Enzo Bianchi "La bellezza di due gesti"

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La bellezza di due gesti 

Nella vita monastica il primato va certamente alla parola, perché anche il silenzio tanto cercato e custodito è al servizio della parola: parola di Dio innanzitutto, ascoltata, letta, ruminata, cantata, proclamata nelle diverse ore del giorno, ma anche parola del fratello – monaco o ospite, dell’altro – che va accolta e onorata. Parola, silenzio, canto sembrano essere le realtà alle quali il monaco dedica più tempo e attenzione. 

Ma accanto alla parola, alle parole, ci sono anche i gesti, cioè dei movimenti del corpo che sono di un’importanza estrema, perché il monaco li sente linguaggio tanto quanto la parola. Il gesto appare come un movimento del corpo in cui si condensa un sentimento, un’esperienza umana e spirituale profonda, un movimento che è messaggio, epifania, attestazione. Movimento del corpo che è bellezza e dunque è significante, fa segno, diventa una rivelazione e attesta uno stile in cui c’è tutta l’umanità di chi compie il gesto. Il gesto non è fatto per attirare l’attenzione, è come il fiorire di una rosa, che avviene anche se nessuno se ne accorge; ma se per caso il gesto è segnato dalla bellezza, resta un’opera d’arte, contemplata o meno. 

Il monaco dunque compie anche dei gesti, li compie soprattutto insieme ai fratelli, e questi gesti sono movimenti del corpo o di un suo singolo membro previsti e normati, la cui esecuzione però appartiene al soggetto: questi ha una capacità di parola, così come ha una capacità di gesti, e li compie sempre con un’intenzione, mai meccanicamente, li deve compiere con arte. Perché il gesto sia vero e carico di bellezza, occorre che il soggetto sia pienamente presente in esso, che nel suo gesto vi sia un’intenzione fortemente sostenuta, la quale riveli la sua verità e l’unità tra il soggetto e il suo corpo. Se il gesto è autentico ed espresso con arte, non ha bisogno di alcuna spiegazione né deve essere accompagnato da parole: soprattutto nel silenzio dice perché e come chi lo compie è pienamente investito da ciò che vuole esprimere. 

Ci sono soprattutto due gesti nella vita di un monaco che vanno imparati, non attraverso esercizi ripetuti, ma attraverso esercizi dello spirito nei quali “mens concordet acto”, si potrebbe dire in parallelo al celebre “mens concordet voci” della Regola di Benedetto (cf. 19,7: “mens nostra concordet voci nostrae”). La mente, l’anima, il cuore deve piegarsi al movimento e concordare con il gesto: ecco dove sta la possibilità del “bel gesto”, del gesto quale opera d’arte. 

Il primo gesto è l’inchino. Ogni volta che un monaco entra o esce dalla chiesa, rivolto verso l’abside, spazio della gloria della quale è segno la croce, si inchina profondamente, con calma, in un movimento armonico che rivela un’adorazione per la divina presenza di fronte alla quale il monaco sta. Sovente la qualità umana di un monaco è manifestata proprio da questo inchino. Cristina Campo, donna e scrittrice dotata di un raro sensus liturgico, annotava: 

Si sa di molte conversioni dovute alla predicazione, ma la scintilla può scoccare da un solo, perfetto gesto liturgico; c’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro (Sotto falso nome, a cura di M. Farnetti, Adelphi, Milano 1998², p. 130). 

Ci si inchina davanti a Dio, alla sua divina presenza, verso un vuoto (come quello del Santo dei santi del tempio di Gerusalemme) in cui nulla si vede, vuoto verso il quale si raccolgono tutte le forze e le capacità, verso il quale corpo, cuore e intelletto si inchinano per adorare. Un inchino che, finché sarà possibile come inchino all’altro, testimonia che c’è umanità! Quell’inchino che il monaco compie verso la presenza divina è breve, ma a volte egli vorrebbe prolungarlo, vorrebbe farlo diventare una danza; come fece David di fronte all’arca della presenza del Signore, danzando nudo, talmente impegnato in quel gesto d’amore da dimenticare di essere re, fino a spogliarsi per Dio (cf. 2Sam 6,14-22). 

L’altro gesto, all’inizio della liturgia, è il segno della croce. Lo so, è il gesto più maltrattato: fatto velocemente, senza attenzione, disegna un movimento disarticolato e senza una traiettoria; a volte sembra terminare con un bacio alle dita… Sì, il più delle volte è un gesto vergognoso, perché sembra fatto con vergogna e fa vergognare chi lo comprende e ha consapevolezza di ciò che può significare. Eppure è il gesto del cristiano, il gesto che confessa il nostro Dio quale comunità d’amore, Padre-Figlio-Spirito santo, Amante-Amato-Amore, e traccia sul corpo di chi lo compie la croce che è “il segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30) veniente nella gloria. Per questo introduce ogni liturgia della chiesa, attestando che ciò che in essa è compiuto è dovuto soltanto al Dio vivente, raccontato dal Figlio Gesù Cristo (cf. Gv 1,18) attraverso il mistero della croce e della resurrezione. Nel suo libro su I santi segni del 1922 Romano Guardini ha dedicato un intero capitolo a questo gesto. Egli scriveva, tra l’altro:

Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all’altra (I santi segni, Morcelliana, Brescia 1960, p. 23). 

Così il nostro corpo è attraversato dalla croce che vi è impressa nell’unità di intelletto (la fronte), cuore (il petto), agire (le braccia), e l’“amen” finale dice il “sì” a questa sphraghís, segno impresso dalla potenza della croce nella debolezza della carne. Questo segno è riconoscimento della “dignità del cristiano” (cf. Leone Magno, Sermo de nativitate Domini I,3; PL 54,192), atto di fede viva, gesto che trasforma la croce da patibolo e strumento di esecuzione in gloria del donare la vita per gli altri. 

Quando i monaci in coro compiono simultaneamente questo gesto all’inizio della liturgia e subito dopo insieme si inchinano per cantare la gloria di Dio, allora narrano la loro fede vissuta con tutti i sensi, quindi con tutto il loro corpo e il loro spirito. Inchino e segno della croce: gesti che vogliono essere interpreti della gloria del Signore riconosciuta dal corpo e dalle sue membra, gesti inesauribili!
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