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Enzo Bianchi "La Chiesa nasce e cresce nella sinodalità”

Vita Pastorale  
Gennaio 2022
La Chiesa nasce e cresce nella sinodalità
per gentile concessione dell'autore

Ho sottolineato, nella prima parte di questa riflessione dedicata alla sinodalità (VP dicembre 2021), l’importanza decisiva della preposizione syn, “con”, che plasma la parola “sinodo”: un syn che significa “insieme” e che il cristiano conosce come preposizione capace di esprimere il suo legame con Gesù Cristo. I discepoli stavano syn autô, “con lui”, in un coinvolgimento di vita e di comunione che li portava sempre a stare dove sta lui, il Signore. Questa concretezza del rapporto con Gesù dice che il discepolo, generato dalla relazione con Gesù alla sua sequela, vive nella comunione con lui.

 

È da qui che ha inizio anche il cammino del sinodo: innanzitutto insieme al Signore, e quindi insieme ai fratelli e alle sorelle, ai credenti, si fa sinodo sulle strade del mondo! Proprio da questo stare con il Signore e accogliere la sua Parola che è vita ha origine la comunione, la koinonía. Comunione con Gesù Cristo che ci apre alla comunione con il Padre e lo Spirito santo, comunione che è la vita stessa di Dio, comunione che dà forma alla chiesa. Alla vigilia del concilio un teologo mio grande amico, Jérôme Haner, aveva scritto un libro: L’église est une communion. E il concilio chiarì che la comunione è la natura stessa della chiesa aprendo la strada a un’ecclesiologia di comunione che ha trovato un contributo significativo nel sinodo del 1985, quando si è sottolineato che la chiesa è una koinonía che deve essere espressa nella sua vita e nella sua missione.

 

Per questo “comunione” è la prima parola chiave del percorso sinodale: risuona quindi una chiamata di tutti i battezzati alla comunione. Il corpo ecclesiale oggi soffre in modo particolare di divisioni, di contrapposizioni, addirittura di tentazioni scismatiche. È lo spirito mondano che è efficacemente in azione nelle chiese e tra le chiese. Lo constatiamo nella nostra chiesa ma anche soffrendo per le ostilità recentemente acutizzatesi tra le chiese sorelle ortodosse. Proprio quando si stava affermando il diritto a un’unità sinfonica e plurale, proprio quando si cercava di non assecondare più le tentazioni dell’uniformità ecclesiale e del centralismo piramidale, ecco il divisore, il diábolos all’opera più che mai! E così le ferite alla comunione si fanno evidenti e si moltiplicano le situazioni di sofferenza per contrapposizioni, negazioni, delegittimazioni fraterne. Così il gregge del Signore è smarrito e i piccoli sono scandalizzati.

 

Dunque per percorrere evangelicamente il cammino sinodale occorre ritrovare la passione per l’unità, il desiderio della concordia ecclesiale, l’impegno per la comunione. Da sempre la chiesa conosce la conflittualità – fin dal suo sorgere, ci testimonia il Nuovo Testamento –, ma nel conflitto occorre il coraggio di leggere in verità la situazione sofferta, di operare un ascolto reciproco, di restare umili e capaci di far prevalere la carità, di percorrere vie di riconciliazione e opporsi con tutte le forze alla divisione.

 

Gli Atti degli apostoli ci danno testimonianza che i conflitti sono stati presenti nella chiesa fin dal suo nascere: non sono stati rimossi, non sono rimasti inascoltati, ma hanno richiesto un ascolto reciproco, un confronto tra porzioni di chiesa che si opponevano, e che, tralasciando le loro paure, nella pratica del dialogo e del discernimento comunitario hanno saputo ritrovare la pace ecclesiale e sconfiggere ogni ipotesi o tentativo di scisma. La chiesa nasce e cresce attraverso l’esempio della sinodalità!

 

Se la comunione è originata dall’ascolto della Parola del Signore, essa vive anche dell’ascolto reciproco tra fratelli e sorelle, tra pastori e popolo di Dio. Giovanni Paolo II a fine millennio aveva richiamato tutti a fare della chiesa, e quindi di ogni comunità cristiana (parrocchia, diocesi), una “casa di comunione” fino a essere “scuola di comunione” per tutti gli uomini! Vero segno profetico di un’umanità che cammina nella giustizia e nella pace.

