali sono dunque creature, il risultato della volontà e dell'azione di Dio e hanno la stessa origine: non dovranno avere allora anche la stessa fine? Vita e morte non fanno entrambe parte della condizione umana? E la morte non è destino ineluttabile dell'uomo come lo è degli animali? Ora, se questa è una verità fondamentale della rivelazione biblica esperita da ogni uomo e guardata in faccia in maniera estremamente lucida dal credente nel Signore, è pur vero che si registra in tutte le pagine della Bibbia una straordinaria forza nel negare che la morte sia stata voluta e introdotta da Dio nella sua opera di creazione. 
L'uomo (adam) porta nel suo stesso nome una parentela con la terra (adamah) ed è per questo che egli è carne (basar), essere caduco caratterizzato da una condizione di fragilità di finitezza e di dipendenza. Animato da uno spirito di vita, egli è vivente (nefesh) e la sua respirazione resta come una manifestazione misteriosa di quello spirito (ruakh) soffiatogli da Dio nell'atto creatore. Ma proprio perché tutto questo è profondamente unito in lui, perfettamente uno, come vive un'indissociabile unità di carne e soffio vitale, così interamente muore. 
La dissoluzione della carne e il venir meno del soffio sono i segni esteriori della fine dell'essere vivente (nefesh), di quella che noi impropriamente chiamiamo anima. Tutto l'uomo esperimenta la morte e questa è veramente la fine, il destino di ogni cosa e di ogni essere che è sotto il sole. Un sapiente dell'epoca ellenistica, Qohelet, costretto a polemizzare con le idee greche del pensiero stoico, ribadisce la verità del racconto della creazione: «e ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato». Non c'è differenza nel morire tra l'uomo e le bestie perché «come muoiono queste, così muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. L'uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità». 
Eppure l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e per questo c'è in lui una superiorità sulle altre creature: come è possibile rassegnarsi a un simile destino? E inoltre non ha Dio posto nel cuore dell'uomo un «desiderio», una nozione di durata, di eternità che lo rende inquieto, un dinamismo che gli fa sentire la morte come una violenza? 
Molti testi antichi mostrano una grande rassegnazione di fronte alla morte percepita come cammino di tutta la terra. Ma questo, anziché farci concludere che l'uomo in quel tempo sapeva morire, ci prova proprio il contrario: non conoscendo ancora pienamente la morte, l'uomo moriva come un bambino. Doveva ancora imparare a vedere nella morte il grande nemico da denunciare e di conseguenza era lontanissimo dal presentire una vittoria di Dio sulla morte. È così che «Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni» come pure Isacco e gli altri patriarchi. Giosuè prima di morire dice: «Ecco, io oggi me ne vado per la via di ogni abitante della terra», e nel libro di Samuele sta scritto: «Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non si può più raccogliere». 

Conoscere il peccato, conoscere la morte 

Ma percorrendo la nostra lettura trasversale della Scrittura, ci sembra di cogliere come significativo il fatto che la crescita della conoscenza della morte sia parallela alla crescita della conoscenza del peccato. Soltanto quando il peccato si è fatto abbondante si è raggiunta una conoscenza piena della morte individuata come il grande nemico dell'uomo. D'altronde peccato e morte non appaiono già collegati nel racconto della creazione? 
Quando il Signore pose l'uomo plasmato dalla terra nel giardino dell'Eden dove c'era l'albero della vita, gli diede come comando di mangiare da tutti gli alberi del giardino escluso «l'albero della conoscenza del bene e del male» perché se ne avesse mangiato sarebbe morto. L'uomo però, istigato dal Serpente che gli insinuò un divieto mai dato da Dio - «non mangiare da nessun albero del giardino!» - e tentato di diventare come Dio, finì per cadere nella disobbedienza e mangiò l'unico frutto proibito. All'albero della vita preferì l'albero vietato! Sappiamo bene che questo racconto della preistoria si nutre di miti medio-orientali, ma la giustapposizione dei due alberi nel giardino e la loro incompatibilità vogliono significare che la morte è entrata nella creazione non per volontà di Dio ma strettamente legata al peccato, alla disobbedienza. 
L'uomo che mangia dall'albero della conoscenza del bene e del male non muore subito, ma la sua conoscenza della morte, dilazionata rispetto alla caduta, viene poi collegata a una maledizione del suolo, al dolore del trarre il cibo dalla terra, al sudore del pane, ai dolori della gravidanza e del parto: l'uomo deve ritornare alla polvere perché da essa è stato fatto, polvere è e in polvere ritornerà. 
Letteralmente, Dio non esegue la condanna mortale minacciata e l'uomo muore perché tratto dalla polvere, ma questa memoria mortis, collocata nella maledizione per il peccato commesso, finisce per denunciare un legame strettissimo tra morte e peccato. Ciò che qui non è detto esplicitamente, richiede una lettura teologica che significativamente ritroveremo nell'ultimo libro dell'Antico Testamento, la Sapienza, là dove si legge: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono». 
Certo resta l'enigma sconcertante di un uomo creato per la vita, messo subito alla prova nello spazio della libertà datagli da Dio e caduto di fronte a una potenza esterna, il Serpente dietro al quale sta l'Avversario del disegno di Dio, colui che vuole il ritorno della creazione al caos, all'abisso tenebroso senza vita. Peccato e morte appaiono quindi inseparabili e giustamente Paolo, risalendo al racconto della caduta attraverso la meditazione sapienziale giudaica, concluderà: «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte». 
D'altronde, con la crescita della maledizione, a causa del peccato crescente degli uomini delle origini, diminuiscono anche gli anni di vita assegnati agli uomini: Adamo muore a novecentotrent'anni, suo figlio Set a novecentododici, Enos a novecentocinque... Enoch a trecentosessantacinque, finché Dio, vedendo la perversione crescente dell'uomo, stabilisce che il limite massimo della vita sia di cento e venti anni: «Il mio spirito (ruakh) non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne (basar) e la sua vita sarà di centoventi anni» (Genesi). L'esistenza umana resta dunque limitata, «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti», è breve come il palmo di una mano, quasi un nulla, e tutta la sua fragilità è sentita come ombra che passa, come soffio che si agita e si disperde, come fiore del campo che nasce, fiorisce e presto muore. 
Una cosa però va ancora detta riguardo alla connessione peccato-morte: nonostante la minaccia virtuale di Dio all'uomo - «Morirai!» - in caso di disobbedienza, la prima morte registrata dalla Scrittura è quella di Abele, una morte procurata dall'uomo, dal fratello omicida. Quando l'uomo ha avuto in mano la storia, in piena libertà ha inventato la morte e l'ha creata come fatto centrale attraverso il peccato dei peccati, l'odio del fratello, l'omicidio. Usurpando la signoria sulla vita, che appartiene soltanto a Dio, l'uomo ha conosciuto il peccato sommo, l'ha consumato e, così facendo, ha inventato la morte. Da allora peccato e morte vivono accanto, anzi vivono l'uno dell'altra.


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