 

Vivere la comunione significa vivere la fraternità, la sororità, mai dimenticando che proprio Pietro nella sua Prima lettera chiama due volte le chiese con il termine di “fraternità”, termine forgiato da lui, adelphótes (cf. 1Pt 2,17 e 5,9). La comunione esige perseveranza: “Erano perseveranti nella koinonía” (At 2,42) e trova la sua epifania nella “frazione del pane”, “koinonía al corpo di Cristo” (1Cor 10,17).

 

D’altronde, l’abbiamo già evocato, ciò che sconfigge il divisore, il diavolo, il principe di questo mondo è proprio la comunione: questa lo respinge e lo scaccia dalla comunità cristiana. A questo proposito, per dirvi l’importanza decisiva del ritrovarsi insieme di fratelli e sorelle, ricorro a una narrazione di Jacopo da Varazze nella Vita di san Domenico. Si narra che san Domenico abbia chiesto al diavolo perché continuava a girare nel convento. Al che il demonio rispose che riusciva a tentare i frati con successo: in coro facendoli arrivare tardi e addormentare, in refettorio facendoli mangiare a dismisura e con voracità, in dormitorio facendoli stare svegli fino a tardi e alzare in ritardo. Ma quando san Domenico lo trascinò verso l’aula capitolare, dove i frati si ascoltano, si confrontano, si correggono e fanno comunione, il diavolo voleva scappare, perché, disse, che ciò che aveva guadagnato prima tentando i frati ora in capitolo rischiava di perderlo! Questo episodio è raffigurato a Firenze nel chiostro di Santa Maria Novella da Simone da Poggibonsi (1584).

 

La sinodalità quando diventa comunione fa paura al diavolo e lo sconfigge. Certamente il sinodo è una prova per la comunione: in questo percorso è quanto mai decisivo che la comunione sia sentita dai pastori non solo in senso gerarchico e verticale, non solo come comunione sotto il vescovo ma come comunione anche orizzontale, nella quale i pastori sono fratelli, comunione vissuta da pastori che stanno davanti ma anche in mezzo e dentro al gregge, perché il loro vero nome è “semi della comunione”. Comunione che i fedeli devono sentire come dono prezioso da custodire, come responsabilità affidata anche a loro, nell’accoglienza della custodia che il pastore deve esercitare perché affidatagli dal Signore.

 

In una chiesa-comunione devono cadere tanti muri: il muro del clericalismo tra pastori e fedeli, il muro del mancato riconoscimento della donna nella vita ecclesiale, il muro che separa i sedicenti giusti dai peccatori, il muro che esclude chi è differente, il muro tra ricchi e poveri. Condanniamo i muri che si costruiscono nel mondo ma poi ne abbiamo ancora molti in casa nostra.

 

Una comunione cattolica si nutre di differenze, diversità, non ha paura di ciò che è nuovo né di ciò che viene sentito, vissuto, celebrato altrimenti. Se è salva l’unità nella fede si lasci spazio – lo dice e lo ripete Papa Francesco – alla creatività che osa nuovi cammini, che sperimenta con intelligenza. Nella diversità c’è la ricchezza della comunione e lo Spirito santo fa l’unità, attraverso la diversità! Avremo una chiesa-casa di comunione, che non esclude ma include, che non si chiude su se stessa, ma mantiene aperte le braccia, che attira a Cristo abbattendo tutti i muri che impediscono questo raduno veramente cattolico, universale. Una chiesa uniforme è grigia e non è icona della multicolorata Sapienza di Dio.

 

Concludendo la riflessione breve ma essenziale su questa parola chiave della sinodalità, comunione, va ribadito che essa è fonte del cammino, ma è anche sempre télos, fine, costantemente da raggiungere nella carità e nella grazia di Cristo. La chiesa è una comunione, il suo cammino nella storia è comunione, il suo esito nel Regno è comunione cosmica, eterna e piena in Dio.

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